Bob Dylan (live ’03)

A fine giugno Bob Dylan suonerà ancora a Roma, questa volta alle Terme di Caracalla. È di sicuro un bene che l‘esibizione si svolga in uno spazio ampio ma dalla capienza non oceanica, visto che Dylan – specie il Dylan degli ultimi quindici anni o forse anche di più – non è proprio il soggetto ideale per eventi di massa tipo i Rolling Stones al Circo Massimo nel 2014. Chissà cosa si inventerà, questa volta, per sconvolgere la platea. Nel frattempo, recupero le recensioni di due delle volte che ho assistito a un concerto del Maestro.
live Dylan fotoPalalottomatica (Roma, 1 novembre 2003)
Chi segue l’attività live di Bob Dylan sa bene che sul palco l’artista di Duluth è capace di qualsiasi cosa, tanto in termini di scelta dei brani quanto di peculiarità delle interpretazioni. Solo avendo avuto occasione di leggere qualche resoconto delle ultime date, però, si sarebbe potuto immaginare un concerto nel quale il Nostro non imbraccia neppure per un secondo la chitarra, limitandosi a suonare le tastiere e saltuariamente a soffiare nell’armonica: una situazione insolita che nello show tenuto a Roma davanti a sei/settemila spettatori stupiti ma entusiasti, nel mezzo del mini-tour italico comprendente pure tappe a Bolzano e Milano, si è comunque rivelata ricca di stimoli, esaltando per l’ennesima volta le qualità di un performer carismatico anche quando si stacca dal proprio strumento solo per confabulare con i suoi accompagnatori nelle pause tra un pezzo e l’altro, e quando le uniche parole da lui rivolte al pubblico – oltre ai testi, è ovvio – sono le presentazioni degli stessi musicisti.
È stato un ottimo spettacolo, quello offerto nella cornice del vecchio Palasport ora orribilmente ribattezzato Palalottomatica ma per fortuna sensibilmente migliorato nell’acustica, per quasi una ventina di brani pescati senza vincoli di sorta in un repertorio immenso e resi più o meno irriconoscibili da estrosi trattamenti di restyling: It’s All Over Now Baby Blue, Highway 61 Revisited, It’s Alright Ma, Don’t Think Twice It’s Alright, Mr. Tambourine Man e le non meno immortali Like A Rolling Stone e All Along The Watchtower poste in chiusura, per citare soltanto le più classiche, senza dimenticare una straordinaria Man In The Long Black Coat in chiave meno rarefatta e una grintosissima Tweedle Dee & Tweedle Dum tratta dall’ancora recente Love And Theft. Il tutto diretto da una voce come al solito splendidamente sgraziata ed eseguito da una band quadrata ed energica ma anche duttile ed elegante, abilissima nel muoversi – in un contesto dai forti aromi Seventies – tra sanguigno rock-blues e assortite divagazioni roots. A dispetto degli anni che passano, degli acciacchi e delle chitarre lasciate a casa, insomma, anche in quest’occasione Dylan è stato… Dylan, ovvero un personaggio inafferrabile. Vivaddio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.556 del 25 novembre 2003

Auditorium (Roma, 16 luglio 2006)
Sono trascorsi due anni e mezzo dal suo ultimo concerto romano, ma al di là dell’ulteriore,leggero invecchiamento Bob Dylan non è parso granché diverso da quella sera del novembre 2003: stesso rifiuto della chitarra a favore di tastiere e (talvolta) armonica, stesso atteggiamento scostante nei confronti del pubblico (le uniche parole alla fine, per presentare e salutare la band), scaletta infarcita di molti degli stessi classici pur se con sensibili modifiche negli arrangiamenti e stessa durata globale dell’esibizione, attorno all’ora e quaranta. A cambiare, oltre a una metà dei brani e una metà dei musicisti, la cornice, con la splendida cavea dell’Auditorium a garantire – sotto il cielo stellato e con una leggera brezza: optional graditi – visibilità perfetta e ineccepibile qualità di ascolto per tutti i circa tremila spettatori.
Mentre il concerto del Palalottomatica era a ridosso dell’uscita di Love And Theft, e comprendeva quindi parecchi episodi tratti da quello che è ormai il suo penultimo album di studio, in questa esibizione capitolina – nell’ambito di una tournée italiana felicemente atipica, che ha avuto per “prima” Pistoia e per tappe successive Paestum, Foggia e Cosenza – il grande Bob ha celebrato il suo passato prossimo solo con Tweedle Dee & Tweedle Dum e Summer Days, evitando anche di eseguire alcunché dal nuovo Modern Times; a compensare il disappunto degli aficionados speranzosi di eventuali anticipazioni, oltre a pietre miliari come Maggie’s Farm, The Times They Are A-Changin’, It’s Alright Ma, Mr. Tambourine Man, Highway 61 Revisited, Don’t Think Twice It’s All Right e le Like A Rolling Stone e All Along The Watchtower proposte in chiusura, pezzi che dal vivo non si ascoltano proprio frequentissimamente come New Morning o Just Like Tom Thumb’s Blues e altri bei recuperi del periodo ‘60 quali Down Along The Cove, Forever Young e Visions Of Johanna. Spesso irriconoscibili com’è costume del Maestro di Duluth, o magari rese riconoscibili solo dai testi e/o dal ritornello, le quindici canzoni si sono avvalse di arrangiamenti rock ricchi di preziose sfumature roots e sviluppati con forse eccessiva pulizia; non impeccabili, invece, le interprezioni vocali, con un Dylan sgraziato e a tratti apparentemente affaticato ma comunque magnetico e carismatico come sempre. Insomma, un concerto nella tradizione del nostro immarcescibile eroe, che come nessun altro sa sorprendere, appassionare, spiazzare e dividere: in quella fiera dell’ovvio che è l’odierno r’n’r, un risultato da non sottovalutare, soprattutto considerando l’età e l’esperienza del protagonista.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.626 del settembre 2006

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