Eels

Da un bel pezzo Mark Oliver Everett è un personaggio assai noto, almeno per quanti seguono con un minimo di attenzione la musica più o meno a metà strada fra circuito ufficiale e alternativo. Non era così nella seconda metà degli anni ‘90, quando il musicista americano esordiva su disco “nascosto” dietro un‘identità da band, a seguire due oscurissimi album pubblicati a nome E. Dall‘archivio, ecco le mie recensioni dei primi due lavori d(egl)i Eels; non fu granché difficile capire che era nata una stella.
Eels copBeautiful Freak (Dreamworks)
Dei tanti album di debutto approdati negli ultimi mesi ai nostri avidi lettori CD, questo degli sconosciutissimi Eels è senza dubbio uno dei più intriganti. E dei più belli, a cominciare dalla surreale, inquietante immagine di copertina per proseguire con un titolo da interpretare come fiero proclama di diversità.
Sono davvero diversi, gli Eels. Se non da qualsiasi cosa finora ascoltata (l’influenza dei Beatles psichedelici è in fondo piuttosto evidente, anche se le sue interpretazioni dicono di un approccio abbastanza anomalo alla materia), almeno da buona parte della musica che oggi va per la maggiore. E sono bravi – anzi: bravissimi – nel loro proiettarsi in una continua ricerca di trame melodiche rarefatte, soffici e avvolgenti, ma anche oblique e quasi mai lineari, dove il ricorso al campionamento non soffoca la tradizionale strumentazione chitarra-basso-batteria ma ne amplifica, al contrario, la pacata e contorta espressività; una formula alla cui perfetta, visionaria riuscita contribuisce in modo determinante la voce dell’enigmatico “E”, capace di ammaliare, ipnotizzare e trascinare pur limitandosi quasi sempre al sussurro.
Eccellente lavoro, “Beautiful Freak”. Geniale, addirittura, oltre che ricco di canzoni forse difficili da canticchiare (anche se un paio di refrain, a dire il vero, riescono subito a scolpirsi nella memoria) ma di sicuro in grado di lasciare una traccia profonda nella mente e nel cuore. Ai più entusiasti tra di voi, il compito di stilare una graduatoria qualitativa tra gioielli quali Novocaine For The Soul, Rags To Rags, la title track, Not Ready Yet o Your Lucky Day In Hell; ai più scettici, l’onere non meno gravoso di trovare il proverbiale pelo nell’uovo. A tutti gli altri, che alla musica chiedono solo emozioni e suggestioni, la certezza di quarantaquattro minuti di autentico lirismo.
Tratto da AudioReview n.165 del dicembre 1996

Electro-Shock Blues (Dreamworks)
Come si ebbe a dire un paio d’anni orsono a proposito dell’album di debutto Beautiful Freak, gli Eels di Mark Oliver Everett (in arte “E”) sono diversi da qualsiasi altro gruppo in circolazione. È vero che si rifanno alla psichedelia, intesa però come veicolo di apertura mentale e sonora e non come ennesima barriera stilistica, ed è vero che in più di una circostanza i loro cocktail di melodie oblique e arrangiamenti stralunati richiamano alla mente i Beatles (quelli lisergici, naturalmente), ma negare la prorompente personalità del gruppo – e quindi la sua capacità di far vivere avventure musicali ed emotive davvero fuori dal comune – significherebbe peccare di grave superficialità o peggio ancora essere in malafede.
Scoppia di ispirazione ed eclettismo, Electro-Shock Blues, così come di una cupissima autoironia che le liriche di brani (peraltro accattivanti) quali Elizabeth On The Bathroom Floor, Going To Your Funeral o Cancer For The Cure non mancano di evidenziare, e conquista con le sue quattordici nenie ipnotiche e visionarie, segnate dalla sofferenza ben più di quanto non dicano le loro armonie soffici e le loro parole modulate con delicatezza. E non è difficile, almeno conoscendo le luttuose vicende che hanno segnato la recente vita del leader della band (suicidio della sorella e malattia in fase terminale della madre) leggere in queste atmosfere così intimiste e toccanti, eppure mai depresse o deprimenti, una funzione catartica e un bisogno di guardare al domani. La vera Arte, si sa, si nutre spesso di dolore, e quello patito da “E”, purtroppo per lui, basta e avanza per fornire nutrimento ad almeno un’altra mezza dozzina di capolavori.
Tratto da AudioReview n.187 del dicembre 1998

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