Julian Cope (x 3)

Non amo recensire un disco più di una volta, ovviamente per giornali diversi: l’etica professionale mi impedisce, come fanno/facevano colleghi “furbetti”, di riciclare un testo apportandogli solo minime variazioni e consegnarlo a più testate, e scrivere altro – si parla di forma, certo: sostanza e giudizio non possono cambiare – comporta fatica maggiore, proprio per il doversi inventare modi differenti di affrontare il medesimo tema. Però succede, per mille ragioni. E infatti, dragando il mio sterminato archivio, sono saltati fuori ben tre pezzi dedicati a Interpreter, un album bello e spesso trascurato del grande Julian Cope. Al tempo dell’uscita, AD 1996, lo avevo trattato prima su Rumore (nello stesso numero c’era pure un’intervista, un giorno la recupererò), poi per il Mucchio e infine, un mesetto dopo, per AudioReview; pur non pretendendo certo che le leggiate tutte e tre, mi pare carino riproporre, in ordine di stesura, le suddette recensioni. Di Julian Cope, se a qualcuno interessa, si può leggere anche qui e qui.
Cope copInterpreter (Echo) 1
Dopo diciott’anni di carriera discografica e altrettanti album all’insegna della più sfrenata, imprevedibile e contagiosa bizzarria, i dubbi sull’origine aliena di Sir Julian Cope erano ormai ridotti al lumicino. Non ci ha stupito più di tanto, quindi, la dichiarazione contenuta nell’ultimo singolo del grande eccentrico inglese, I Come From Another Planet, Baby: sì, lui viene da un altro pianeta. Lo stesso pianeta popolato da elefanti effervescenti, amici vegetali, nuvole di vino, cani a due teste e uomini-forbice dal quale Barrett, Hitchcock, Van Vliet, Erickson e Partridge sono giunti in cerca del Paese delle Meraviglie e dell’Isola che non c’è, trovandosi invece davanti una “palude dell’omologazione” dove loro, figli dello spazio, non riescono proprio a navigare. E sulle rive della quale vivono ignorati e spesso derisi dai più, ma amati visceralmente dai pochi che riescono a coglierne la particolare, esoterica sensibilità.
Metafore e personali deliri a parte (che volete farci, è colpa dell’atmosfera…), Interpreter” è un altro pirotecnico inno a una psichedelia intesa più come inclinazione all’avventura creativa che come (pur ampia) formula sonora: un approccio, questo, mirabilmente espresso in brani che traboccano ancora di allucinate fragranze Sixties e stordenti fantasie siderali, di pop “spostato” e funk deviante, la cui propensione all’inconsueto è rimarcata da titoli assurdi quali Since I Lost My Head, It’s Awl-Right, I’ve Got My TV And My Pills, Re-Directed Male e Planetary Sit-In. Follia? Senz’altro, ma con metodo, nelle complesse architetture musicali come nei testi intrisi di acuta ironia. Roba forte, insomma, addirittura all’altezza del penultimo, acclamatissimo “20 Mothers”? La risposta, direbbe Julian, è soltanto una: sì, no, forse.
Tratto da Rumore n.58 del novembre 1996

Interpreter (Echo) 2
A un anno di distanza da 20 Mothers, San Giuliano ha fatto un nuovo miracolo. Non ha ridato la vista ai ciechi o la parola ai muti, né tantomeno – da lui sarebbe un controsenso – ha restituito la sanità mentale ai folli, ma si è limitato a confezionare un’altra grande raccolta di canzoni pop bizzarre, surreali e imprevedibili; di quelle, per intenderci, che pur non scolpendo necessariamente il ritornello nella memoria dell’ascoltatore riescono ad ipnotizzarlo con le loro melodie spesso bislacche, a sorprenderlo con le loro stralunate architetture di arrangiamento, a impressionarlo con la loro pirotecnica, incontenibile genialità.
Coglie nel segno, Interpreter, e soprattutto diverte con la sua bubblegum music a base di chitarra, ritmiche, synth e voci strane che a tratti sembra uscita dalla penna di un Frank Zappa allegramente sotto acido. Piace con la sua scoppiettante (auto)ironia e si fa apprezzare con il suo impegno sociale ed ecologista, non trascurando di ricordare ogni volta che le circostanze lo consentono l’illuminata eccentricità del suo autore (due titoli per tutti: I Come From Another Planet, Baby, il singolo apripista, e il non meno esplicito Since I Lost My Head It’s Awl-right). Convince, insomma, mostrandoci un Julian Cope fedele al suo cliché di gianburrasca del pentagramma ma non schiavo del suo consolidato ruolo al punto di essere costretto a scimmiottarsi. E suscita ancora una volta simpatia e stima nei confronti di un personaggio al quale diciotto anni di carriera discografica e altrettanti album (antologie escluse) non hanno sottratto la voglia di osare, giocare e farsi beffe di un mercato del quale ha orgogliosamente deciso di rimanere ai margini. A lui chiediamo solo di rimanere se stesso, un folletto burlone sempre capace di dispensare lezioni di saggezza; e magari, visto che il suo futuro ci sta maledettamente a cuore, di sbancare ogni tanto le classifiche con uno dei suoi irresistibili hit.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.229 del 29 ottobre 1996

Interpreter (Echo) 3
È un Julian Cope sfacciatamente pop e sfacciatamente eccentrico, quello che tracima dai solchi di Interpreter. Un Julian Cope che gioca con ritmi, chitarre, mellotron e voci bizzarre per allestire un coloratissimo affresco di moderna psichedelia dove i temi abituali – il misticismo druidico, la difesa della natura, le droghe chimiche e non, gli extraterrestri, il sesso e quant’altro – sono ancora una volta trattati con personalità, estro e genuina follia in canzoni godibilissime a dispetto delle loro stramberie.
Interpreter è dunque, come quasi tutti gli altri diciannove album (antologie comprese) confezionati dal Nostro nella sua quasi ventennale carriera discografica, un ennesimo manifesto di genio e diversità; e Julian Cope, la cui essenza è in un certo senso perfettamente illustrata da titoli quali I Come From Another Planet, Baby e Since I Lost My Head, It’s Awl-Right, rimane un personaggio fuori dagli schemi del rock-biz ma non fuori da un mondo del quale – con le armi in suo possesso: gli strumenti, le liriche, la fantasia e l’ironia – ha scelto di denunciare e combattere le aberrazioni. Peccato solo che la sua Arte non venga sempre apprezzata come meriterebbe – basti pensare che la MCA italiana ha deciso di non distribuire Interpreter nel nostro paese, condannandolo di fatto ad una problematica reperibilità – e che il nome del lungocrinito folletto britannico, alla pari di quelli dei vari Barrett, Hitchcock, Partridge o Van Vliet, non appaia in vetta alle classifiche ma solo nei discorsi e nelle cronache di quanti lo hanno reso oggetto di un appassionato culto. A scanso di equivoci, comunque, una grande raccolta di bubblegum-music moderna, surreale e lisergica. Sterile, per non dire inutile, tentare di stabilire se essa sia più o meno creativa e ispirata di quelle che l’hanno preceduta.
Tratto da AudioReview n.166 del gennaio 1997

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