Tom Waits (live ’08)

Non ho scritto moltissimo di Tom Waits (qualcosa, comunque, la trovate qui), ma ne sono da sempre convinto e appassionato estimatore. Abbastanza appassionato da spendere una discreta cifra (compreso il biglietto d‘ingresso: gli accrediti erano limitatissimi) per andare in trasferta a Milano in occasione del passaggio in Italia – tre date all‘ombra del Duomo – del “Glitter And Doom Tour”. Soldi che, sia chiaro, certo non rimpiango.

Waits live fotoTeatro degli Arcimboldi
(Milano, 17 luglio 2008)
Sulla carta, nonostante il prezzo d’ingresso fosse compreso tra i 105 e i 150 euro, l’evento era di quelli da non mancare: perché se è vero che l’arte di Tom Waits – così sghemba e spigolosa – non suscita consensi ecumenici, è altrettanto innegabile che il musicista californiano, alla sua “prima” a Milano nove anni dopo il suo ultimo mordi e fuggi in Italia, sia un personaggio speciale fino all’unicità, tanto magnetico da catalizzare comunque l’attenzione e strappare convinti “oooh” di stupore anche agli scettici. Tutto legittimo, quindi: le tre esibizioni sold out nella splendida cornice del Teatro degli Arcimboldi (eccellente anche per la qualità del suono), il clima di attesa che si respirava dal giorno dell’annuncio delle date, l’eccitazione che si percepiva prima che le luci della sala si spegnessero e la presenza in platea di VIP come Peter Buck e Mike Mills dei R.E.M., come Roberto Benigni e Nicoletta Braschi, come – ovviamente – un rapito Vinicio Capossela.
Per quasi due ore, su un palco addobbato all’insegna dell’essenzialità di scenografie e illuminazione, Tom Waits ha fatto… se stesso, al massimo delle sue capacità: carismatico e istrionico con il suo inconfondibile cappello, i suoi ghigni, qualche gag giocata tra inglese, italiano e in un caso slang meneghino, il suo snobbare gli strumenti – solo un po’ di piano verso il centro del set e la chitarra nel bis – per concentrarsi sulla sua voce “da orco” strozzata e a tratti inquietante. Uno spettacolo per gli occhi, considerata l’irresistibile mimica, e per le orecchie, alla luce dello spessore della backing band elettroacustica che spaziava deviando tra atmosfere blues-soul-jazz-pop (in organico anche i figli Casey Xavier alle percussioni e, talvolta, il quindicenne Sullivan al clarinetto) e della bontà di una scaletta che ha sintetizzato in ventitré brani gli ultimi trentuno anni di storia (e leggenda) waitsiana: una buona metà del programma dedicata agli ultimi album marchiati Anti, Tom Traubert’s Blues come momento più antico e svariati applauditissimi estratti dal passato (meno) remoto quali On The Nickel, Jockey Full Of Bourbon, Hang Down Your Head, Way Down In The Hole, Falling Down, I’ll Shoot The Moon. Molta (grande) musica e poco “circo”, comunque. Con il “doom” a prevalere su un “glitter” incarnato quasi solo dai coriandoli rifrangenti piovuti a un certo punto sul capo del primattore.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.650 del settembre 2008

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Categorie: recensioni live | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Tom Waits (live ’08)

  1. Demis

    Ciao Federico, hai tutta la mia invidia per aver partecipato a questo concerto del mio artista preferito di sempre, grandissimo!!!

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