House Of Love

Un tempo, quando informare era fondamentale perché la Rete non esisteva, le enciclopedie si occupavano solo di artisti famosi e la stampa internazionale centellinava i dati nudi e crudi, gli articoli si facevano per lo più così: in forma di biografia e incastonandovi note critiche e osservazioni anche molto personali. Bisognava in primis raccontare e “spiegare” la musica, perché i dischi si acquistavano quasi sempre senza avere la possibilità di ascoltarli, e fornire notizie su carriera e prodotti in commercio; poi, se se n‘era in grado, si poteva provare a essere troppo didascalici – insomma: a non rompere eccessivamente i coglioni – inserendo “altro” con il rischio di eccedere in autoreferenzialità e/o deliri. Al tempo di quest‘articolo sugli House Of Love, che amavo con tutto il cuore e che amo tuttora (qui la recensione del loro album del 2013, finora unico frutto della seconda reunion), lo ammetto, un po‘ mi feci prendere la mano. E il bello, per così dire, è che questo non bastò a evitare la rottura di palle.
House Of Love fotoNon è esattamente un ragazzino, Guy Chadwick, anche se le sue canzoni tradiscono mai sopite fantasie adolescenziali e un amore per i Sixties tanto romanticamente “sentito” da far credere che il magico decennio sia stato da lui vissuto a un‘età certo meno verde di quanto non sia realmente accaduto. La sua band, House Of Love, è da tempo indicata dalla stampa come una delle sicure promesse del rock inglese dei Novanta, e anche se il passaggio dalla teoria alla prassi è stato sinora costellato di imprevisti, non è azzardato affermare che il Fato salderà prima o poi i suoi debiti. Leader del gruppo nel senso più assoluto del termine – canta, suona la chitarra e scrive tutti i brani – Chadwick ha senza dubbio i numeri necessari per imporsi: una grande voce, un’aura di carisma assai accentuata a dispetto di un look anonimo, una fisionomia a metà fra il primo Sting e Julian Cope e soprattutto un brillantissimo talento compositivo che lo ha guidato alla stesura di almeno una manciata di canzoni pop che, se avessero ottenuto adeguati riscontri di pubblico, sarebbero state investite della qualifica di “epocali”. A dare a Chadwick e compagni il meritato posto al sole dovrebbe comunque provvedere House Of Love, il secondo “vero” album dell‘ensemble (che taluni hanno battezzato Fontana, come il sottomarchio della Phonogram che l‘ha immesso sul mercato lo scorso febbraio): un disco di raro fascino e freschezza, con la sua delicata magia pop appena venata di psichedelia e con la travolgente forza evocativa di molti suoi episodi. Le poesie musicate degli House Of Love – provare per credere – non scorrono suscitando suggestioni soltanto epidermiche, ma conoscono la via – segreta ai più – per giungere direttamente al cuore. Avviluppandolo in una morsa di estatica malinconia e nello stesso tempo di gioia, di rimpianto ma anche di speranza, di quel sentimento agrodolce che si prova, ad esempio, ripensando a un amore che la vita ha voluto strapparci, senza un vero perché. E povero, davvero povero nelfanimo, chi non ha la sua Christine – o la sua Antonella, la sua Francesca, la sua Patrizia – da rimpiangere quando il ritmo vorticoso dell‘esistenza si rallenta, lasciandolo per qualche attimo solo con se stesso.
Già nel debutto a 12 pollici degli House Of Love, Shine On – edito alla Creation in tremila copie e oggi ricercatissimo dai collezionisti – sono spontaneamente messi in risalto gli elementi di fondo dell’immaginario di Chadwick, quelli che ricorrono assai spesso, in modo più o meno evidente, nei testi dell‘ensemble: il breve, tormentato periodo di passaggio fra giovinezza e maturità e la rassicurante presenza di un Dio da invocare in caso di bisogno. Il tutto, è chiaro, sovrastato ~ in quest‘occasione, però, in modo tutt‘altro che pressante – dal tema dell`amore, inteso sempre nel suo significato più puro e idealistico e mai “corrotto” dalla carnalità. Anche sotto il profilo sonoro, Shine On funge da ideale manifesto delle stile della band: la title track, con le sue efficaci melodie, il suo ritornello di sicura presa, le sue chitarre guizzanti e il suo canto celestiale, ne incarna la vena “pop” più dinamica e accattivante, mentre gli altri due brani ne offrono il volto più soffice e introspettivo, quello delle ballate leggiadre e carezzevoli.
A Shine On gli House Of Love erano arrivati circa un anno dopo la loro aggregazione, avvenuta in quel di Camberwell nell‘estate del 1986; con Guy Chadwick, chitarra e voce, erano il bassista Chris Groothuizen, il batterista Pete Evans e altri due chitarristi, Terry Bikers e la giovane tedesca Andrea Heukamp, dimissionaria all‘inizio del 1988 (suo e il canto solista in The Hill, pubblicata come retro del terzo singolo, Christine). Dei cinque, solo il leader poteva vantare una certa esperienza, avendo già suonato nei misconosciuti Kingdom (un 45 giri su Regard e un accordo con la RCA mai concretizzatosi in alcunché di tangibile), ma ciò nonostante – grazie alle strutture meravigliosamente naïf e all‘innegabile impatto emozionale di Shine On – il gruppo non tarda ad attirare su di sé le simpatie degli addetti ai lavori e del pubblico più attento a quanto emerge in ambito underground.
A bilanciare il mezzo passo falso di un secondo EP discreto ma nulla più – e comunque più convincente in Plastic e Nothing To Me che nel lato A, Real Animal – che avrebbe potuto compromettere l`ascesa di Chadwick e compagni, provvedono fortunatamente un congruo numero di eccellenti (e applauditissimi) concerti e un nuovo mix – il già citato Christine, diffuso sul mercato ancora dalla Creation nel marzo del 1988 – che con il suo perfetto equilibrio fra solennità e immediatezza dimostra come non fossero in errore quanti avevano avvertito, con le poche tracce a disposizione, le grandi qualità dell‘ensemble britannico. E l‘atteso esordio a 33 giri, di alto livello anche se non irresistibile come auspicato dai fan più accesi, offre piena e definitiva conferma del valore degli House Of Love, sublimi artigiani di musiche ricche di pathos, feeling e spessore pur nella loro aria apparentemente disimpegnata; oltre a Christine, sono Man To Child, Love In A Car, Happy e Touch Me a colpire con maggiore intensità, mentre tutto l‘album impressiona con le sue eleganti trame elettroacustiche, con le sue atmosfere profumate di sognante psichedelia, con la sua fragranza pop dalla quale è davvero difficile non essere conquistati. Vera e propria strage di cuori fa, tanto per ribadire il concetto, anche Destroy The Heart, nuovo 12 pollici interamente inedito realizzato in chiusura d‘anno, che funge da epitaffio al rapporto con la Creation; il quartetto, ormai giunto a buoni livelli di popolarità, ha infatti bisogno di appoggi pratici più imponenti, e è lo stesso Alan McGee, boss dell‘etichetta nonché personal manager della band, a trattare con esito positivo l‘ingaggio dei suoi pupilli da parte della Fontana/Phonogram.
Da Destroy the Heart al debutto vinilico per la nuova label trascorrono otto mesi, troppi per una scena iperattiva e spietata come quella d‘Oltremanica; per di più, il singolo in questione risulta deludente per fan, discografici e autori. Non che Never – sulla cui copertina appare in primo piano un Guy Chadwick assorto, e sullo sfondo un qualcosa che somiglia maledettamente al Colosseo – sia orribile, beninteso, ma certo gli estimatori dell‘ensemble erano autorizzati a pretendere qualcosa di più di una piacevole e sdolcinata canzoncina dalla ritmica dance e dal testo infarcito di luoghi comuni. La cattiva accoglienza riservata a Never – un banale incidente di percorso e nulla più, vista con il senno di poi – è sufficiente ad acuire una grave crisi interna, le cui prime avvisaglie si erano già manifestate all‘epoca della realizzazione del primo album; dopo essere stati costretti più volte a rimandare le session per il nuovo 33 giri e dopo aver trascorso quasi tutto il 1989 in una situazione abbastanza statica, gli House Of Love pubblicano infine I Don‘t Know Why I Love You, che oltre a costituire una inconfutabile rinascita artistica sfiora di un soffio i Top 40. I buoni auspici, comunque, non bastano a far desistere Terry Bikers dal proposito di abbandonare i compagni, che si traduce in realtà all‘indomani del completamento del secondo LP (The House Of Love, ancora, o Fontana? L‘enigma permane) nel quale, a detta di Chadwick, il chitarrista aveva ricoperto un ruolo tutt‘altro che preminente, limitandosi a fare il suo dovere senza intervenire a livello creativo. A tempo di record il secessionista viene sostituito da Simon Walker, che nelle numerose date di inizio 1990 supera brillantemente l‘esame del palco dal punto di vista sia tecnico che scenico. Intanto, come anticipazione dell‘imminente album, la Fontana – in perfetto accordo, è chiaro, con la band – dà alle stampe una nuova versione di Shine On, criticata da alcune frange di fan oltranzisti a causa dei suoi arrangiamenti più raffinati e dell‘accresciuto peso ritmico; davvero assurdo, perché il pezzo, mantenendo inalterata la sua bellezza compositiva, fotografa nitidamente l‘evoluzione degli House Of Love. Certo, l‘originale era più spontaneo con la sua carica grezza e il suo aspetto “povero”, ma perché negare a un brano di così elevata caratura la possibilità di spopolare nelle charts?
E ora, mentre gia si annuncia l‘ennesimo 45 giri (del quale la rinnovata line-up ha gia inciso i retri), il secondo LP è finalmente disponibile; al suo interno, le facciate A degli ultimi tre singoli e due episodi (Hedonist e Blind) già apparsi in passato in diversa veste, più sette canzoni assolutamente inedite. E alcune di esse, dall‘iniziale Hannah all‘eterea Beatles And The Stones, da Someone‘s Got To Love You” (che potrebbe appartenere al Julian Cope di Fried) a In A Room, sono la miglior risposta alle scetticismo dei disfattisti. Ad appassionare, più che i brani elettrici e incalzanti, sono le ballad aggraziate e visionarie, che suggeriscono paragoni affatto illeggittimi con i Jesus And Mary Chain più intimisti e vellutati: e questo, è ovvio, perché entrambe le band si sono abbeverate alla medesima fonte ispirativa, quella dei maestri Velvet Underground.
Gli House Of Love non tentano furbescamente di scalare le classifiche adattandosi al gusto del pubblico. E non sono neanche, come molti altri, ipocriti che solo apparentemente non danno importanza a parole quali “successo” e “guadagno”. Guy Chadwick, invece, è un sincero “cantore del sentimento” che non ha timore di esternare ciò che alberga. nel suo spirito di uomo da sempre abituato a scavare nella propria coscienza alla ricerca di verità e risposte. Anche se, magari, non ha idee precise su quali siano le domande, e più di una volta dichiara candidamente di non sapere qualcosa (“perché ti amo”, “perché questo mondo è cosi lontano”) e di non potere fare qualcosa. Nel meraviglioso, ipnotico refrain di Hannah, Chadwick apre il cuore rivelando, con tutto il fervore dell‘assoluta franchezza, “this is not my sky”, “questo non e il mio cielo”. L‘augurio, amico Guy, è che tu possa trovare l‘infinito dove continuare a librarti, vegliando magari su di noi – e mi perdonino quanti, non conoscendo il Richard Bach di Illusioni, non afferreranno il riferimento – come un Messia che non riesce a spogliarsi della sua cronica riluttanza.
Tratto da Velvet n.19 dell‘aprile 1990

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