Alan Sorrenti

Anche se sono passati nemmeno tre anni, non ricordo proprio per quale ragione specifica realizzai questa breve intervista ad Alan Sorrenti; rientrava comunque nel discorso di uno di quegli articoli cosiddetti trasversali che uniscono assieme cose diverse ma in qualche modo “compatibili”, per affrontare più sfaccettature dello stesso tema. Forse si parlava di anni ‘70, ma di riprendere il giornale in cui apparve proprio non mi va: più passa il tempo, e più i miei ultimi tre/quattro anni di Mucchio mi appaiono nella memoria come uno dei più brutti periodi che mai abbia vissuto. Troppo preoccupato di eventuali, futuri inferni non mi accorgevo neppure che ero già finito nelle Malebolge.
Sorrenti 1978Nella prima metà dei Settanta, Alan Sorrenti era sulla bocca dei cultori del progressive grazie a due splendidi album – Aria, 1972, e Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto, 1973 – sospesi tra folk, psichedelia e avanguardia. Nel 1977, dopo due LP di passaggio, il barbuto sciamano che parecchi vedevano non a torto come “il Tim Buckley italiano” è irriconoscibile: ripulito, infighettito e in vetta alle classifiche con il pop in chiave disco di Figli delle stelle (45 e 33 giri), cui a breve faranno seguito altri singoli di rilevante successo internazionale, Tu sei l’unica donna per me e Non so che darei. Nei tre decenni trascorsi da allora, l’oggi sessantaduenne artista napoletano si è ritagliato, fra varie vicissitudini anche personali, uno spazio molto marginale nella scena, senza però abbandonare la musica: un nuovo album che ha l’intento di “unire lo spirito sperimentale a quello pop” è stato annunciato entro il 2012, ed è proprio durante la sua lavorazione che lo abbiamo raggiunto, chiedendogli qualche lume su quei suoi ‘70 segnati da una metamorfosi spiazzante. Per essere sicuro di utilizzare le parole più idonee, Alan ha voluto rispondere alle mie domande con un’e-mail “scritta al mattino con carattere MarkerFelt-Thin a bordo della Freccia Salerno-Roma, ascoltando The Piano di Michael Nyman e Blood Pressures dei Kills”. Intrecciate in un unico flusso narrativo, le delucidazioni fanno apparire i mutamenti del tutto spontanei, quasi senza cesure.
Uno dei compiti dell’artista è interpretare e spesso anticipare i tempi, ma questo non può avvenire a livello razionale: pertanto le mie scelte non hanno una spiegazione logica precisa o almeno, in alcuni casi, non una sola. Nella prima fase dei ‘70 il mio cuore rivoluzionario mi spinse a interpretare i tempi, la voglia di cambiamento che era nell’aria e che si infiltrò in tutte le tracce del mio esordio, Aria. Bisognava volare perché davanti a noi apparivano nuovi orizzonti puliti e parallelamente dentro di noi si svegliava la voglia di scoprire la nostra spiritualità latente. Credo che fosse anche la forza della giovinezza che si è sempre manifestata in modi diversi in ogni nuova generazione. La purezza di quella rivoluzione umana dei primi Settanta fu poi gradualmente manipolata dalla razionalità politica, quella che non si cura della felicità della gente, e cominciò a tingersi di grigio, un colore che accetto solo a Londra. La mia musica vedeva invece luce e colori, e voleva trasmettere gioia… desideravo fortemente che tutti, anche i più semplici e non necessariamente i cultori di musica ricercata, provassero gioia ascoltando la mia; fu un processo naturale di realizzazione, ma questo mio desiderio non poteva materializzarsi in Italia e ci furono quindi prima l’Africa e poi l’America, specie Los Angeles. Contrariamente a quanto si pensa, la seconda fase è stata quella in cui la mia musica ha – credo – anticipato i tempi: i giorni di Star Wars, la voglia di immaginazione e di vivere con più ritmo e leggerezza, un’epoca di conseguenza anche più consumistica. Nacque così Figli delle stelle, che fu il risultato di un’illuminazione parziale: la sintesi del mio viaggio cosmico in confezione tascabile e il messaggio per le generazioni future”.
Una crescita personale, insomma, unita alla reazione – sotto forma di fuga – al grigio degli anni di piombo. “Ora capisco meglio l’insofferenza che sfociò nella rivolta armata, perché sono più consapevole della corruzione, manipolazione e ingiustizia che oggi imperversano in modo vergognoso dovunque e maggiormente – direi – negli strati alti, da dove invece dovrebbe venire invece l’esempio di una condotta di vita ispirata al bene delle gente comune. Allora c’era chi vedeva già affacciarsi questa minaccia e per contrastarla ha scelto la violenza. Io sono convinto, invece, che solo una rivoluzione umana portata avanti da ognuno di noi nel nostro angolo sociale – con fede, coraggio e buon senso – può produrre un vero cambiamento”. Una visione un po’ “new age”, figlia del buddismo cui Sorrenti è legato, rispecchiata anche da grafica e contenuti del sito ufficiale http://www.alansorrenti.com. Riflettendoci un minimo, i mondi di Vorrei incontrarti e Figli delle stelle sono – almeno concettualmente – molto meno lontani di quanto sembri.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.695 del giugno 2012

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Categorie: interviste | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Alan Sorrenti

  1. Anonimo

    Riflettendoci un minimo, i mondi di Vorrei incontrarti e Figli delle stelle sono – almeno concettualmente – molto meno lontani di quanto sembri.
    Detto da Yogurt di Spaceballs potrebbe anche suonare plaurisibile

  2. Yuri Buccino

    Sapevo dello storico change di Sorrenti ma mi son sempre chiesto che tipo di scaletta facesse poi ai live.

    • Una bella domanda. Ammetto di non aver visto nessuno dei suoi concerti dell‘epoca, proverò a indagare.

      • Yuri Buccino

        Grazie Federico. Io pensavo ad una divisione tipo: il repertorio commerciale nelle feste di paese, quello prog nei club cittadini. Ma è un’ipotesi campata in aria. Ciao!

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