Negrita

Due settimane fa ho scritto per fanpage un articolo sui Negrita. Non quelli di oggi bensì quelli dell’inizio della carriera ufficiale, circa vent’anni fa, quando con dischi come Negrita e il mini Paradisi per illusi costituivano una sorta di alternativa “classic rock” a band quali CSI, Ritmo Tribale, Afterhours, Marlene Kuntz. Dopo quei due lavori ne era arrivato un terzo, XXX, molto apprezzato dal grande pubblico ma aspramente criticato da quei giornalisti – me compreso – che lo reputavano un’abiura delle premesse sulle quali la band aretina aveva fondato fino a quel momento la sua carriera. L’interessante intervista qui riproposta fu invece realizzata in occasione dell‘album uscito ancora dopo, Reset, che aveva riportato provvisoriamente i Negrita su qualcosa di molto simile alla “retta via”. Negrita fotoRiportando tutto a casa
Atmosfera all’inizio un po’ tesa, quella creatasi tra il sottoscritto e i Negrita: nel salotto dell’Hotel Clodio, tradizionale base di appoggio di molti musicisti di passaggio a Roma, si avvertiva infatti l’eco – non ancora spentasi, nonostante i due anni trascorsi – di una stroncatura del precedente album XXX pubblicata sulle pagine di Rumore. Per rompere il ghiaccio e instaurare subito un clima più disteso, comunque, è bastato non glissare sullo spinoso argomento e prendere il toro per le corna.
Qual è oggi il vostro punto di vista su XXX, e che cosa vi aveva spinti a quella svolta? Siete addirittura andati a New Orleans, per realizzare un disco che avreste potuto incidere dovunque.
Tutta la faccenda di New Orleans è stata fraintesa: molti hanno creduto che fossimo partiti per l’America allo scopo di ottenere chissà quale suono, ma in realtà noi cercavamo solo una struttura dove potessimo registrare e vivere nello stesso spazio. Carlo Rossi, che ha curato la parte tecnica assieme a Fabrizio Simoncioni, conosceva lo studio di Daniel Lanois, e poiché i costi erano più o meno gli stessi di quelli di un’analoga situazione italiana siamo finiti lì: anche perché, come non ammetterlo?, l’idea degli Stati Uniti era parecchio eccitante. Per quelli che erano i nostri intenti, comunque, XXX si sarebbe potuto fare anche a Pontedera.
America o non America, non si può negare che Negrita e Paradisi per illusi prospettassero un’evoluzione stilistica ben diversa da quella poi concretizzatasi in XXX.
Volevamo realizzare un disco molto più semplice e diretto, per comunicare anche con le persone che di norma non ascoltano il rock, ma purtroppo l’operazione di pulizia ci ha portati a banalizzare il nostro sound, anche se non in tutti i brani, a livello sia musicale che di testi. Avevamo constatato che tutti gli amici di Arezzo che ci erano stati vicini durante la nostra crescita non ci capivano più, e da qui è nata la convinzione che forse sarebbe stato il caso di esprimerci in maniera meno complessa, per arrivare anche a orecchie meno sopraffine di quelle del pubblico di nicchia. Siamo stati sciocchi, o forse presuntuosi, a credere di poter sterzare in modo così deciso senza subire conseguenze, ma il fatto che XXX sia stato comunque il nostro album più venduto vuol dire che, almeno a qualcuno, ha toccato le corde giuste.
Si trattava, però, di un altro genere di audience.
Magari sì, ma questo non significa che fosse un pubblico più stupido: c’è tanta gente normalissima, per la quale la musica non è una priorità, che si limita ad ascoltare la radio e che compra un disco o un libro o va al cinema solo occasionalmente.
La stampa non è stata molto tenera.
In effetti, no. Alcune recensioni ci hanno spiazzato, e anche se durante le fasi di preparazione ci accorgevamo del brusco stacco tra XXX e i suoi due predecessori, eravamo talmente dentro il lavoro che ormai non saremmo riusciti a tornare indietro. Non rinneghiamo nulla, ma le osservazioni ci hanno fatto riflettere e capire quali errori potevamo avere commesso.
Io Pocahontas me la farei è stato un bell’errore.
Sapevamo che quello era un pezzo a rischio, ma lo sbaglio non stava nel concetto di base – la visione di certe cose da parte di un ragazzo molto giovane – quanto nel suo sviluppo. Si fosse affrontato il tema con più attenzione o intelligenza, il brano sarebbe venuto meglio.
Con Reset, però, avete voltato pagina.
Senz’altro, anche se a ben vedere Reset è strettamente imparentato con XXX: è figlio del dispiacere provato in seguito alle critiche negative, ma anche del nostro voler proseguire, con maggiore maturità, sulla strada della semplificazione della nostra formula originaria.
Reset significa azzerare, ma il taglio con il passato non è netto. Anzi, in qualche modo le canzoni sembrano segnare un ritorno allo spirito dei vecchi Negrita.
Infatti non vuole essere un “ricominciare da zero”, né un tentativo di cancellare XXX. L’idea è quella di una sintesi del nostro primo ciclo, del quale fanno parte un album da gruppo rock energico e irruente, un “mini” di impostazione più sperimentale rispetto ai canoni dell’esordio e un terzo disco più morbido e facile. Abbiamo preso da ognuno dei tre lavori ciò che ritenevamo valido, capendo cosa ci viene più spontaneo fare e cosa ci piace di più: Reset è nato in una situazione di estrema tranquillità, anche se siamo stati molto critici verso noi stessi e abbiamo lasciato fuori i brani dei quali non eravamo più che sicuri.
La novità fondamentale di Reset è l’utilizzo delle tecnologie elettroniche. Com’è andata?
Le macchine ci hanno aperto nuovi orizzonti. All’inizio eravamo spaventati dall’idea di inserire, in un organico chitarre/basso/batteria/voce che funzionava alla perfezione, un computer che fino ad allora veniva utilizzato solo per compilare le fatture. Abbiamo evitato stravolgimenti eccessivi, e pur ascoltando e apprezzando artisti come Prodigy, Chemical Brothers e Fat Boy Slim abbiamo preferito studiare, e non copiare, esempi più vicini a noi come Smashing Pumpkins, Radiohead e R.E.M.: tutte band che, usando l’elettronica a mo’ di “lifting”, hanno arricchito e modernizzato le loro proposte senza per questo alterarne le componenti essenziali. Il computer è diventato una specie di sesto elemento, ma è rimasto un po’ dietro le quinte: non abbiamo campionato nulla da altri dischi o composto su un groove, ma abbiamo sfruttato le possibilità offerte dal digitale per tagliare e ricomporre parti suonate veramente da noi; in molte delle nuove canzoni gli schemi non si ripetono quasi mai: da una strofa all’altra ci sono variazioni armoniche e di arrangiamento, e questo rende l’ascolto molto più piacevole e interessante. Infine, abbiamo considerato il missaggio come processo creativo e non strettamente tecnico: non è casuale che per la prima volta abbiamo partecipato anche a questa fase, visto che in pratica si trattava di “suonare” il missaggio.
Ci sono stati altri cambiamenti?
Ultimamente abbiamo trasformato la nostra sala-prove in un vero e proprio studio, nel quale abbiamo potuto lavorare con la massima serenità; in pratica, la definizione dei brani si è svolta in parallelo alle incisioni, elaborando gli spunti e gli abbozzi fissati come basi di partenza. I pezzi nascevano e si modificavano man mano che registrazioni andavano avanti: in questa circostanza, tanto per smentire chi ci paragona ai Rolling Stones, siamo stati molto più Beatles.
Sempre riferimenti “antichi”, eeeh?
Ma no, era solo una battuta. Non ci va di apparire come una band di nostalgici, anche se non intendiamo affatto prescindere dai nostri gusti e dalle nostre radici: Reset, però, non vuole essere “solo” un disco di rock’n’roll, sebbene le sue radici affondino per forza di cose in quest’ambito.
Comunque vantate un’identità rock ben precisa, soprattutto sul palco. In che manira questi aggiustamenti di tiro peseranno sulla vostra resa live?
In verità non ci abbiamo ancora pensato a fondo. Da un lato ci farebbe piacere che un album il cui titolo deriva dal linguaggio informatico conservasse anche in concerto qualche connotato tecnologico, ma d’altro canto non vorremmo tradire la nostra concezione molto fisica e viscerale della musica. Fare largo uso del computer dal vivo significherebbe sacrificare alcune delle nostre doti migliori: le accelerazioni e i rallentamenti, le escursioni ritmiche, le improvvisazioni; ciò che più ci preme è non affossare la nostra energia, e quindi la soluzione può essere utilizzare il campionatore solo in alcuni brani – ovviamente quelli in cui ha maggior peso – oppure trovare un tastierista che lo suoni live.
Mi sembra che dopo la tempesta di XXX siate piuttosto fiduciosi a proposito del vostro futuro.
Sì, siamo maturati anche psicologicamente: la chiave di volta è stata concentrarci su quanto di buono abbiamo ottenuto e possediamo, senza preoccuparci di ciò che ci manca e potremmo magari avere. Un altro punto fondamentale è stato il rinnovo, per altri quattro album, del contratto con la Black Out/PolyGram: è importante poter contare su un certo tipo di appoggio, specie quando si è consapevoli di non essere il classico gruppo da classifica; eventuali affermazioni commerciali ci renderebbero felici, è naturale, ma avere le basi per proseguire nel proprio discorso è già una bella garanzia. Possiamo continuare a fare i dischi che ci piacciono, e se piacciono anche alla gente – come pare stia accadendo con Reset – è il massimo. Ora come ora, insomma, siamo soddisfattissimi.
Toglietemi una curiosità: dopo aver terminato XXX, vi sentivate altrettanto convinti?
Sinceramente, no, e lo stesso era accaduto, per altre ragioni, sia con Negrita che con Paradisi per illusi. Affrontare gli alti e i bassi ci è servito, oggi siamo più lucidi, sereni e fiduciosi; la determinazione, invece, è sempre stata una delle nostre qualità, come prova anche il fatto che siamo sopravvissuti a tante peripezie senza mai scioglierci né cambiare alcun componente. Crediamo che Reset sia un album chiaro e diretto come XXX, ma che rifletta in modo assai più efficace la vera essenza dei Negrita.
Siete stati spesso criticati per i testi. Cosa rispondete alle accuse di superficialità?
Possiamo solo dire che sono più profondi di quel che sembrano, e che è fondamentalmente sbagliato valutarli usando come termine di paragone quelli di artisti come Paolo Conte o i C.S.I., il cui approccio è molto più dotto. In Reset ci siamo esposti di più, cantando di cose anche molto personali, e credo (a parlare è Pau Bruni, NdI) che questo si senta; non voglio scrivere liriche “colte” perché non ritengo di esserne in grado, ma questo non significa per forza che io sia un ignorante o un cretino. Mi dà fastidio che la critica, specie quella più adulta, si aspetti sempre che da una band rock venga fuori chissà quale fenomeno letterario: per noi la massima “it’s only rock’n’roll but I like it” continua ad essere valida. Per molti autori cosiddetti impegnati, gli ermetismi e le frasi ad effetto servono solo a coprire i vuoti di sostanza: queste sono speculazioni con le quali noi non vogliamo avere nulla a che spartire, preferiamo dire chiaramente quello che pensiamo ed esporci con i nostri pregi e i nostri difetti.
Però in Reset siete stati più attenti.
Beh, non volevamo cadere nella trappola di un’altra Pocahontas: non a caso le liriche di Transalcolico, un brano che può essere interpretato come “un inno alla cirrosi libera”, sono state riviste allo scopo di ridurre al minimo il pericolo di fraintendimenti. Sebbene per noi le canzoni siano una cosa seria, non ci piace essere seriosi, e inevitabilmente ogni nostro disco contiene almeno un pezzo che può diventare oggetto di attacchi; per quanto si cerchi di essere coerenti con se stessi capita di pensare cose che normalmente non si pensano, ma visto che per noi la sincerità e la spontaneità contano moltissimo non ci va di soffocare questa nostra indole più “leggera”. Anche le cazzate, in fondo, fanno parte della vita di tutti i giorni, e a noi non dispiace l’idea di comunicare la sensazione di una giornata senza troppi pensieri. E poi, gli accusatori non devono dimenticarlo, è più facile scrivere di cose che fanno soffrire piuttosto che di ciò che fa star bene.
Nell’economia del suono Negrita, insomma, le liriche hanno un ruolo più importante di quanto normalmente si ritenga.
Hanno un peso fondamentale, un’ipotesi di brano non viene nemmeno presa in considerazione se prima non c’è un testo finito o almeno accennato a grandi linee. Se non conosciamo l’argomento della canzone ci capita anche di non riuscire a inventare le parti musicali, visto che per noi le parole e i suoni si influenzano a vicenda.
Come vi siete trovati, invece, ad affrontare un’esperienza di tutt’altro genere come la realizzazione della colonna sonora di Così è la vita di Aldo, Giovanni e Giacomo?
Noi subiamo l’influenza di cìò che vediamo, e quindi lo scrivere per immagini non è una scelta ma una inevitabile predisposizione. La prospettiva della colonna sonora, benché nata in modo casuale, è stata molto stimolante, perché ci ha offerto la possibilità di uscire dalla forma canzone e cimentarci con qualcosa di diverso: un commento e un accompagnamento musicale a situazioni pensate e realizzate da altri invece che da noi stessi.
Mama Maé e Hollywood, le uniche due canzoni dello score, sono state concepite per l’occasione?
No, esistevano già da prima, come era stato per Ho imparato a sognare in Tre uomini e una gamba. Tutti gli altri episodi sono stati invece composti, in vari momenti, durante la realizzazione del film.
Non vi siete stupiti dell’offerta ricevuta, considerato il genere di cinema di Aldo, Giovanni e Giacomo?
In effetti, all’inizio, non ci vedevamo granché nei panni di autori di musiche per un film comico, ma dopo aver letto la storia – leggera, ma dotata di una sua profondità – la cosa ci è parsa molto meno strana. Non avremmo mai scritto qualcosa di buffo, adatto magari per un film dei Vanzina, ed eravamo un po’ preoccupati del fatto che magari Aldo, Giovanni e Giacomo si aspettassero da noi soluzioni alla XXX. Non ci siamo posti il problema che la colonna sonora rispecchiasse in qualche modo i contenuti di Reset, ed alla fine il risultato è stato abbastanza classico ma anche eterogeneo: ogni brano rappresenta una sfaccettatura dei Negrita, e questo si adatta perfettamente a un lungometraggio che però è costituito da tante piccole gag legate tra loro.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.339 del 16 febbraio 1999

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