Io e Iggy

Mi rendo conto del fatto che il titolo possa sembrare un bel po’ tronfio e i contenuti idem, ma state tranquilli: è tutto spiegato, spero in modo convincente, all‘inizio dell‘articolo, senza dubbio inusuale ma, credo, simpatico anche e soprattutto per questa ragione; forse sbaglierò, ma ritengo che fra le cose che vi invogliano a leggermi ci sia pure il valore aggiunto dato dal mio vissuto personale nel grande circo del rock’n’roll. Per la cronaca, lo scritto faceva da corredo a una mia lunghissima retrospettiva sul frontman degli Stooges; chi fosse interessato troverà qualcosa di simile, dedicato a Kurt Cobain, qui; per l‘intervista del 2009 all’Iguana citata alla fine, che rimane per ora l’ultima, il link è invece nel testo.
Iggy Pop fotoReal wild child (trent’anni con l’Iguana)
Non sempre si riescono a fare le cose come si vorrebbero. Ad esempio io, al momento di mettermi a scrivere questo maxiservizio su Iggy Pop, avevo idee chiarissime: un unico pezzo storico-critico nel quale incastonare in modo pertinente piccole note autobiografiche legate ai miei trentacinque anni di rapporti diretti e indiretti con il front-man degli Stooges… non per autoreferenzialità gratuita, ma per offrire qualche aneddoto/spunto di prima mano, e di quelli che raramente si leggono in giro a proposito di un personaggio cruciale per il rock e ricco di fascino anche al di là della sua musica. Beh, quanti non scrivono per lavoro e/o diletto magari non capiranno come sia stato possibile, ma la faccenda mi è sfuggita di mano e l’articolo che programmavo da anni ha “autonomamente” preso una piega diversa, inadatta ad accogliere al suo interno quanto sopra senza farlo apparire una sfacciata forzatura. E allora, mi sono detto, perché non concentrarlo in una paginetta apposita, limitandomi a osservare la regola dell’ordine cronologico degli eventi?
Comincio allora, sconvolgendo i figli dell’era del “tutto disponibile e pure gratis, purché si abbia un computer”, raccontando che attorno alla metà degli anni ’70 gli album degli Stooges erano impossibili da trovare, e che per entrare in possesso dei vinili di The Stooges e Fun House – con Raw Power andò persino peggio – dovetti attendere provvidenziali ristampe francesi (“distribution WEA Filipacchi Music”, si legge in copertina) e muovermi da Roma alla volta del glorioso Contempo Records di Firenze, che aveva avuto la felice intuizione di importarne alcune copie. Tre anni più tardi, il 28 maggio del 1979, ebbi invece il primo “incontro ravvicinato” con l’Iguana, in Italia per il tour di New Values, grazie alla EMI, che aveva organizzato un pullman-stampa per la data di Parma e mi concesse un posto nonostante al tempo la mia attività professionale consistesse solo nella conduzione di un programma presso una radio privata. Iggy, fisico statuario ma altezza non superiore al metro e settanta, fece un ingresso da star nel salone del suo hotel riservato alla conferenza-stampa, e per l’intero meeting diede spettacolo con battute e atteggiamenti non sempre rispettosi; nulla, però, rispetto a quanto si sarebbe visto qualche ora più tardi al Palasport, quando l’Iguana – a seguire, strano ma vero, un set degli Human League prima versione – regalò all’attonita platea un esteso campionario del suo collaudato repertorio scenico (la cosa più impressionante: il cavo del microfono che, fatto ruotare vorticosamente, gli si avvolgeva attorno al collo quasi a strangolarlo). Assistere a una performance come quella a diciannove anni può cambiare la vita, e non a caso James Newell Osterberg è da quel giorno la mia icona r’n’r: un ruolo che fui piacevolmente obbligato a riconfermagli il 28 ottobre 1993, in occasione del formidabile concerto romano per la promozione di American Caesar, quando – già trentatreenne – non seppi resistere alla tentazione di riprovare il pogo e tornai a casa con due piccole ferite lacerocontuse e un occhio nero.
La prima vera intervista, per “Rumore”, mi toccò invece all’inizio del 1996 per Naughty Little Doggie: oltre all’eloquio forbito, mi colpirono molto la gentilezza, la lucidità e la simpatia del mio interlocutore, che il 10 luglio dello stesso anno si esibì di nuovo nella Capitale, sotto la Curva Sud dello Stadio Olimpico, nel contesto di una “maratona live” alla quale presero parte anche Paradise Lost, Bad Religion, Slayer, Sepultura e Sex Pistols. Mentre mi aggiravo nell’area backstage lo vidi tutto solo in un angolo e andai a chiacchierarci un po’, azzardando poi la richiesta della foto-ricordo che fu effettuata da un roadie: in essa, il mio volto è in pratica deformato da una smorfia di ilarità dovuta alla scoperta che, per provocare il sorriso, Iggy non pronuncia il classico “cheeeese” bensì il più appropriato (per lui) “cocksucker”. La giostra della memoria prevede poi, e la coincidenza è curiosa, la fermata a un altro 10 luglio, quello del 2004: al “Traffic Festival” ci sono i redivivi Stooges, e l’opzione “non prendere il treno per Torino” non è naturalmente contemplata. La situazione è resa dispersiva dal palco immenso e dalla folla oceanica, e Iggy non è al cento per cento per via di un problema a una gamba, ma in barba alle cinquantasette primavere il suo dinamismo resta notevole; ogni tanto, essendo la prima volta che lo si può fare, è comunque legittimo “distrarsi” concentrandosi sugli Asheton, senza dimenticare il membro onorario Mike Watt: un altro, seppur differente, sfoggio di coolness.
L’ultimo contatto risale a pochi giorni fa, in aprile, per parlare del sorprendente Préliminaires: al telefono, il Nostro ipnotizza con la sua voce profonda e pastosa e le sue parole scelte con cura, ricordando con affetto lo scomparso Ron e dichiarando la sua scelta di non confezionare più album r’n’r – “perché in quel campo non credo di poter mantenere il livello della mia produzione migliore”, spiega – ma di voler continuare, dal vivo, a essere quello che è sempre stato. “Finché ne sarò fisicamente in grado”, aggiunge. E se la ride, lasciandosi scappare un “fuck”.
Tratto da Mucchio Extra n.31 della primavera 2009

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