Timoria

Nel mio archivio ci sono varie interviste con i Timoria, una band di sicuro molto valida – in particolare Viaggio senza vento, l‘album del 1993 – ma che a mio avviso avrebbe avuto i mezzi per segnare il rock italiano in modo anche più profondo di quanto abbia comunque fatto. Ne ho scelta una del 1997 relativa ad Eta Beta, che fu il disco dei dieci anni di attività ufficiale del gruppo bresciano e pure, ma al tempo nessuno lo immaginava, l‘ultimo con in organico il cantante Francesco Renga, poi dimissionario a favore di una carriera nel pop (di qualità). Riletta oggi, rimane una chiacchierata interessante anche se determinati discorsi, normalissimi per l‘epoca, adesso sembrano davvero fuori dal mondo.
Timoria fotoDieci anni dopo
Da King dei Molisani, rinomato ristorante nel quartiere Prati di Roma, le porzioni sono fin troppo generose e il vino fin troppo buono. Alla fine della cena, seduti attorno al tavolo, i Timoria discorrono a ruota libera, mentre il loro interlocutore tenta di eliminare le poche tracce di sangue ancora presenti nel suo alcool. Il Festival di Sanremo, al quale i Timoria parteciparono nel 1991 – conquistando, tra l’altro, il Premio della Critica – è ormai alle porte: logico, in un certo senso, cominciare la chiacchierata proprio da qui.
Risalireste sul palco del Teatro Ariston?
Potendo tornare indietro nel tempo, lo rifaremmo senz’altro. Oggi come oggi non scarteremmo a priori l’idea, ma certamente dovremmo parlarne, valutare assieme i pro e i contro.
Qual è, adesso, il vostro atteggiamento nei confronti della televisione?
Il problema non è nostro, ma della TV: per ragioni che non ci è facile comprendere, i Timoria sono forse l’unico gruppo con due dischi d’oro che, a parte “Roxy Bar”, non ha avuto passaggi TV nel corso del 1996. Lo scorso anno abbiamo anche rifiutato di partecipare a “Superclassifica Show”.
Sempre per via del playback?
Naturalmente. Noi volevamo presentarci con un videoclip e un’intervista, ma il programma prevedeva un’esibizione finto-live e non abbiamo voluto farla. Noi saremmo decisi a confermare la nostra linea di sempre, ma quella della coerenza al 100% non è una scelta facile; pensa a quante occasioni si perdono, e a quanto è complicato incrementare la propria popolarità senza promozione televisiva. Il vedere i Litfiba alla “Superclassifica” ci ha fatto pensare parecchio, e ci ha convinti che forse è possibile proporsi in playback senza scendere a compromessi con la propria natura di gruppo rock.
In ogni caso, un buon playback è sicuramente meglio di un live reso scadente dalle carenze tecniche.
Senz’altro, ma ci sono in gioco questioni di altro genere: noi siamo sempre stati molto rigorosi, persino all’epoca di Storie per vivere eravamo inflessibili nei confronti di certa TV, e probabilmente l’estrema fedeltà del nostro pubblico è dovuta anche a questa nostra coerenza di fondo. In effetti avremmo bisogno di farci conoscere di più, ci piacerebbe, ma abbiamo ancora idee abbastanza confuse sulle strategie future. Sappiamo che i Litfiba hanno fatto benissimo, ma noi non siamo ancora convinti.
Però credete nell’apertura verso ogni “nuovo” genere musicale che vi colpisca. Non è strano, dispersivo e in un certo senso incoerente il fondare una linea espressiva sul non avere un orientamento preciso?
In passato, quando sembrava che il nostro punto debole fosse proprio quello di non avere uno stile e quando la parola crossover aveva un significato solo in relazione alle casse acustiche, la cosa ci preoccupava un po’. Adesso vogliamo solo seguire il nostro istinto e comportarci non naturalezza: che tu ci creda o meno, le nostre canzoni vengon fuori spontaneamente. Le complicazioni non arrivano mentre si compone o si arrangia, ma al momento di stabilire se un certo brano deve o non deve trovar posto in un album. Uno degli aspetti più singolari della nostra personalità è che non riusciamo a essere omogenei, abbiamo bisogno di cambiare in continuazione.
Un filo conduttore, comunque, esiste.
È nel nostro approccio visceralmente rock nei confronti della musica. Fa parte del nostro codice genetico, ogni volta che iniziamo ad accordare gli strumenti ci sentiamo pervadere da un’energia che non può essere altro che rock. Inoltre, c’è un’innata attitudine melodica che marchia un po’ tutte le canzoni, a prescindere dal genere cui ciascuna di esse fa riferimento. Questo equilibrio tra aggressività e melodia, che da noi passa abbastanza inosservato, è stato invece notato subito in Francia, durante il tour: ci avevano addirittura battezzato “i Metallica italiani”.
Beh, la voce di Francesco sarebbe adattissima per il metal.
Non c’è dubbio, e lo è anche per il progressive. Del resto il nostro suono è caratterizzato da un velato gusto “prog”, da quel rock anni ‘70 cui siamo indissolubilmente legati perchè è la musica della nostra infanzia.
“Progressive”, comunque, nel senso più genuino e costruttivo del termine.
Nel senso di ricerca, di contaminazione. E anche, sperando di non scadere mai nello stucchevole, di amore per la tecnica strumentale: un aspetto, questo, che ci distingue dalla maggior parte dei gruppi italiani, di solito poco abituati a “studiare” la musica.
La tecnica, però, deve essere in funzione dei pezzi, e non il contrario.
Sì, la pensiamo così. Lo strano è che le nostre canzoni nascono con strutture incredibilmente complicate, e il lavoro di arrangiamento consiste per lo più nell’alleggerirle. Saremo anche “prog” ma lo siamo nell’ambito di canzoni da quattro minuti, le suite di un quarto d’ora non ci interessano così come non ci interessa suonare solo in 4/4 come fa l’ottanta per cento delle band di casa nostra. Attento, però, a non fraintenderci, tecnicismo e tecnica sono due concetti diversi: gente come Black Crowes o Fugazi, tanto per citare due esempi diversissimi, sono musicisti eccezionali, ma le loro capacità sono al servizio di stili tutto sommato semplici.
Vi capita mai di alzare consapevolmente delle barriere, di limitarvi proprio per non correre il rischio di esagerare?
In sala prove ci lasciamo andare, ma poi riflettiamo su ciò che è venuto fuori e valutiamo se sia o meno il caso di proporlo nel “contesto ufficiale” Timoria. Ogni volta che incidiamo un disco abbiamo l’impressione di mettere troppa carne al fuoco, temiamo di sembrare presuntuosi. Fosse per noi faremmo qualsiasi cosa che ci passi per la testa, ma siamo consapevoli del fatto che poi anche i fan più esagitati potrebbero incontrare difficoltà a seguirci.
Esistete da ormai dieci anni. Qual è il traguardo che avete in mente, verso cui puntate?
Non abbiamo grandissime ambizioni, anche perchè siamo appagati da ciò che siamo riusciti a raggiungere. Ci rendiamo conto che in Italia è quasi miracoloso essere musicista di professione, e quindi ci sentiamo già privilegiati; per di più in proprio e non per terzi, e con discreti risultati. Non crediamo di poter mai vendere le trecento o le cinquecentomila copie, ormai siamo disillusi, e quindi accetteremmo con gioia un’ipotetica assicurazione di restare in eterno ai livelli attuali: magari conquistando un certo seguito anche al di fuori dei confini nazionali e piazzando qualche decina di migliaia di copie in ogni paese europeo.
E come intendete muovervi?
Per cominciare suonando dal vivo il più possibile, come abbiamo fatto in Francia. È stata un’esperienza molto stimolante, un po’ come ricominciare da zero: concerti in locali piccoli, in posti dove nessuno ti conosce. Avevamo bisogno di una spinta di questo tipo, non potevamo sederci. Da ragazzini dicevamo che il giorno che avessimo riempito il Rolling Stone di pubblico pagante avremmo smesso di suonare: lo scorso anno lo abbiamo fatto tre volte, e quindi c’è bisogno di un nuovo obiettivo che sulla carta sia almeno altrettanto irrealizzabile.
Un sold-out all’Olympia.
Magari. Però ci accontenteremmo di essere una band di culto, una band stimata. La Francia è un po’ la nostra prova generale: sappiamo che è un paese tutt’altro che compiacente verso gli stranieri, per cui se le cose dovessero andar bene potremmo tentare con maggior fiducia con i mercati spagnolo e tedesco, tradizionalmente più ricettivi.
Cambiamo argomento, e passiamo ad Eta Beta. I Timoria mi piacciono, ma brani come Alleluiah e Europanic non riesco proprio a digerirli.
È comprensibile: sono pezzi un po’ strani, anche pieni di contrasti. Però, ad esempio, Alleluiah è stata la canzone che ha convinto David Fiuczynski, a nostro parere uno dei migliori chitarristi del mondo, a partirsene da New York per venire ad incidere con noi. Forse Alluluiah è un po’ ostica, ma noi ci siamo divertiti tantissimo ad arrangiarla e registrarla: il cantato grind di Enrico, quelle percussioni così stravaganti… chissà, potrebbe essere una finestra sul futuro sound dei Timoria.
Speriamo di no. E cosa mi dite, invece, di Europanic?
Europanic è figlia dell’esperienza francese ed è dedicata alla città di Lione, la prima ad averci “adottato”: in tutti i festival a cui abbiamo partecipato al di là delle Alpi, i gruppi di tendenza suonavano in quello stile, e noi non chiedevamo di meglio che farci contaminare. Si intitola Europanic proprio perché approntarlo ci ha messi nel panico, ma si tratta solo di un episodio un po’ insolito, non c’è da scandalizzarsi. Potrebbe andar bene per la Francia, ma alla fine abbiamo deciso, dopo varie titubanze, di lasciarlo anche nell’edizione italiana dell’album. Ci auguriamo che non dia fastidio a nessuno. Alleluiah ed Europanic sono i due brani più “sperimentali”; ce n’era anche un terzo, Mork, ma quello è stato escluso dalla scaletta.
L’ho ascoltato: l’idea del testo antirazzista derivato dai vecchi telefilm con Robin Williams era carina, ma nel complesso concordo con la decisione di eliminarlo.
Beh, dei tre pezzi cosiddetti sperimentali era di sicuro il più debole, e la mannaia della scrematura è per forza di cose caduta lì.
Però di Eta Beta fanno anche parte parecchi brani nella tradizione di Viaggio senza vento, quasi a voler ribadire il ruolo fondamentale di quel disco.
Viaggio senza vento è la pasta, il nocciolo dei Timoria. Parte tutto da lì, e di sicuro la sua impronta rimarrà negli anni. Come oggi è normale identificare la Premiata Forneria Marconi con Impressioni di settembre o La carrozza di Hans, così in futuro i Timoria “classici” saranno sempre quelli di Viaggio senza vento.
Il titolo Eta Beta si riferisce al personaggio della Disney?
Sì. Alla Polydor dicono che non lo capirà nessuno, ma non importa. Ci piaceva l’idea del folletto che tira fuori dalle tasche ogni genere di cosa, come facciamo noi con il rock, il funk, la industrial.
Al di là degli aspetti strettamente musicali, nello stile dei Timoria c’è spazio per messaggi sociali o politici?
Sociali senz’altro, ma politici… dipende. Abbiamo fatto politica in senso convenzionale è stato nel 1989, all’indomani dell’assurda legge Jervolino-Vassalli sulla punibilità del tossicodipendente: era un concerto in piazza Vetra, a Milano, assieme a Paolo Rossi e i Gang. Anche il nostro tour nelle università ha avuto un preciso significato politico, ma in ogni caso abbiamo sempre evitato di legarci ad un partito, a uno schieramento; questo, come puoi immaginare, ci ha danneggiati.
In che modo?
Troviamo assurdo, per esempio, che l’organizzazione del miglior Festival Italiano – quello del 1° Maggio – non ci abbia più invitato. Questo nonostante il nostro essere di sinistra e nonostante le nostre vendite, nell’ambito del rock italiano, siano seconde solo a quelle dei Litfiba.
E credete che questo dipenda dal non essere legati a un partito?
È solo una supposizione, ma non capiamo quale altra ragione potrebbe esserci. Di fatto non siamo stati “esclusi”, ma a noi sono certamente stati preferiti gruppi ufficialmente allineati. Non c’è astio da parte nostra, non siamo più ragazzini, ma ci ferisce il sapere di non poter partecipare all’unica manifestazione musicale italiana che davvero ci piace.
Forse non siete percepiti come gruppo “di sinistra”, allo stesso modo in cui i vostri testi, in generale poco diretti, vi chiudono determinate strade. Quella di essere in qualche modo ermetici è una precisa scelta?
No, assolutamente, è solo che i testi vengon fuori così e non vogliamo modificarli solo perchè aiuterebbe le vendite. Anni fa, quando abbiamo avvertito l’esigenza di avere una canzone più immediatamente recepibile, l’abbiamo chiesta a Luciano Ligabue, che è molto, molto più bravo di noi nello scrivere cose che colpiscano la fantasia delle masse.
E quindi restate una band “di nicchia”.
A giudicare dalle lettere che riceviamo, l’ottanta per cento dei nostri fan sono studenti liceali e universitari. Pur non pretendendo di essere aulici o intellettuali, attiriamo i ragazzi che studiano: chissà, magari dipende dal nome in greco antico. Chi ci segue, questo è sicuro, preferisce leggere un buon libro che andare a ballare in discoteca.
Comunque avete un pubblico attento, che non si ferma alla superficie ma ama approfondire.
Ne abbiamo preso atto. Due anni fa, in occasione dei concerti, ho cominciato a recitare qualche poesia (a parlare è Omar Pedrini, NdI), è la cosa è piaciuta; paradossalmente era una specie di gesto trasgressivo, la gente si aspettava il rock duro e io ero lì a leggere le poesie. Ora ne abbiamo volute inserirne tre in Eta Beta: lo abbiamo fatto timidamente, non siamo presuntuosi, e speriamo che chi ascolta il disco sarà contento di questo bonus.
Cosa pensate che vedano, in voi, i vostri fan?
In verità abbiamo un po’ paura di quello che potrebbero vedere anche se non c’è, siamo abbastanza spaventati da questa enorme devozione nei nostri confronti. Non ci piace, e a volte succede, che qualcuno ci consideri “profeti” di chissà cosa. Siamo persone normali, non vogliamo creare un mito di noi stessi.
Ma quando suonate dal vivo e vi trovate di fronte un migliaio di ragazzi più o meno esagitati, non venite colti da una sensazione di “onnipotenza da palco”?
Sinceramente, no. Oltretutto la crescita dei Timoria è stata graduale, e questo ci ha aiutati a non perdere la testa come può accadere a chi viene baciato dal successo improvviso. Rimaniamo con i piedi ben saldi sul terreno, e se anche dopodomani dovessimo trovarci senza contratto discografico non avremmo difficoltà, con la freschezza e lo spirito di sempre, a ricominciare a esibirci nei piccoli club. Di fronte all’audience, comunque, proviamo emozione e commozione, non orgoglio fine a se stesso. Semmai, siamo gratificati dell’attenzione dimostrata verso la nostra Arte.
Arte, che parolona.
Perchè? L’Arte è una manifestazione di creatività mediata dalla tecnica: il fatto di utilizzare determinati mezzi di espressione – nel nostro caso, gli strumenti, la voce, le canzoni – distingue l’arte dalla pura e semplice fantasia. E poi c’è un altro elemento importante: il credere, il combattere, anche il morire per quello che si vuole portare avanti. L’artista vive perchè l’Arte gli dà la vita, ma è disposto anche a morire per essa.
Di solito l’Arte non viene recepita dal grande pubblico.
Infatti, il mercato tende a privilegiare le cose più superficiali. Noi ci sentiremmo un po’ a disagio a raggiungere la vetta delle classifiche, la prima reazione sarebbe quella di domandarsi in cosa abbiamo sbagliato. In linea di massima, a parte qualche eccezione come Litfiba o Ligabue, i primi posti appartengono sempre a musicisti che con l’Arte hanno ben poco a che spartire. Conta il business, il divertimento, la moda… meno male che ogni tanto c’è qualche spiraglio di luce che ti conforta.
Ritenete che l’ironia faccia parte delle prerogative dei Timoria?
Nella vita quotidiana certamente sì, ma nella musica siamo anche troppo austeri. Quello di prenderci esageratamente sul serio è un altro dei nostri limiti, e proprio per sdrammatizzare questa nostra immagine abbiamo realizzato un homevideo in cui mostriamo il nostro vero volto cazzeggiando all’ennesima potenza. Se è mai esistito un “mito Timoria”, con quella videocassetta lo abbiamo distrutto. Comunque ci sembra che in alcune delle ultime canzoni si respiri un’aria meno pesante, e dal vivo interpretiamo sempre Quel mazzolin di fiori.
Però non siete stati sempre così: prima di Viaggio senza vento eravate più allegri e disimpegnati, e davate molta più importanza a questioni frivole come il look.
Considera che molte di quelle idee non erano farina del nostro sacco, subivamo qualche condizionamento senza capire si trattava di una forzatura. All’inizio ci preoccupavamo solo del fatto che il business non contaminasse la nostra musica, e solo in un secondo tempo abbiamo realizzato che anche gli aspetti accessori avevano la loro importanza. Ora scegliamo da noi anche i fotografi, e siamo una specie di terrore per manager e discografici perché non lasciamo passare una virgola.
Avete subito molte pressioni?
Fino a un certo punto, in questo senso siamo stati fortunati. Lo strano è che in Polydor, pur conoscendoci da sempre, continuano a chiederci cose che contrastano nettamente con il nostro progetto. Lo fanno in buona fede, perché credono sia la cosa migliore per i Timoria, ma alle volte esagerano: pensa che volevano assolutamente che in Eta Beta inserissimo una cover in italiano di un hit straniero, un po’ come per Ligabue o Finardi, come se la musica di casa nostra non fosse abbastanza buona per emergere e avesse bisogno di questi trucchetti. Magari i Timoria non aumenteranno le vendite, ma la richiesta ci ha offesi a morte e ci ha creato un mucchio di problemi psicologici. Volevano che incidessimo Alive dei Pearl Jam! Dal vivo proponiamo qualche cover: Ice Cold Ice degli Husker Du, I Can’t Explain e My Generation degli Who… potremmo rielaborare alla nostra maniera qualcosa degli Area o della Premiata Forneria Marconi, ma la versione in italiano di un pezzo straniero andava bene trent’anni fa, quando le canzoni inglese o americane arrivavano, se arrivavano, cinque anni dopo.
Qual è, secondo voi, il peggior cancro dell’industria discografica nazionale?
Nel pratico, la logica demenziale del produrre dischi ad uso e consumo delle radio. Il problema vero, però, risiede nell’assenza di una cultura della musica propriamente detta, ed è un problema che coinvolge lo Stato, le strutture scolastiche, i media. Da noi si celebra l’Arte, o almeno certa Arte, con enorme ritardo, si tende a non valorizzare i talenti finché sono in vita: Piero Ciampi, Pasolini ora sono osannati da tutti, ma ben pochi fanno qualcosa per tutelare i Ciampi e i Pasolini di oggi.
Che sareste voi, è questo che volete dire?
No, per carità, non ci sognamo minimamente di paragonarci a personaggi di quella caratura. Però se dobbiamo avere un mito, un modello verso cui tendere, vogliamo che sia bello, grande, importante. Francesco non è Demetrio Stratos, ma non c’è nulla di male a ispirarsi a lui.
A proposito di ispirazioni: qual è il vostro atteggiamento nei confronti delle nuove tecnologie applicate alla musica?
Ci interessano. Cerchiamo di capirle, di studiarle, di sperimentarle, naturalmente applicandole alla nostra filosofia. Magari affideremo un paio di nostri brani a qualche creativo che si occupa di remix, remix artistici e non commerciali, e per noi che non abbiamo mai voluto che nessuno mettesse lingua nella nostra musica è un passo quasi incredibile.
È un segno dei tempi: anni fa l’idea di remix in riferimento al rock suonava come una bestemmia in chiesa, mentre oggi è normale.
Basta pensare a Jon Spencer, un musicista che pur avendo un fortissimo legame con le radici vanta un rapporto molto aperto nei confronti della novità e della contaminazione.
Secondo voi, il futuro del rock passa necessariamente attraverso questo genere di “manipolazioni”?
No, quella è solo una delle tante vie percorribili. Esistono i Prodigy, ma esistono anche i Fugazi.
E voi quale dei due gruppi vorreste essere?
Noi vogliamo essere solo i Timoria. Però non ci dispiacerebbe essere i… Progazi. O magari i Fudigy.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.247 del 4 marzo 1997

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Categorie: interviste | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Timoria

  1. mi piacciono molto!

  2. Complimenti Federico, davvero una bella intervista!

    • Grazie. Certo che è proprio strano constatare come questioni che all‘epoca erano cruciali siano oggi superatissime. La televisione, il playback, la purezza rock, le ipotetiche vendite all‘estero… si capisce proprio che è un‘intervista di quasi due decenni fa.

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