The Men

A un anno e spiccioli dalla sua uscita su carta, recupero con grande piacere la recensione di un disco secondo me notevole, imperdibile soprattutto per quanti hanno vissuto la magnifica stagione del miglior rock degli Ottanta. Fra l’altro, è uno dei quindici titoli che ho inserito nella mia Playlist del 2014; in tempo reale, fra Blow Up e AudioReview, ho scritto di dieci di essi, e questo era l’unico la cui recensione non fosse disponibile qui sul blog.

The Men copTomorrow’s Hits
(Sacred Bones)
Non che ci fossero ancora dubbi, ma i Men che a cavallo degli ultimi due decenni distribuivano calci nei coglioni con il loro punk-noise di rara abrasività e ferocia – quelli dei primi due album, Immaculada e Leave Home – non esistono più. Un male? No davvero, visto che prima Open Your Heart (2012) e poi New Moon (2013) hanno fissato le coordinate di un percorso se vogliamo più interessante, dove il quintetto di Brooklyn ha attenuato la propria grinta senza soffocarla del tutto ma mettendola al servizio di un sound aperto a influenze diverse: il country (non a caso nell’organico c’è uno specialista della lap steel guitar), certo psycho-pop, il surf, un classic rock più o meno punkizzato.
Tomorrow’s Hits ribadisce il “nuovo” intento della band con otto brani ispirati, vivaci ed eclettici, all’insegna di un r’n’r coinvolgente sia quando i ragazzi pigiano sull’acceleratore (è casuale, ma episodi quali Different Days, Pearly Gates o Going Down evocano il magico underground australiano degli anni ‘80), sia quando i ritmi rallentano e le trame perdono in densità e acquistano in appeal melodico. Piace in special modo, del gruppo di Mark Perro e Nick Chiericozzi, la capacità di evitare gli eccessi di raffinatezza, nonché quella leggera “indolenza” che ne rivela la natura di rocker duri e puri, tutti cuore e sudore nonché privi di qualsivoglia fighettismo. Il suono è un altro, ma l’attitudine sembra la stessa che in giorni purtroppo lontani guidava formazioni magnifiche come Replacements, Dream Syndicate, Fleshtones o Wipers: solo fottuto rock’n’roll devoto alle radici, ma che fa star bene e che costringe a saltellare per la stanza brandendo chitarre immaginarie.
Tratto da Blow Up n.190 del marzo 2014

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