Entrance – Lekman – Hinson

Fu una serata niente male, quella che quasi dieci anni fa vide assieme Entrance, Jens Lekman e Micah P. Hinson, che al tempo erano quasi sconosciuti. A memoria non avrei saputo aggiungere altro; meno male che, a fornire i dettagli, c‘è questa mia concisa ma puntuale cronaca dell‘epoca.
live Hinson fotoCircolo degli Artisti (Roma, 25 aprile 2005)
In una primavera capitolina ricchissima di appuntamenti live di rilievo, la serata offerta dal Circolo degli Artisti nel giorno del sessantesimo anniversario della Liberazione non ha purtroppo richiamato – nonostante il prezzo “popolare” del biglietto – la quantità di pubblico sperata: che la colpa sia dei troppi esborsi dei giorni precedenti, del tempo un po’ così, del lunedì festivo o della diffidenza verso nomi ancora di culto, il dato di fatto è che i circa duecentocinquanta presenti hanno assistito a un ottimo concerto, vario quanto basta per non risultare pesante ma comunque all’insegna di una sostanziale coerenza stilistico-espressiva. Non poteva essere altrimenti, visto che sul palco del club di Via Casilina Vecchia si sono susseguiti tre esponenti di rilievo del nuovo cantautorato figlio da un lato delle solite radici e dall’altro di un’attitudine indie più o meno sghemba e stranita.
L’onore e l’onere dell’apertura è toccato al più “storto” della compagnia, Guy “Entrance” Blakeslee, che per circa mezz’ora ha scaldato la platea con il suo blues scarno e visionario, il cui effetto straniante era accentuato dalla ieraticità della posa del musicista americano (per gli amanti delle definizioni, una sorta di Devendra Banhart più mistico e “primitivo”). È stata quindi la volta dello svedese Jens Lekman, accompagnato da una band per 4/5 femminile e autore di una performance dove i riferimenti al folk-pop più classico – in qualche modo sottolineati da tastiere e archi – si intrecciavano con quelli a gruppi anni ‘80 come Monochrome Set e Smiths, in una briosa e coinvolgente sequenza di canzoni ben incentrate sulla carismatica “leggerezza” del leader. Fin qui, piena conferma delle (pur elevate) attese. Ha sorpreso invece in positivo Micah Paul Hinson, fisionomia ultranerd e tempra da autentico trascinatore, che si è prodotto in uno show di rara intensità fisico-emotiva: ora più pacato e ora quasi delirante, ma sempre magnetico e sofferto, il folk-rocker del Tennessee ma texano d’adozione si è ribadito promettentissimo allievo di una scuola “country-noir” un po’ deviata che annovera tra i suoi docenti mostri sacri come Johnny Cash e Tom Waits. Tutto molto bello, insomma, anche se non si può non rimarcare come uno spettacolo di tale livello avrebbe meritato una platea più ampia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.611 del giugno 2005

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