Lloyd Cole

Finalmente ho trovato il tempo di scansionare e convertire in file word un po‘ di materiale anni ‘80, quello scritto con la mia Olivetti prima dell‘avvento dei computer casalinghi. Il mio archivio in digitale parte da circa metà del 1996 (avrei qualche altro anno di pezzi in wordstar e su floppy-disc, ma recuperarli è un casino) e, insomma, sono circa diciassette anni di lavoro che almeno per il 90% non ho ancora riportato alla luce; lentamente ma inesorabilmente lo farò. Rileggo oggi quest‘intervista del 1986 a Lloyd Cole, che oggi è un po‘ (tanto) dimenticato ma che trent‘anni fa era una star, e mi sorprendo di quanto fossi pedante anche con i miei artisti preferiti oltre che quand‘ero solo nella mia stanza davanti ai fogli da riempire. Era però un altro mondo e una maniera diversa di fare giornalismo… un tema, questo, sul quale prima o poi mi toccherà dilungarmi in modo organico.
Cole fotoLa data: 1 febbraio 1986. ll luogo: una Roma che è appena sopravvissuta alla pioggia più torrenziale che l‘abbia colpita da un secolo a questa parte. L‘occasione: intrattenersi a quattr‘occhi con Lloyd Cole, evitando deliranti conferenze-stampa e inutili interviste-lampo. Venticinque anni compiuti il giorno prima, apparentemente schivo ma in realtà cordiale e disponibilissimo, Lloyd Cole non ha proprio l‘aria della rockstar: occhiali da vista con montatura nera di tartaruga, consunto giubbotto jeans e capelli arruffati, sembra più che altro uno studente in libera uscita, con la testa un po‘ fra le nuvole ma con la mente in perenne attività. A incontrarlo per strada non penseresti mai che è proprio lui l’uomo che con Rattlesnakes – il primo album realizzato con i suoi Commotions – ha fatto sperticare in lodi la critica di mezzo mondo, vincendo a mani basse anche il referendum annuale dei nostri collaboratori per il miglior LP del 1984 (sette voti su nove, una quasi~unanimità che non dovrebbe lasciare dubbi sul valore del disco in questione). Il recente Easy Pieces, purtroppo, non ha bissato l‘exploit: un lavoro di produzione un po‘ pesante, qualche artificio “commerciale” di troppo e un‘indecifrabile non so che in alcuni brani hanno impedito che il nuovo capitolo a 33 giri, peraltro ottimo, ottenesse i medesimi favori accordati al suo predecessore; pazienza, direbbe il saggio, sarà per la prossima volta, sempre sperando che il Nostro resti fedele alla sua natura e non si lasci fuorviare dagli insopportabili capricci di un music business che avrebbe bisogno di un nuovo punk in grado di spazzar via il corrente malcostume di mix, remix ed extended-versions che stanno avvelenando il rock‘n‘roll.
L‘incontro avviene in un camerino del Teatro Tenda dove di lì a poco Lloyd si esibirà, in una cornice decisamente triste, con l‘accompagnamento di un insipido thè macchiato a 2.000 gradi e la pioggia che tamburella insistente sul tendone.
Facciamo un piccolo salto all‘indietro nel tempo: cosa ci dici dei Casuals, la tua band pre-Commotions?
Dei Casuals? Beh, non credo ci siano ricordi degni di nota. Comunque eravamo una specie di brutta copia degli Orange Juice: i nostri brani erano simili a quel loro pezzo, Flesh Of My Flesh. Quel tipo di sound là, insomma: i brani avevano sapore funky e erano molto brutti. Blair Cowan (il tastierista dei Commotions, NdI) e io possedevamo buone capacità tecniche, ma quando si trattava di comporre una canzone entravamo in crisi. Ci volle parecchio tempo prima di imparare a farlo. In ogni caso, a quei tempi ho scritto molto, ma guardando il risultato del lavoro col senno di poi mi rendo conto che erano solo abbozzi, a volte soltanto una vaga idea con niente attorno. Non erano brani completi, e infatti non abbiamo registrato nulla. Del gruppo faceva parte, seppure occasionalmente, anche Neil Clark, l‘attuale chitarrista dei Commotions.
Abbiamo sentito parlare di un 45 giri registrato ma mai pubblicato.
Questo fu parecchio tempo dopo, quando era già nata la prima versione dei Commotions: io, Blair e Neil, più un bassista e un batterista che si occupavano anche dei cori. Composi due soli brani, Patience e Are You Ready To Be Heartbroken?, e mentre prendevano corpo ci accorgemmo di non avere alcun bisogno di backing vocals; così tornammo alla line-up di tre elementi. Questo avveniva nel 1983. In un secondo tempo, dopo essere sensibilmente maturato dal punto di vista compositivo, modificai un po‘ la struttura di quei due pezzi e decidemmo di reclutare una nuova sezione ritmica. Arrivarono Stephen Irvine al basso e Lawrence Donegan alla batteria, e a quel punto mancava solo il contratto discografico.
Trovarlo è stato difficile?
Siamo stati fermi sei mesi e abbiamo avuto il tempo di preparare il miglior demo possibile di Forest Fire, quindi non è stato particolarmente arduo. Il materiale era buono, registrammo anche Perfect Skin, Are You Ready To Be Heartbroken? e una canzone orribile chiamata Down At The Mission; quest‘ultima, però, aveva qualche buona melodia, che ripresi e riutilizzai in Down On Mission Street.
Prima hai nominato gli Orange Juice. Che connessioni c‘erano fra te e la scena scozzese del giro Postcard Records?
Non molte, in verità, Sai, si trattava di un fenomeno molto underground. Io, per esempio, ho conosciuto gli Orange Juice soltanto all‘epoca del loro secondo album, Rip It Up. Poi, Lawrence Donegan faceva parte dei Bluebells, che erano sotto contratto con la Postcard, ma questo non c‘entra molto.
Una domanda che ti distruggerà: parliamo di Lou Reed e Bob Dylan?
Mi distrugge, infatti: tutti mi chiedono di loro due. Bob Dylan, e non sono certo il primo a dirlo, è stato il più grande autore musicale degli anni ’60. Quanto a Lou Reed, credo che ci paragonino perché entrambi abbiamo uno stile canoro che si avvicina al talking. Non penso ci siano altre attinenze.
Ma la musica di Lou Reed ti piace?
Oh, certo. Mi piace anche I Love You Suzanne, una grande pop-song.
Cosa ti viene in mente quando senti parlare di “sound degli anni ‘60?
Difficile a dirsi. Il periodo d‘oro del Sixties-sound è stato verso il ‘64/‘65, quando avevo appena quattro anni. I Rolling Stones erano al massimo della forma e di li a poco avrebbero pubblicato Beggars Banquet, il loro album migliore. Dylan era alle prese con Bringing It All Back Home, Blonde On Blonde, Highway 61 Revisited. Comunque ero troppo piccolo per vivere tutto ciò in prima persona, ho scoperto il rock dell‘epoca solo anni dopo. Non sono molto interessato, invece, ai tardi Sessanta, con l‘esplosione della psichedelia.
Ricordi il primo disco rock che hai comprato?
Non il primo singolo, ma il primo LP è stato Electric Warrior dei T.Rex. Ancora oggi credo sia uno dei migliori dischi mai usciti. Marc Bolan era eccezionale, non dimenticherò mai lo shock provato ascoltando la sua Metal Guru. Fra gli altri artisti che mi hanno colpito particolarmente citerei i Talking Heads, quelli dei primi LP.
Restando in tema “New York dei late-Seventies”, cosa puoi dirci di Tom Verlaine? Hai persino pubblicato, sul retro di un tuo mix, una tua versione live di Glory dei Television.
Nessuna relazione fra il mio modo di comporre e quello di Verlaine, ma logicamente i Commotions hanno imparato molto dal rock chitarristico dei Television: il loro primo 33 giri è insuperabile, sono stati uno dei gruppi-base della new wave. E anche gli LP solistici di Tom Verlaine non sono male, specie quello di debutto.
Hai spesso messo in evidenza il fatto che leggi molti libri, che ami la letteratura. Che genere di libri preferisci?
Una volta leggevo molto di più: adesso, purtroppo, non ho tempo per farlo quanto vorrei. Amo i racconti brevi, di autori americani piuttosto che inglesi. In fondo, una storia breve è come una canzone, dove lo spazio a disposizione non è mai esteso e c‘è necessità di condensare. Apprezzo gli scrittori con il senso dell‘umorismo. La gente tende a considerarmi serio, malinconico, ma nei miei pezzi credo di avere disseminato parecchio sense of humour. È solo un po‘ difficile trovarlo.
Le cose che leggi influiscono su quelle che scrivi?
A volte, personaggi che incontro nei libri possono fungere da spunto per un brano. Rattlesnakes, per esempio, è proprio basato su un racconto che ha per protagonista una donna di circa trent‘anni; la frase chiave, pronunciata dal padre di lei, dice “la vita è un duro e sporco gioco, c‘è un serpente nascosto sotto ogni roccia”. È da qui che nacque l‘idea di scriverci una canzone.
Ti definiresti un poeta?
No, direi proprio di no.
E allora, pensi che potresti scrivere qualcosa di diverso da una canzone?
È possibile. Non so se ho abbastanza talento per farlo, ma potrei provare. Mi piacerebbe, fra qualche anno, lasciare un po‘ da parte la musica e dedicarmi a qualche altra forma compositiva.
Il nome Lloyd Cole & The Commotions dà la precisa impressione di una tua prevalenza sugli altri musicisti. Facci capire: sei il leader di un gruppo o un solista con il proprio gruppo accompagnatore?
Semplicemente, faccio parte di un gruppo. Ho più voce in capitolo rispetto agli altri perché scrivo anche i testi e devo essere io a decidere quali melodie potrebbero legarsi ad essi. Anche Neil e Blair compongono e io cerco di utilizzare il loro materiale, anche se sono costretto a scartare qualcosa.
Parlavi sul serio quando dicevi che non saresti potuto essere nient‘altro che una rockstar?
Cos‘altro potrei fare? Mi piacerebbe lavorare come cameriere, portare il pesce nei ristoranti: questa è l‘unica alternativa che vedo alla professione di rockstar. Oppure qualsiasi altra cosa in un ristorante. Magari italiano. Mi piace la vostra cucina, e anche se non so dire più di quattro parole nella vostra lingua, so quanto valgono i vostri spaghetti.
Cosa pensi di tutto il narcisismo della nuova scena musicale britannica? Morrissey, Paul Weller…
Morrissey è molto narcisista, ma sono d‘accordo con lui su parecchi punti. I narcisisti, secondo me, sono l‘unica categoria di gente onesta, e non è poi molto rilevante che un musicista ami o meno se stesso e lo faccia capire.
Morrissey ha dichiarato che gli Smiths sono l‘unica band in grado di salvare il rock‘n‘roll. Tu come la vedi?
Beh, lui ogni tanto si lascia prendere la mano e dice cose che in realtà non pensa. Ci assomigliamo un po‘, sotto questo aspetto. Non credo sia molto convinto di questa sua affermazione. Comunque è un ottimo songwriter.
È vero che inizi a scrivere moltissimi brani, ma che poi ne finisci solo una piccola parte?
Sì, è vero. Ad esempio, vorrei concludere un brano che definirei grottesco e che spero prima o poi di riprendere. Vorrei descrivere l‘immagine della pelle che si tira, un’immagine orribile. Altri pezzi hanno una gestazione molto lunga: Grace ha impiegato tre mesi a venir fuori. Quando inizi a comporre hai un‘idea in testa e sai dove vuoi arrivare, il problema è che non sai affatto quando ci arriverai. Potrebbe essere dopo due minuti o dopo due anni.
Ti ritieni un musicista da sala di incisione o uno da palco?
Forse nè l‘uno né l‘altro. Questo perché, prima di tutto, non mi ritengo un musicista; suono la chitarra piuttosto male. Ho alcune idee carine, ma tecnicamente Neil mi è di molto superiore. Sono essenzialmente un songwriter.
Ho visto che è stato distribuito commercialmente il tuo video registrato dal vivo al Marquee.
Quel video è stata una disgrazia. Abbiamo pregato la Polydor di non metterlo in circolazione, ma è stato inutile. Sai, era solo il nostro settimo concerto, e alcune esecuzioni erano davvero carenti.
A parte ciò, che poi non mi pare affatto, a colpirmi in negativo è stato il tuo atteggiamento verso il pubblico: cosi freddo, cosi distante…
Hai ragione. Ma era, in assoluto, la decima volta che salivo su di un palco, e non potevo avere una grande dimestichezza. Ero nervoso, non sapevo cosa dire né come comportarmi.
È vero che non gradisci molto che il pubblico, in concerto, accompagni i tuoi brani cantando con te?
I miei pezzi non sono stati scritti per essere cantati da più di una persona per volta, sono fatti per essere ascoltati e basta. Un tempo mi dava molto fastidio che la gente ripetesse i testi con me, ora mi disturba solo perché ho maggiori difficoltà a non perdere il filo. L‘audlence canta sempre con una tonalità differente e io ho bisogno di concentrazione.
Parliamo dell‘ultimo album e della sua produzione differente da quella di Rattlesnakes. Sei soddisfatto di Clive Langer e Alan Winstanley? Il loro lavoro conduce sempre a prodotti sdolcinati.
Non sono troppo d’accordo: Come On Eileen, ad esempio, è uscita fuori splendidamente. Non credo che Easy Pieces abbia un suono eccessivamente dolce, è solo diverso rispetto al primo LP. Il fatto è che brani come Cut Me Down o Perfect Blue necessitano di un sound particolare perché la loro natura è nuova rispetto a quella di Rattlesnakes e non avrebbero mai potuto comparire nel vecchio disco. Noi siamo soddisfatti del risultato finale, anche se tu non sei il primo che rileva la presunta sdolcinatura di Easy Pieces. Non sono d’accordo, ripeto. Se il secondo disco non piace la colpa è della band, non della produzione.
Però l‘esecuzione dal vivo dei brani di Easy Pieces è decisamente migliore di quella su disco. Cosi come Cut Me Down, nella versione mix, è proprio bruttina.
Hai ragione, Cut Me Down non piace neanche a me, ma i Commotions sono formati da persone e teste diverse. Il gruppo ha deciso in questo modo e io mi sono adeguato.
Che genere di musica ascolti, adesso?
Tom Waits, innanzitutto: i suoi ultimi tre album sono fenomenali. Il guaio è che non riesco mai a trovare tempo per ascoltare musica. Quando sono in tour la situazione migliora perché trascorriamo molto tempo in pullman. Così, prima di lasciare l‘Inghilterra, ho comprato un certo numero di dischi e li ho registrati su cassetta. Ho preso i primi due album dei Velvet Underground perché erano in serie economica, Laurie Anderson perché la reputo un‘artista molto valida. Contrariamente all’opinione di molti, non ascolto country. Mi piace il modo di cantare di certi autori country, ma non compro i loro dischi. Mi piacciono i Buzzcocks, fantastici. Anche certi pezzi usciti verso il 1969: i Byrds di Sweetheart Of The Rodeo; e sono innamorato, restando in tema Byrds, di The Ballad Of Easy Rider.
Leggi libri americani, ascolti musica americana. I tuoi gusti, insomma, non sono tipicamente inglesi.
Il mio feeling è molto vicino a quello statunitense, ma il mio modo di suonare è britannico: basta ascoltare le nostre chitarre. Quindi, anche se i miei gusti sono magari più vicini a Creedence Clearwater Revival e Talking Heads, ci sono maggiori somiglianze con Beatles o Rolling Stones. In fondo, però, nel mio cuore c‘è sempre un piccolo pezzo di America: ti sembra casuale che, nei concerti di questo tour, proponiamo una cover di I Don‘t Believe You di Bob Dylan?
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.98 del marzo 1986

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Categorie: interviste | Tag: , | 5 commenti

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5 pensieri su “Lloyd Cole

  1. Sonica

    Lloyd Cole & The Commotions sono stati una boccata d’aria fresca in quel periodo. Ancora oggi ho le loro canzoni nell’iPod. Ricordo un Mucchio Selvaggio con proprio Lloyd Cole in copertina. 3 dischi, ma fu una parabola pero’: Rattlesnakes ed Easy Pieces notevoli, Mainstream s’era già’ perso per strada,anche se aveva My bag e Jennifer she said molto particolari. Invece il primo disco di Cole solista era notevole, con No blue skies.grandissimo pezzo. Che bello aver riletto questa intervista…

  2. Il Mucchio con Lloyd in copertina è proprio quello che contiene l‘intervista. Anche nel resto della discografia di Cole ci sono momenti di rilievo, ma roba come i primi due album con i Commotions non si è purtroppo vista più.

  3. Country Boy

    Ah, Morrissey ha avuto l’immeritato onore di essere citato accanto a Paul Weller che non è che sia sto grancazzo, però accanto a Morrissey me l’hai fatto apparire quanto il gigante e quanto la bambina (quelli che camminavano tra i sassi)

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