Grandaddy (live ’00)

Non mi ricordo proprio perché mi trovassi a Londra, il 12 aprile del 2000, e andare a cercare le vecchie agende è al momento un po‘ complicato. Suppongo che ci fossi andato per intervistare qualcuno, anche se la memoria mi fa propendere per una trasferta-lampo organizzata dalla casa discografica proprio per assistere al concerto dei Grandaddy. Già, in tempi di vacche più o meno grasse accadevano cose così, e se penso a quante me ne sono fatte sfuggire per colpa del lavoro e/o della pesantezza di culo… beh, mi prende un po‘ male. A giudicare dalla mia cronaca, nel caso specifico l‘esibizione non fu epocale, ma dato che di sicuro avrò approfittato della mia permanenza in Albione per procacciarmi dischi e libri, è andata ugualmente benissimo.
live Grandaddy fotoDingwalls (Londra, 12 aprile 2000)
Il Dingwalls è un celebre club rock situato nella parte Nord di Londra, a due passi dalla stazione della metropolitana di Camden Town: un’ampio stanzone con il soffitto basso e il pavimento in legno ai cui estremi si fronteggiano il lungo bancone del bar e il palco – alto sì e no cinquanta centimetri e di dimensioni piuttosto ridotte – riservato alle esibizioni. Davanti allo stage ci sono una ventina di metri quadri a disposizione per i più scatenati e/o affezionati, mentre chi preferisce una situazione meno costipata e più tranquilla ha la possibilità di seguire lo spettacolo dalle balconate (neppure un metro di altezza, comunque) che circondano per tre lati l’area più calda. Una situazione ideale per vivere un concerto, nonostante il volume tutt’altro che poderoso e la temperatura resa ancor più calda dalla birra ingerita.
Preceduti dagli Hobotalk, un gruppo country-oriented capace ma anche non molto personale, i Grandaddy aprono le danze poco prima delle 22, ma lo fanno con quell’aria pigra e indolente – tipica di molte band dello stesso ambito musicale – che manterranno per l’intero show: il leader Jason Lytle – cappello da baseball calato sugli occhi e sguardo costantemente in basso – e i suoi compagni si limiteranno infatti a suonare i loro strumenti, senza concedere nulla all’entusiasmo né tentare di instaurare rapporti più caldi. Nonostante il cattivo funzionamento di una delle tastiere sottragga al suono qualche importante sfumatura, il pubblico dimostra comunque di gradire la post-psichedelia pavementiana proposta dall’ensemble californiano, sia nei brani del vecchio Under The Western Highway e sia in quelli (ancora sconosciuti ai più) del nuovo album The Sophtware Slump: una psichedelia per lo più torpida ma qua e là più accesa sul piano ritmico e senz’altro affascinante nel suo abbraccio di sussurri, chiaroscuri e suggestioni magnetiche. Il dovere professionale impone però di osservare che i Grandaddy in versione live non hanno messo in mostra – almeno in questa circostanza – la magia delle performance di studio, e che forse i circa trecento presenti avrebbero meritato qualcosa di più di un’oretta di musica…… ma quelle della stralunata congrega di Jason Lytle rimangono in ogni caso grandi canzoni, da non farsi sfuggire.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.395 del 2 maggio 2000

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