100 album da evitare (schede)

Ed ecco qui tutte le schede, meno quelle pubblicate altrove sul mio blog o su quelli di Eddy Cilìa e Carlo Bordone (alle quali, però, si approda attraverso il relativo link). Rimandandovi all‘introduzione per ogni chiarimento sul “senso” di questo excursus, vi ricordo gli autori dei testi: Alessandro Besselva Averame (A.B.A.), Luca Bonavia (L.B.), io (F.G.) Aurelio Pasini (A.P.), Gianluca Testani (G.T.), John Vignola (J.V.). 
100 da evitare foto 2I primi venti

AMERICA – Hearts (Warner Bros, 1975)
Nostalgia di casa (dover vivere in Europa per gli impegni di lavoro dei genitori, quando si è americani), struggimento, melodie agresti e cori pastorali, ma soprattutto una buona dose di fiuto commerciale: alla base del fenomeno America ci sono già alcune significative note stonate. Per esempio, c’è la banalizzazione del sound californiano, di quella che era stata la splendida culla della psichedelia elettrica, di tanti cantautori importanti e di un gusto per il sussurro decisamente superiore. Nelle canzoni di Dewey Bunnell, Dan Peek e Gerry Beckley, fin dal 1971, si azzerano le eredità nobili del songwriting statunitense e si dà un senso – commerciale – pieno al pop di consumo, spacciato per West Coast culture di prima mano. La formula, a partire dalla celebrata A Horse With No Name, viene progressivamente affinata e svuotata di sostanza: si sorride, ma il dentifricio è di soda caustica; si sospira, ma il polmone che si utilizza è di plastica; si ama, ma come potrebbero amarsi la Barbie e il mitico Ken.
Rappresentazione linda e piccolissimo borghese di emozioni di altri tempi, parodia stucchevole e in tempo reale del supergruppo CSN&Y, gli America stanno alla storia del rock migliore come un porco sta ad un’ostrica, emanano una luce al neon avvolta da trine e merletti che non riescono però a mascherare del tutto. In poche parole, sono la parte deteriore del country-folk. Hearts è il punto centrale di tutta una carriera nera, la dimostrazione lampante di quanto il cuore di questi cantastorie sia, più che vacuo, inutile, superficiale: una manciata di motivetti puerili, che sbancano al botteghino e convolgono malauguratamente un George Martin ormai capace di intendere poco e di volere, decisamente, troppo. La loro linearità rassicurante e poco profonda tratteggia per bene ciò che odiamo di più del paese da cui prendono il nome: l’estinzione delle culture alternative, il ritornello da quattro soldi con cui esoricizzare i drammi di una vita reale che in ogni caso va avanti. (J.V.)

ERIC CLAPTON – August (Reprise, 1986)
Siamo felici – lo diciamo senza ironia – che la vita di Eric Clapton si sia messa al meglio. Nessuno può essere tanto sciagurato da preferire quel tipo dall’aria marcia che riusciva appena a stare in piedi sul palco del Rainbow Concert al signore benvestito che a metà degli anni ’80 cominciò a frequentare i festini degli stilisti pieni di modelle di serie B (ne esistono, eccome). Questo, almeno, da esseri umani. Da music fan, tuttavia, la passione e la pena usciti dalle dita di “Slowhand” negli anni peggiori della sua tossicodipendenza ci erano parsi molto più significativi – si può dire belli, di cose del genere? – delle moine da musico di corte acquattate sotto l’orrenda giacchetta di August. Che artisticamente, per il Nostro, è un po’ l’inizio della fine di quel che aveva da dire. Non che prima avesse detto granché di memorabile, da solista, ma almeno fino a Money And Cigarettes, con quella Stratocaster metafisicamente squagliata in copertina, era riuscito a nascondere la cronica mancanza di ispirazione compositiva con una buona misura strumentistica. Dentro August, invece, ci sono solo canzoni brutte, con chitarre dal suono brutto e fiati che sembrano derivati da un corso didattico per corrispondenza. Roba sciapa e manierata alla Phil Collins (che infatti produce e batte i tamburi), piena di loffie smancerie da star suonate da gente senza un briciolo di palle. Appena girata la boa dei quarant’anni, della mano di Dio non era rimasta manco un’impronta fossile. I puristi del blues lo avrebbero ammazzato volentieri, ricordiamo, e lo detestarono al punto da non rivalutarlo nemmeno con l’estremo tentativo di riappropriarsi della musica del diavolo con il falsamente rigoroso From The Cradle, che sarebbe arrivato comunque tardi. August dimostra tre cose incontrovertibili: che Clapton s’è giocato allora la chance di salvarsi la mano lenta; che certi dischi basta giudicarli dalla copertina (ma pure lo spolverino del retro non scherza); che per il mainstream gli ’80 sono stati proprio un decennio di merda. (G.T.)

DEEP PURPLE – Concert For Group And Orchestra (Harvest, 1970)

DOORS Other Voices (Elektra, 1971)

ELECTRIC LIGHT ORCHESTRA – Out Of The Blue (Jet, 1977)
Non amiamo per niente la storia della Electric Light Orchestra, una specie di Muppet Show involontario capitato quasi per caso nell’almanacco del pop inglese che si inerpica, grazie alle pessime intenzioni dei suoi componenti, sui dirupi della musica meno sottile e più indigesta, confondendo tante volte la costruzione sonora con una officina barocca del Seicento, delle più scadenti, per giunta (quelle degli angeli che sembrano contorsionisti nani). Dopo una serie di album dignitosamente inutili, comunque, Out Of The Blue racchiude le caratteristiche più spregevoli di una avventura mediocre e senza una stilla d’oro fra le sue pieghe, nata dalle ceneri del pasticciaccio Move a Birmingham: le sovrapposizioni vocali, la orrida suite Concerto For A Rainy Day (sottotitolo, quel giorno sarebbe stato meglio uscire piuttosto che ascoltarla, anche se fosse caduta lava al posto della pioggia…), il kitsch a ruota libera di Wild West Hero non lasciano dubbi al riguardo.
Anche per chi ha apprezzato la band altrove – alzate la mano senza timore, siamo disarmati… – qui non c’è via di scampo se non la sordità: mentre la giustificazione culturale del rock a tutti i costi tramonta, mentre altrove si alzano un po’ di fuochi e si urla un fuck you! quasi alla memoria ai poveri Led Zeppelin, mentre la stagione del prog inglese è un brutto ricordo, Jeff Lynne e i suoi riescono impunemente a costruire un essere fuori dal tempo, nel senso che in qualsiasi epoca sarebbe stato preso allegramente a calci e rinchiuso nelle segrete del castello più nefando disponibile al momento. Invece, nel 1977 (!!!), ci fu chissà come chi (e non fu uno, ma furono tanti, tanti chi) comprò e mostrò di apprezzare questo doppio LP, provando che spesso la vox populi, più che la voce di dio, finisce per essere la voce del cattivo gusto. Un cattivo gusto a cui ancora adesso non riusciamo a resistere, se non con un poderoso antiemetico. (J.V.)

EMERSON, LAKE & PALMER – Pictures At An Exhibition (Island, 1971)

EXPLOITED – Punk’s Not Dead (Static, 1981)

FLEETWOOD MAC – Tango In The Night (Reprise, 1987)
Al tempo dell‘uscita era stato presentato come il disco del grande ritorno. Viste le premesse, c’era già di che preoccuparsi; tuttavia, siccome al peggio non c’è mai fine, la sorpresa è stata comunque eclatante. In negativo. Ma andiamo con ordine: formatisi attorno alla metà degli anni ’60 a Londra, i Fleetwood Mac sono stati una delle migliori, anzi la migliore blues band britannica, grazie soprattutto alle doti straordinarie di Peter Green, chitarrista al cui confronto Eric Clapton non era nessuno. Genio, ma anche tanta sregolatezza, a causa soprattutto di problemi di nervi e di droga: quelli che gli faranno lasciare la band nel 1970. Senza perdersi d’animo, i superstiti (Mick Fleetwood alla batteria, John e Christine McVie al basso e alle tastiere) si trasferiscono in America dove, reclutati Lindsey Buckingham e Stevie Nicks, danno il via a una nuova carriera artisticamente dubbia ma commercialmente favolosa, all’insegna di un poppettino facile e banalotto la cui sintesi più furba, Rumours (1977), è non a caso uno dei dischi più venduti di sempre. Dopodiché, col decennio successivo, ognuno per la sua strada fino, appunto, alla reunion di Tango In The Night. E, se qualcuno aveva avanzato dei dubbi che dietro potessero esserci interessi economici, beh, aveva ragione. Fin dall’iniziale Big Love, infatti, si gioca a carte scoperte: niente anima, passione o nerbo, ma in compenso suoni plastificati, arrangiamenti finto-raffinati, produzione ruffiana e, soprattutto, canzoni pessime. Neanche a dirlo, il successo è clamoroso, grazie a singoli dozzinali e finanche irritanti come Seven Wonders, Everywhere o Little Lies, suggelli del declino di una band che più nulla ha da spartire, se non il nome, con quella gloriosa delle origini. Difficile a questo punto superarsi, ma i Fleetwood Mac ce l’hanno fatta, partito per altri lidi Buckingham, con il successivo, ineffabile Behind The Mask (1990), se possibile ancora più brutto. Ma quello, grazie al cielo, se lo sono filato davvero in pochi. (A.P.)

PETER FRAMPTON – Frampton Comes Alive! (A&M, 1976)

GENESIS – Abacab (Charisma, 1981)
I Genesis di Peter Gabriel, per quanto fonte di pareri piuttosto discordi, potevano contare su un immaginario multiforme e camaleontico – seppure un po’ kitsch, bisogna ammetterlo – e sulla presenza carismatica del cantante. I Genesis di Phil Collins, soprattutto dopo l’abbandono del chitarrista Steve Hackett (in grado di resistere per tre album del nuovo corso prima di lasciare), rappresentano principalmente una macchina per fare soldi. Nulla di male in questo: la storia del rock è piena di gruppi che a un certo punto della carriera scelgono di passare definitivamente all’incasso. Sono le modalità – e in questo Abacab è particolarmente rappresentativo – a essere esteticamente inquietanti: glassa e miele (la voce ruffiana ma piatta di Collins) versati senza ritegno su scenari di plastica che cercano di ammiccare alla new wave e sulle tastiere di Tony Banks, con buona probabilità lo strumentista dalla tecnica più limitata – perdonate l’ossimoro – della storia del progressive.
A partire dal nuovo decennio Collins imperverserà per le radio di mezzo mondo nelle vesti soprattutto di solista, dettando le regole del suono FM e diventando uno dei punti di riferimento del temibile Adult Oriented Rock in compagnia di gente come Toto e Supertramp, una via che lo porterà all’apoteosi buonista di Another Day In Paradise. In questi Genesis, i colleghi Banks e Rutherford incollano con mestiere ma sempre minore emozione le proprie partiture, caratterizzate da un numero di idee decrescente, sulle intuizioni mainstream di Collins. Come molti altri sopravvissuti dei ‘70, la svolta, come già si è detto, verrà premiata dalla vendita di milioni di copie. Solo alla fine dei ‘90, dopo una lunga agonia, l’ego del batterista-cantante avrà la meglio, lasciando a piedi gli altri due. I quali tenteranno inutilmente, per un breve periodo, di riesumare il cadavere del gruppo assoldando Ray Wilson degli scozzesi Stiltskin, con risultati risibili. (A.B.A.)

MICHAEL JACKSON – Dangerous (Epic, 1991)

JEFFERSON STARSHIP – Earth (Grunt, 1978)
La fine di un mito e l’inizio di una bruttissima storia: la trasformazione dello luccicante aeroplano Jefferson in una navicella spaziale di latta segna la vera resa (estetica, culturale, commerciale) di una delle band più sfavillanti dei Sessanta. Anche se la sigla originaria, Jefferson Airplane, viene mantenuta quasi in parallelo, la nuova creatura di Paul Kantner, Grace Slick e varia brigata dimostra subito di non avere nessuna autonomia di volo. Al propellente ecologico del passato si sostituisce una benzina artificiale e piena di fumo, una cortina che nasconde la mancanza di creatività con un ispessimento dei toni hard, della mediocrità pop, dei ritornelli corali fuori tempo massimo. In questo modo arrancano Dragonfly, Red Octopus e Spitfire, in una discesa al centro della Terra (pardòn, del Cosmo) che abbandona i fremiti elettrici e vede l’invecchiamento e l’inacidimento di figure un tempo nobili ed idealiste, con tanto di beghe legali di contorno.
È comunque con Earth che la parabola in negativo degli Starship trova la sua voce più raccapricciante: disco di platino nel 1978, l’album è un incubo per chi ha apprezzato il sound psichedelico californiano. È come assistere a un concerto di beneficenza per le vittime del Vietnam messo insieme da reduci riconglioniti, appassionati di fantascienza che si sono dimenticati a casa la creatività ma ammiccano spudoratamente ripetendo ti ricordi, ti ricordi, ti ricordi. Tutte le canzoni sobbalzano fra kitscherie da pop-song di quart’ordine e barocchismi spenti, portano all’estremo il taglio spudoratamente commerciale presente negli LP precedenti e cadono rovinosamente. Pensare che queste pseudonavigazioni erano nate con un album magnifico ed utopistico come Blows Against The Empire, uno degli ultimi sussulti anarchici e poetici non solo di Kantner, ma di una comune musicale che ci aveva illuso davvero che un mondo migliore fosse possibile. Le vie dell’Inferno sono davvero lastricate dalle migliori intenzioni, pure quelle galattiche… (J.V.)

JETHRO TULL – A Passion Play (Chrisalis, 1973)
La prima volta che rimasero impegolati nella costruzione di lunghe suite strumentali di scuola progressive, con Thick As A Brick (1972), i Jethro Tull si giustificarono dicendo che in realtà lo avevano fatto proprio allo scopo di prendersi gioco degli eccessi kitsch di quell’estetica. Probabile che in quel caso fossero in buona fede: anche se poco riuscito e macchinoso il disco, avvolto nelle pagine – vere – di un immaginario St.Cleve Chronicle, prendeva in giro con ironia per nulla disprezzabile certo provincialismo parrocchiale di tradizione britannica. Se però errare è umano, perseverare è, come tutti sanno, diabolico. Dopo una serie di album più che convincenti, alcuni splendidi, in bilico tra blues, hard, jazz e folk, i Nostri sono ormai diventati vittima di loro stessi, e Ian Anderson, sempre più gigione, è diventato la caricatura grottesca del giullare carismatico e sarcastico di Aqualung.
A Passion Play rappresenta il proverbiale punto di non ritorno, essendo pure privo di un tema “forte” che possa in qualche modo sostenere il delirio autocompiaciuto del leader; il quale, non pago di strapazzare come d’abitudine il flauto traverso, tortura pure un incolpevole sax soprano. Una delle promesse più convincenti del rock-blues di fine Sixties si trasforma così definitivamente in un fenomeno da circo. Una mossa che, a conferma del fiuto imprenditoriale del leader, consente però di far sopravvivere il gruppo, dopo un tentativo abortito di tornare alla freschezza degli esordi (Songs From The Woods). Grazie anche a uno zoccolo duro di fan che con il tempo ha perso il gusto per le sfumature e segue i Jethro Tull su terreni sempre più attigui all’hard-rock di maniera, mantenendoli in riserve giurassiche alquanto remunerative. Con gli unici membri storici rimasti, Martin Barre e lo stesso Anderson, sempre più simili a quegli americani ricchi che scelgono di trascorrere una tranquilla vecchiaia in Florida. (A.B.A.)

YNGWIE J. MALMSTEEN – Rising Force (Polydor, 1985)

MIKE OLDFIELD – Hergest Ridge (Virgin, 1974)
Chissà se Richard Branson si è mai pentito di aver lasciato, nel lontano 1972, un intero studio di registrazione nelle mani del non ancora ventenne Mike Olfield, nonostante le ingenti entrate che la decisione avrebbe portato con sè. Il primo frutto del delirio di onnipotenza di questo talentuoso multistrumentista, che si era fatto le ossa nei Whole World di Kevin Ayers e che frequentava prog-rocker illuminati come gli Henry Cow, era stato Tubular Bells: un disco che, per quanto sia quasi sempre stato maltrattato dalla critica, rimane un lavoro più che dignitoso, con momenti di ingenuità alternati ad altri atenticamente suggestivi. Se già allora gli eredi di Ravel – l’idea di base era quella di riprendere lungo una suite un tema e le sue variazioni, attraverso un progressivo accumularsi di strumenti, proprio come nel Bolero – avrebbero potuto rivalersi sul giovane Mike, con i lavori seguenti, a partire dal successivo Hergest Ridge, avrebbero potuto chiedere ingenti danni per lo sfruttamento intensivo e ossessivo dell’idea. La struttura è infatti sempre la stessa, e rimarrà immutata quasi a ogni uscita, eccezion fatta per una parentesi pop nei primi ‘80.
A differenza del predecessore, quest’album, punta maggiormente sulle orchestrazioni di archi – c’è lo zampino di David Bedford, autore pure di una versione sinfonica delle campane tubolari – e sull’immaginario celtico, anche se l’oboe di Lindsay Cooper (Henry Cow) e gli strumenti tradizionali di Paddy Maloney (Chieftains) non risollevano le sorti di un lavoro che raggiunge vette di allucinazione assolute nel delirante finale della prima parte, chiuso dopo novanta chitarre sovraincise dalle evoluzioni di un coro impossibilmente pomposo. Uno dei punti più bassi raggiunti da Oldfield, almeno prima che il Nostro non decidesse di regalarci nuovi inquietanti sequel del modello originale: Tubular Bells II, Tubular Bells III e The Millennium Bell. È proprio vero che al peggio non c’è mai fine. (A.B.A.)

LOU REED – Metal Machine Music (RCA, 1975)
È estremamente difficile dire “cosa” sia questo disco. Una folgorante provocazione verso qualcuno (o qualcosa)? Una presa in giro straordinariamente ben riuscita? L’inascoltato “primo passo” verso una “nuova” forma di musica che ancora appartiene al futuro? Ogni domanda è destinata tuttora ad essere senza una risposta certa. Si sa che questo doppio album del 1975 coglie Lou Reed in uno dei momenti più terribili della sua esistenza, tormentato dalla droga e decisamente insicuro sulla direzione da imprimere alla sua ricerca musicale. Arriva dopo gli orizzonti soft di Sally Can’t Dance e anticipa (anche se ciò appare davvero difficile da concepire) l’intimo, essenziale Coney Island Baby. Sono quattro tracce, ma ascoltarle l’una dopo l’altra è esperienza che appare quasi impossibile, e non soltanto per la lunghezza. Ingredienti: amplificatori, in serie, tra tremolii e riverberi, cacofonie astratte, abissi inenarrabili. C’è chi giura d’aver sentito apparire, dopo un centinaio d’ascolti, misteriose melodie nascoste, chi inneggia (forse, senz’aver del tutto torto) a questo album come un autentico “tributo al rumore”. Ed in effetti, è rumore. Al primo, al secondo, al terzo ascolto. Rumore. Nulla in quest’album appare “suonato”, quanto disposto con selvaggio, casuale cinismo al meccanismo del frastuono.
Facile dire, a questo punto, che possa nascondere qualsiasi cosa: un ipotetico disco di silenzio, allora, un’ora di completo silenzio interrotta qua e là da casuali ronzii, potrebbe allo stesso modo rivelare nuove strade, insondabili segreti. Interessa poco, se non alla curiosità, che tutto questo fosse veramente una colossale presa in giro, verso “fan” invadenti o incompetenti discografici, forse – semplicemente – una vendetta verso se stesso. Resta, al di là di tutto, un disco quasi “inaffrontabile”, senza appigli, che se davvero vuole indicare una strada lo fa in modo arcano, confuso, col risultato di non mostrare alcunchè, né genio né, tantomeno, musica. (L.B.)

SLAYER – Divine Intervention (Def American, 1994)

VELVET UNDERGROUND – Squeeze (Polydor, 1973)
Quel che rovina, demolisce questo disco è il mostruoso equivoco costruito sulla sua effettiva “paternità”. Molto meglio sarebbe stato, con un certo senso di onestà, dare a Doug Yule ciò che era di Doug Yule (queste undici canzoni, appunto) e lasciare il buon nome dei Velvet là dove stava, tra Nico, la banana, e giù sino a Loaded. Già nel 1970, con l’abbandono di Reed, qualcuno parla di “morte” per i Velvet Underground, ma il fattaccio avviene due anni dopo, quando tutti se ne sono ormai andati e a rimanere è solo Yule (che, è importante ricordarlo, nell’ottobre 1968 aveva preso il posto di un certo John Cale). Così nasce Squeeze, dalle ceneri di un gruppo storico ridottosi a uno solo dei suoi elementi, che scrive, arrangia, suona e canta tutte le canzoni: al suo fianco Ian Paice alla batteria e una ancora non ben identificata voce femminile al controcanto. Il risultato è un album che appare dunque due volte malriuscito, nella forma prima ancora che nei contenuti. Che, è meglio dirlo subito, non sono granchè: si salvano i brani che in qualche modo somigliano a quanto fatto in precedenza (Friends, ad esempio, che risale certamente con qualche modifica al materiale non inciso due anni prima, o la classicissima Caroline). Quel che manca è il vigore, l’intensità, una certa minima misura negli arrangiamenti, assai immaturi e provvisori. C’è poi, quasi ovunque, la fastidiosa impressione di un’imitazione malriuscita, nei toni di voce, nelle sonorità, nella ricerca di qualcosa che “c’era” ma appartiene ormai al passato: allora sì, in brani come Dopey Joe o Mean Old Man quel che si ascolta produce effetti involontariamente comici, ma che alla lunga sono vicini al gridare vendetta. E anche se Yule si sforzerà di dichiarare in più occasioni che tutto quanto è stato “un grande errore”, resta l’amaro sospetto che si continui a parlare (male, d’accordo) di Squeeze più per questi veri o presunti equivoci che per i suoi reali (de)meriti artistici. (L.B.)

W.A.S.P. – W.A.S.P. (Capitol, 1984)

YES – Tales From Topographic Oceans (Atlantic, 1973)

100 da evitare foto 3Gli altri trenta

BRYAN ADAMS – Waking Up The Neighbours (A&M, 1991)
Oltre settantaquattro minuti di musica, recita orgoglioso l’adesivo sulla copertina del CD: una minaccia, senza alcun dubbio. Già, perché se già con i canonici tre quarti d’ora Bryan Adams aveva in passato messo a durissima prova la nostra pazienza, qui esagera alla grande. Look trasandato ad arte, jeans, giubbottino di pelle d’ordinanza e lineamenti da bel ragazzo tenebroso ma non troppo, il biondo canadese ha fin dal principio incarnato alla grande lo svilimento in chiave commerciale dell’estetica tipicamente r’n’r del rebel without a cause. Solo che, se di spirito di ribellione nei suoi dischi ce ne è sempre stato pochino, figuriamoci in questo, in cui la produzione è affidata a Robert John “Mutt” Lange, ovvero l’inventore del sound dei Def Leppard. Come difatti, nei momenti più veloci l’album suona finto alla stessa maniera del metal giocattolo della band inglese, mentre in quelli lenti, tipo la famosissima (Everything I Do) I Do It For You, non si fa economia di melassa. Provateci, se ne avete il coraggio, a svegliare i vicini con questo disco, come furbescamente suggerisce il titolo. Non meravigliatevi però troppo se il giorno dopo, tornando dal lavoro, troverete per ritorsione il vostro appartamento in fiamme. (A.P.)

ATARI TEENAGE RIOT – Delete Yorself (Digital Hardcore, 1995)

BEE GEES – Spirits Having Flown (Polydor, 1979)

TIM BUCKLEY – Look At The Fool (Discreet, 1974)
In un certo senso, il punto più buio di un tunnel oscuro, imboccato già anni prima, dopo gli splendidi incompresi Lorca e Starsailor. Al di là, la cieca ricerca di un compromesso invivibile tra gli orizzonti dell’ispirazione e la lontananza di un pubblico confuso: Greetings From L.A. e Sefronia avevano segnato i primi passi di un uomo quasi arreso, giunto alla fine del 1974 con poche idee e ancor meno certezze. Pensando a questo, ritrovare le bruttezze di Look At The Fool è di una malinconia dolorosa, sapendo poi che mancherà ogni occasione di ripresa: mai ultimo disco è stato così triste, verrebbe da dire “ingiusto”. Restano così da ritrovare dieci brani scialbi, ripetitivi, smarriti tra insopportabili coretti femminili, una generale mediocrità che ne pervade ogni angolo. E quel che più sconcerta, poi, è ritrovare quella voce. Quella che era come nessuno strumento, e adesso è distrutta dall’alcool, irrisa da una chitarra che ogni volta la travolge, smarrita in improponibili falsetti senza nessun dove. Finisce nel modo peggiore, poi, con una canzone che non sembra vera (“Wanda Lou”) e si spegne nel niente, là dove l’unica cosa a salvarci sono i ricordi. (L.B.)

CROSBY, STILLS & NASH – Live It Up (Atlantic, 1990)
Dal 1968, e per più di trent’anni, una delle cose per cui si ricorderanno Crosby, Stills & Nash (con Young a raggiungerli qua e là) è l’estenuante, continuo tira-e-molla tra riunificazioni e abbandoni, nuovi ritorni e scomparse. L’altra cosa è la musica, quella dei primi anni, quella di Dèjà vu, del superbo live Four Way Street. Non mancano poi, purtroppo, solenni schifezze, concerti patetici, dischi raffazzonati com’è questo del 1990, dopo l’ennesima dipartita di Young. Tralasciando l’orribile copertina (con quelle quattro salsicce sospese sopra una terra fumetto), quel che viene in mente è una parola: tristezza. Cosa dire ascoltando queste canzoni, trascinate senza brio né poesia, con un invisibile Crosby, il dilagare di un Nash che ha vissuto momenti migliori e la desolante ammucchiata di super-ospiti (Hornsby, McGuinn, Frampton, il clarinetto di Marsalis) che di certo non lasciano un segno in questo malinconico circo viaggiante. Là dove il marasma dei suoni e l’aridità compositiva dei singoli brani raggiunge momenti imbarazzanti, e in cui gli assoli della chitarra di Stills suonano come gli ultimi baluardi di un passato irraggiungibile. (L.B.)

DEVO – Shout (Warner Bros, 1984)
Tutto ci si sarebbe aspettato, dai Devo, meno che in pochissimo tempo avrebbero patito quella “evoluzione al contrario” che con caustica ironia avevano denunciato e sbeffeggiato. Invece, dopo due album straordinari come Q. Are We Not Men? e Duty For The Future, il quintetto di Akron ha progressivamente annacquato le sue originarie, geniali intuizioni in un pop elettronico sempre riconoscibile – se non altro per la voce di Mark Mothersbaugh – ma insipido e stantio, del quale Shout (non a caso ultimo lavoro per la Warner Bros e preludio a un temporaneo ritiro dalle scene) rappresenta il momento più basso. La misura del degrado è data dalla cover di Are You Experienced? di Jimi Hendrix, tanto pretestuosa e priva di sostanza quanto quella di Satisfaction dei Rolling Stones – che aveva in pratica sdoganato la band dall’underground, consegnandola al successo – era carismatica ed esuberante. La ragione per la quale i Devo non siano riusciti a confermare a lungo il loro talento è materia da X-Files: alla luce degli eventi, avrebbero fatto molto meglio a sparire dopo il terzo album Freedom Of Choice invece di infliggere ai loro fan simili, cocenti delusioni; delusioni che, oltretutto, hanno in qualche modo screditato anche i loro riconosciuti capolavori. (F.G.)

DURAN DURAN – Seven And The Ragged Tiger (EMI, 1983)
Ammettiamolo: tutto sommato i primi due dischi dei Duran Duran non fanno così schifo. Al di là di un look improbabile e dell’impressionante battage promozionale creatovi attorno – fra isterismi di massa e una fastidiosa fanta-rivalità con gli Spandau Ballet – certe canzoni, Planet Earth su tutte, non erano poi malaccio. Alla lunga, però, il gioco non poteva che mostrare la corda, e le poche idee passabili erano destinate a finire. Tutto questo avviene con Seven And The Ragged Tiger, l’album in cui tutti i difetti dei precedenti vengono impietosamente amplificati, mentre i pregi magicamente spariscono. Cosa rimane? Una raccolta di canzoncine di facile presa ma senza un briciolo di umanità, con arrangiamenti freddissimi e sintetici a nascondere imbarazzanti carenze e la oramai caratteristica voce strozzata e sgraziata di Simon Le Bon. Insomma, il giocattolo già fragile si è rotto, nonostante il prevedibile successo delle varie The Reflex, New Moon On Monday e The Union Of The Snake. È anche per colpa di un disco come questo che qualcuno ancora storce il naso pensando alla new wave, di cui rappresenta al meglio la degenerazione più mercantile. Un caso da questo momento in poi solo di costume, ché di musicale c’è rimasto ben poco. (A.P.)

EAGLES – The Long Run (Asylum, 1979)
La lunga, secondo molti inane corsa degli Eagles si inceppa inesorabilmente su The Long Run: un album inevitabile, senza ritorno, che segue il successo assoluto del mieloso Hotel California e ha un budget finale di un milione di dollari, con tre anni di lavorazione e ripensamenti vari sul groppone. Siamo di nuovo di fronte alla parodia del sound californiano, un’attitudine che tanto era nobile nei ‘60 quanto appare estremamente laccata e commerciale nel decenio successivo. Le tre chitarre del disco precedente cozzano fra loro con sfinita dolcezza, una dolcezza tale da far scivolare in un oblio diabietico; dove prima poteva esserci struggimento e melodia (per alcuni addirittura poesia), è rimasta solo la maniera. Una maniera nemmeno tanto coinvolgente, se è vero che il fumo che qui cela idee inesistenti venne definito in tempo reale, in una recensione su Rolling Stone, “denso come la nebbia di Londra”. Raggi di sole artificiale, quindi, e una lezione importante per tutti coloro che sostengono che la California sia il paradiso della musica: gli orrori stanno dappertutto e pure un bel sorriso può nascondere un alito pestilenziale, al sapor di caramello. (J.V.)

EUROPE – The Final Countdown (Epic, 1986)
Una macchina da soldi, una canzone costruita ad arte per non lasciare scampo agli incauti ascoltatori e un album pieno di riempitivi per sfruttarne al meglio l’appeal commerciale. Da questo punto di vista, gli svedesi Europe hanno fatto centro, andando anzi ben oltre le più rosee previsioni. Il riff di tastiere di The Final Countdown è il trionfo dell’orecchiabilità più  pomposa, tanto che a tutt’oggi non esiste nessuno che non lo abbia mai sentito. Logico allora costruirvi attorno una nuova carriera, lontana dalle asprezze metal dei mediocri esordi (dei quali rimane solo il look tamarrissimo) e gettarsi a capofitto nel mondo del pop più smaccatamente commerciale. Sì, perché è di questo che stiamo parlando, al di là delle chitarre distorte, di qualche assolo ultraveloce e delle chiome cotonate al vento, tra cui quella biondissima del figaccione di turno, il cantante Joey Tempest, uno che sprizza cattivo gusto già dalla scelta del nome d’arte. E i testi? Al di là del pasticcio fantascientifico della title track, titoli come Ninja e Rock The Night dovrebbero far capire che aria tira. Ciliegina sulla torta, l’immancabile ballata strappamutande, Carrie, fatta apposta per consumare gli accendini delle ragazzine urlanti ai concerti. (A.P.)

GENTLE GIANT – The Power And The Glory (WWA, 1974)
Questo è un Oscar alla carriera, almeno secondo noi. Per quanto The Power And The Glory sia di gran lunga peggio degli episodi più celebrati degli scozzesi (arrivano da Glasgow) Gentle Giant, dal classicheggiante Acquiring The Taste al mosaico ambizioso di Octopus, non è che un momento in una vicenda esecrabile. Esponenti del prog-jazz senza vergogne, i fratelli Shulman partono dal folk per accumulare ogni cosa possa ingigantire un suono già tronfio alle sue origini. Il disco in questione è solo il punto di arrivo di una storia degenerata da subito, quindi, a cui non servono molte parole per essere demolita: basterebbe sentirne cinque minuti per concordare. Siamo sul versante della famigerata ricerca di una giustificazione culturale da parte della musica popolare dell’epoca: studenti del conservatorio di belle speranze e (falsi) virtuosi che salgono sui palchi sbagliati per fare la ruota, come tacchini. Una vena che intristisce già quando al lavoro ci sono gli EL&P, figuriamoci se poi ci si presentano davanti i loro confratelli meno dotati. Parafrasando Salieri, mediocri di tutti i generi, unitevi: i Gentle Giant sono il vostro santo patrono… (J.V.)

JOVANOTTI – Giovani Jovanotti (Yo!, 1990)
Dopo i tormentoni adolescenziali che parlavano di casino, moto, feste, bei movimenti e via di seguito, Lorenzo Cherubini comincia a percepire, molto da lontano, che la pubertà è finita. All’angolo c’è una delle carriere più solari, banali e controverse dei ‘90, quella dell’alfiere di pace/amore/solidarietà, colui che per primo ha portato il rap in Italia, che sa cos’è l’ombelico del mondo e lo va a raccontare pure ai potenti della Terra, in buona compagnia (peccato però non averlo visto in prima fila quando abbiamo cominciato, qualche settimana fa, a parlare veramente di pace in molte piazze del mondo, vero?). Giovani Jovanotti cerca così di assecondare i primi fremiti adulti del suo autore, coinvolge nomi come Mike Talbot, Billy Preston e Keith Emerson e contiene una serie di canzoncine insulse, che non hanno né la grazia “stupida” degli slogan di qualche anno prima né l’impegno naïf del prossimo futuro. Lorenzo annaspa, e lo fa anche di più quando tenta la strada del cantautorato involuto, con titoli censurabili quali Gente nella notte o Ciao mamma. Il Jovanotti magister di banalità che ha attraversato tutto lo scorso decennio, però, muove i primi passi proprio qui. Evitatelo. (J.V)

JOURNEY – Evolution (Columbia, 1979)
“Un rock di ottima fattura”, recita un dizionario del pop di qualche anno fa a proposito di Evolution, e ci corrono i brividi lungo la schiena a pensare all’ottimità come caratteristica portante per una proposta tanto artificiosa quanto baciata dalla fortuna. Neal Schon passa con il tempo dalla fama di migliore chitarrista della California a quella di barocchista hard dozzinale e d’effetto. La formazione che lo contorna, dopo avere destato qualche interesse con un disco omonimo, nel 1975, lo segue fedelmente, nonostante credenziali importanti (Aysley Dunbar alla batteria, per esempio) e una vivacità che poteva anche far ben sperare. La voce di Steve Perry e le scelte sempre più commerciali dei Journey fanno il resto, conducendo a una delle non poche espressioni epigoniche del California Dreamin’. In quest’album Perry imbrocca una serie di melodie che farebbero impallidire il team Bocelli/Pausini, mentre Schon impazza sull’elettrica fino a far sanguinare le nostre povere orecchie addolcite. Titoli degni di menzione: Too Late, Squeezin’ e City Of Angels. Se li vedete scritti da qualche parte, se li trovate su un CD compilato che vi porge un amico, fuggite subito. A suo modo, un disco demoniaco. (J.V.)

KISS – Dynasty (Casablanca, 1979)
Che ai Kiss le cose stessero sfuggendo un po’ di mano era ormai evidente. Da un lato, l’anno precedente avevano fatto uscire in contemporanea quattro dischi, uno per ognuno dei membri, la cui qualità era per lo meno discutibile. Dall’altro, tutta una serie di fattori extramusicali, fra merchandising, apparizioni televisive e fumetti, aveva trasformato quella che era una robusta e divertente glam’n’roll band – vabbè, ci sarebbe la questione delle maschere, ma lo spazio è tiranno – in un fenomeno mediatico ancor prima che musicale, diluendone quindi la carica aggressiva e trasgressiva e accentuandone gli aspetti caricaturali. A questo punto, da abili affaristi, Gene Simmons, Paul Stanley e soci decidono di cogliere la palla al balzo, lanciandosi a capofitto in quello che era il trend musicale del momento, la disco music. Il risultato, I Was Made For Lovin’ You (contenuto in Dynasty insieme a sette patinati riempitivi e a una cover degli Stones), ha giustamente fatto gridare al tradimento i fan della prima ora, sdegnati di fronte a tanto scempio; ciò nonostante, il successo è stato clamoroso. Non è però un caso che, quasi per contrappasso, da qui in poi il gruppo sia entrato in una crisi di ispirazione irreversibile. (A.P.)

LITFIBA – Infinito (EMI, 1999)
Una cosa – forse, l’unica – sulla quale Piero Pelù e Ghigo Renzulli si troveranno probabilmente sempre d’accordo è la bruttezza di quest’album, inglorioso epilogo di uno dei sodalizi più proficui, in termini sia artistici che commerciali, degli ultimi vent’anni di musica nazionale; entrambi, al massimo, ne difendono qualche spunto, ma al dunque non possono negare che il solo pregio di Infinito – concepito, in pratica, da separati in casa – è quello di aver impinguato le loro casse. Che abbia venduto uno sproposito è l’ennesima prova del cattivo gusto del grande pubblico italiano: cattivo gusto qui appagato e alimentato da brani di irritante pochezza, vuoti per quanto concerne i testi e pacchianissimi negli arrangiamenti e nelle performance di un Piero insopportabilmente gigione, che oltraggiano la luminosa storia dell’ensemble fiorentino. Spiccano, in tal senso, Mascherina – con il più orripilante ritornello mai concepito dai Nostri – e il pateracchio kitsch di Sexy Dream, ma anche il resto rimane ben al di sotto della decenza. Sembra incredibile, ma riascoltando quest’album viene quasi la tentazione di rivalutare le successive prove solistiche di Pelù. (F.G.)

NAPALM DEATH – Scum (Earache, 1987)
Fossero rimasti un’esperienza isolata, una simpatica (?) congrega di mattacchioni (?) che si dilettava nel suonare il punk-metal più veloce, caotico e devastante fino ad allora udito da orecchio umano o disumano, i Napalm Death avrebbero persino potuto essere tollerati: sarebbe bastato insonorizzarsi e lasciarli cuocere nel loro brodo di cacofonie, di voce vampiresca e di estremizzazioni del concetto di rock’n’roll. E, in fondo, sarebbero potuti anche entrare nel novero di quei gruppi che magari non si ascoltano mai, ma ai quali comunque si porta rispetto: nel caso specifico, per aver inventato qualcosa di nuovo, per il coraggio e la coerenza dimostrati, per l’impegno delle liriche. Purtroppo, però, la band britannica ha fatto tanti proseliti. Troppi. E dopo questo esordio dal titolo programmatico il mondo musicale è si è trovato per anni letteralmente infestato dall’immonda genìa del grindcore e di tutte le sue aberranti, patetiche clonazioni e degenerazioni. Siamo d’accordo: come le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui figli, così dovrebbe valere il contrario. Ma, in questo caso, non si parla di peccati veniali ma di autentici crimini contro l’umanità. (F.G.)

NOMADI – SOS Con rabbia e con amore (Nomadi/CGD, 1999)
I Nomadi avrebbero dovuto abbandonare le scene al massimo nel 1992, dopo la scomparsa del loro cantante-icona Augusto Daolio: sarebbe stato un triste ma coerente epilogo a una vicenda che ha offerto il massimo negli anni del bitt ma che anche nei ‘70 ha saputo regalare un tot di buone canzoni pop-rock. Invece, no: Beppe Carletti, unico superstite del nucleo originario, ha voluto continuare, reclutando nuovi compagni, pubblicando nuovi dischi di nuove canzoni, schierandosi lodevolmente (seppure con retorica, e non senza tornaconti…) a favore delle più disparate cause umanitarie e proponendo in un sempre fitto calendario concertistico i vecchi hit. Manifesto dei Nomadi che non avremmo mai voluto vedere è quest’album costituito solo da per lo più orride riletture di classici come Dio è morto, Ti voglio (I Want You di Bob Dylan), Atomica cinese, Un pugno di sabbia o Io vagabondo: un album reso oltraggioso non solo dall’idea di base ma anche dai pesantissimi, stucchevoli arrangiamenti inflitti ai brani e da discutibili performance canore. Si spera almeno che il libretto che ne è parte integrante, dove sono descritte le iniziative benefiche promosse dal gruppo emiliano dal 1988 in poi, voglia essere non una sterile autocelebrazione bensì un prezioso strumento di propaganda sociale. (F.G.)

PINK FLOYD – The Division Bell (EMI, 1994)
I tour faraonici che seguono A Momentary Lapse Of Reason, primo disco dopo la fuoriuscita di Roger Waters, non lasciano presagire nulla di buono. E infatti arriva, puntuale, The Division Bell, che sancisce una volta per tutte la trasformazione di un complesso dal passato glorioso in una delle più noiose band mai sentite. Se lo spettacolo dal vivo è ancora in grado di suscitare qualche interesse, se non altro per motivi coreografici, non esiste alcun motivo sensato per cui ci si dovrebbe appassionare a queste canzoni: prendete un brano dei Floyd non particolarmente riuscito risalente agli anni Settanta, fatelo bollire a lungo finché non otterrete un pastone indigesto che seppellirete sotto assoli di chitarra e strati di tastiere sempre uguali. Aggiungete qualche banalità sulle grandi tematiche dell’esistenza e otterrete canzoni come Take It Back o Keep Talking, buone per commentare le immagini di una gara di dama ripresa con la telecamera fissa. Fortunatamente, Gilmour e soci si sono convinti a non dargli un seguito, preferendo raschiare il fondo del barile. Un album eccitante e pieno di sorprese quanto una puntata de L’ispettore Derrick. (A.B.A.)

POLICE – Zenyatta Mondatta (A&M, 1980)

ELVIS PRESLEY – Moody Blue (RCA, 1977)
Sparare sull’Elvis dei ’70 può sembrare crudele: rigonfio di tranquillanti, anfetamine e burro d’arachidi, quell’uomo non era capace d’intendere e di volere. Una specie di malato terminale. Eppure non è così semplice. Dopo un decennio speso appresso alla chimera del cinema hollywoodiano, all’alba dei ’70 Elvis ritrovò la voglia di rock’n’roll. Se almeno attorno a lui l’aria fosse stata più fresca, a quel punto, le cose sarebbero potute andare diversamente, ma il rock’n’roll era già fritto e i cattivi consiglieri ne detenevano i resti. Allora Elvis si gettò tra le braccia dell’opulenza di Las Vegas e gli album che ne vennero – in pratica, gli unici dischi di Elvis che si possano definire propriamente album – furono un concentrato di concitata religiosità, ridondanze orchestrali e riciclaggio di un’idea archetipica in una nuova forma di kitsch mediatico. Una schifezza, insomma, o poco più. Moody Blue non è forse il punto più basso toccato (certe colonne sonore dei ’60 o alcuni titoli gospel sono sicuramente peggiori), ma è l’ultimo e li rappresenta tutti, i dischi di Elvis dei ’70: un po’ sono ridicoli, un po’ sono tragici. Quel gaglioffo che li fece non era l’amabile ragazzaccio che vent’anni prima aveva acceso una rivoluzione. Era il fratello obeso e debosciato. (G.T.)

QUEEN – Hot Space (EMI, 1982)
Cosa succede quando uno dei gruppi più kitsch della storia decide di darsi alla dance più dozzinale? Viene fuori Hot Space, un disco che nei momenti migliori fa rimpiangere gli Wham e che nei peggiori trascina le orecchie in luoghi orrorifici e spaventosi come quelli di Cool Cat, l’anello di congiunzione tra Anima mia e la sigla di Love Boat. C’è l’imbarazzo della scelta, in quanto a raccapriccio: Body Language, una versione appena più hard del Ballo del Qua Qua; Life Is Real, una dedica allo scomparso John Lennon che ci auguriamo non abbia mai raggiunto il suo destinatario ovunque si trovi; una delirante Las palabras de amor, gospel da stadio come potrebbero arrangiarlo gli Europe. E pure la Under Pressure in compagnia di David Bowie, diventata – a differenza dell’album, un flop clamoroso – un hit in questo contesto sembra meritare la menzione unicamente per essere stata campionata da Vanilla Ice. Freddy Mercury voleva inserire i suoi gorgheggi in un nuovo contesto. Gli è andata male, ma purtroppo tra i pochi che lo hanno ascoltato troppi si sono messi in testa – fate caso alla qualità media del pop da classifica negli anni seguenti – di diventare delle star. (A.B.A.)

VASCO ROSSI – Gli spari sopra (EMI, 1992)
Chi troppo in alto sal, cade sovente. Queste le sagge parole di un celebre proverbio. Qui Vasco Rossi è voluto andare in alto parecchio, e il tonfo è stato clamoroso, almeno dal punto di vista prettamente artistico. Evidentemente galvanizzato da un successo di proporzioni sempre più vaste, il rocker di Zocca decide di fare le cose in grande, con musicisti di caratura internazionale e ospiti come Vinnie Colaiuta o Dave Stewart degli Eurythmics, e aumentando vertiginosamente la durata, che dai trentacinque/quaranta minuti dei suoi dischi migliori arriva qui a un’ora abbondante. Insomma, terreno fertile per una ciofeca, che puntuale è arrivata. A partire dalla title track, versione italiana di Celebrate degli An Emotional Fish, il cui testo pseudo-impegnato altro non è che un rabberciato adattamento del suono delle parole originali. Attitudinalmente, non c’è assolutamente nulla dello spirito che aveva reso memorabili canzoni come Siamo solo noi o la stessa Vita spericolata, lasciato da parte in favore di una trasgressione iperprodotta e quasi grottesca (la pruriginosa Delusa, dedicata alle lolite di Non è la RAI), pretenziosi tentativi di critica al medium televisivo (Non appari mai), fiacche canzoni d’amore (Occhi blu) e trite accozzaglie di luoghi comuni (Vivere). (A.P.)

SIGUE SIGUE SPUTNIK – Flaunt It (EMI, 1986)

ROD STEWART – Blondes Have More Fun (Warner Bros, 1978)
Uno dei più grandi cantanti della storia del rock e nello stesso tempo uno dei più presuntuosi figli di puttana – scusate il grecismo, ma non sono parole nostre: risalgono a una bella intervista rilasciata da Keith Richards anni fa – che si possano conoscere.  Devastanti manie di grandezza, stemperate da un senso dell’umorismo che non ci mette nulla a divenire arroganza pura e semplice, un fiuto per il pop più vendibile che lo ha portato in poco tempo dal blues/soul/folk crooning degli inizi a una serie di hit opportunistici e ruffiani. Un working class hero che vota conservatore. Questo è Rod Stewart: non lasciatevi ingannare dalle sue eleganze di mezza età, il Nostro ha sempre pensato a riempire il portafoglio di dollari e di conseguenza, alle donne più costose. Blondes Have More Fun vorrebbe essere principalmente un tributo all’altra metà del cielo, scritto con la cafonaggine che gli è consueta e che trabocca nella traccia più famosa del lotto, una Do You Think I’m Sexy che farà il giro di tutte le discoteche del mondo e che anche molti di noi abbiamo ballato, in una miserabile preadolescenza che non ci rende certo onore. (J.V.)

SUPERTRAMP – Breakfast In America (A&M, 1979)

TOTO – Toto IV (Columbia, 1982)

WALL OF VOODOO – Happy Planet (IRS, 1987)
Incredibile a dirsi, i Wall Of Voodoo erano riusciti a superare lo shock delle dimissioni di un pezzo da novanta come il cantante e compositore Stan Ridgway: avevano trovato un sostituto accettabile, Andy Prieboy, e soprattutto avevano realizzato un terzo album – Seven Days In Sammystown – che pur non reggendo il confronto con i precedenti Dark Continent e Call Of The West faceva ragionevolmente sperare in una sopravvivenza quantomeno dignitosa. A soffocare ogni ottimismo pensò invece questo Happy Planet, sconcertante a partire dalla copertina – vagamente alla Devo, ma molto più stupida – e dalla rilettura in chiave elettronica di Do It Again dei Beach Boys: un disco ottuso nel quale lo stile epico, insinuante e misterioso della band californiana è avvilito in una sua parodia grottesca, povera di incisività, quasi sempre carente di gusto (sola eccezione, la soffice e avvolgente Hollywood The Second Time) e per di più privo di quelle potenzialità commerciali che avrebbero almeno in parte giustificato la metamorfosi. Dopo cotanto grande nulla, del Muro del Voodoo si parlerà ancora in occasione di un discreto live; ma, a quel punto, l’incantesimo è definitivamente spezzato. (F.G.)

WHO – It’s Hard (Polydor, 1982)
Inserire un disco degli Who in questo elenco fa piangere il cuore; non ci sono molti singoli che abbiamo amato più di My Generation, mentre la cover di Summertime Blues di Eddie Cochran per noi è fra le dieci migliori rivisitazioni di un brano altrui di tutti i tempi. Un po’ diverso il rapporto che abbiamo con gli LP dei quattro, sovente non all’altezza dei quarantacinque giri, ma questa è ancora un’altra storia. A colpire davvero in negativo di It’s Hard, è che si tratta di un’appendice inutile, anzi dannosa, alla storia della band di Townshend e compagni, con l’aggravante che vede la luce solo quattro anni dopo la scomparsa non proprio tranquilla del batterista originario del complesso, il pirotecnico Keith Moon. Kenny Jones lo sostituisce a fatica, i brani sono durissimi da digerire, senza direzione né nerbo. Appaiono rivoltanti anche in virtù del cinismo che si percepisce in ogni piega del progetto, un denominatore tristemente comune a tutta la vicenda post-Moon dei Nostri, con reunion consumate su palchi sempre più costosi e sponsorizzati, per dare la spallata finale a un mito di tempi che appaiono lontani anni luce. (J.V.)

STEVIE WONDER – The Woman In Red (Motown, 1984)
Scriviamo prima della pellicola: una commedia di Gene Wilder fin troppo sopravvalutata alla sua uscita, per giunta remake di una commedia francese del 1976 (Certi piccolissimi peccati), di cui il tempo per fortuna ha fatto giustizia. Non poteva essere da meno la musica, centrata sul lato oscuro di Steve Wonder, quello più deteriore e poppish, per giunta inevitabilmente non legata alle immagini (e quindi, con tutto il rispetto, trash allo stato puro: come può un non vedente occuparsi di una colonna sonora, quali figure avrà avuto nella mente che noi non abbiamo visto?). Del resto il genius in seconda – l’originale è Ray Charles, a cui è stato per lungo tempo e fastidiosamente appaiato – ha dimostrato spesso di essere capace di scivolare dal sublime al pattume in uno schiocco di dita. Qui trova la sua forma peggiore senza fatica, complice una Dionne Warwick da gran spolvero e un tormentone, I Just Called To Say I Love You (Oscar per la miglior canzone…), come per fortuna non se ne scrivono tutti i giorni. Un disco senza via d’uscita, a meno che non si voglia imboccare la finestra del vostro soggiorno. Magari in mutande, come il protagonista del film. (J.V.)

NEIL YOUNG – Landing On Water (Geffen, 1986)
Gli anni ’80 di Neil Young sono tutti protesi verso qualcosa che non sa, forse, verso qualcosa che non gli riesce. Frequenti sono quindi gli appigli, mai veramente convinti, verso elettronica (Trans), un certo “rockabilly” (Everybody’s Rockin) e il polveroso country di Old Ways. Questo appannato divagare, destinato a concludersi solo verso la fine del decennio con lo splendido Freedom, trova qui altri provvisori approdi tra sintetizzatori, ruvide chitarre e un suono tipicamente anni Ottanta, il tutto cosparso da arrangiamenti che sono troppo simili a meri esercizi di stile, incapaci di convincere appieno. È un altro di quei momenti-amnesia in cui a salvarsi dal naufragio sono solamente gli episodi in cui l’esperienza sonora e vocale di Young ritrova un certo equilibrio con i (deboli) temi affrontati: un’alienazione diffusa, la ricerca di un controllo sulla propria vita allo sbando. Troppo poco per salvarne i destini, là dove la crisi creativa si fa sempre più evidente, e attraverso canzoni che si ascoltano e altrettanto facilmente si scordano. Come motivetti ascoltati alla radio durante un viaggio, con la ricezione che va e viene, e il vento forte che soffia e disperde. (L.B.)

ZUCCHERO – Spirito diVino (Polydor, 1995)
Che si può ormai dire di Zucchero? Che la sua musica si commenta da sola, ma è troppo facile. Il mistero più grande di tutti è la stima di cui sembra godere all’estero, non solo presso il pubblico che da sempre accoglie a braccia aperte un’inquietante serie di personaggi che va da Toto Cutugno ad Andrea Bocelli. Spirito diVino, con i testi brulicanti come al solito di umorismo da balera, è l’opera di uno che crede di essere un bluesman per il semplice fatto di cantare “Intanto Zio Rufus sta coi suoi pensieri in testa portando in giro la vita a fare la pipì” e di imitare, peraltro anche maldestramente, le movenze ubriache di Joe Cocker. Lo sapeva Robert Johnson, in procinto di vendere all’anima al diavolo presso il famigerato incrocio, che all’alba del millennio successivo la parola blues sarebbe stata associata alle opere di Adelmo Fornaciari? No, ma del resto neppure noi potevamo immaginarlo, per quanto avvezzi ai peggiori incubi della musica italiana. Certo che se dopo gli esordi, non particolarmente esaltanti ma comunque innocui, avesse smesso, ora non dovremmo stare qui a parlare di quello che sembra sempre di più il corrispettivo musicale di una vignetta di Forattini. (A.B.A.)

100 da evitare foto 4Gli ultimi cinquanta

ADAM & THE ANTS – Prince Charming (CBS, 1981)
Archiviato il valido stile new wave del primo album dopo essere stato scippato della sua backing band – a favore dell’inconsistente, effimero progetto Bow Wow Wow – da quel gentiluomo di Malcolm McLaren, Stuart “Adam Ant” Goddard rivoluziona il suo approccio alla musica concependo un curioso ibrido di dance tribale e pop anthemico, accoppiato a un ridicolo look a metà tra pirati e new romantic. Il primo album del nuovo corso, Kings Of The Wild Frontier, fa pena, ma ha dalla sua almeno l’effetto-novità e diventa uno dei casi “artistici” e commerciali del 1980. Il secondo, questo Prince Charming, sfrutta stancamente gli stessi stilemi e vende ugualmente tantissimo. Dio benedica il delirio di onnipotenza che subito dopo induce Adam a sciogliere il gruppo, optando per la carriera solistica che in breve ce lo toglierà dalle palle. (F.G.)

ADVERTS – Cast Of Thousands (RCA, 1979)
Il problema non risiede tanto nell’album in sè, comunque poco ispirato sul piano compositivo e arrangiato con eccessi di pesantezza new wave, ma in quello che lo ha preceduto: dopo un esordio formidabile come Crossing The Red Sea, che a dispetto della semi-oscurità nella quale è relegato – almeno al confronto con Sex Pistols, Clash o Damned – è senza dubbio il massimo capolavoro musicale del primo punk britannico, dagli Adverts era lecito attendersi ben altro. Invece, complice anche un contratto major di lì a poco stracciato per scarso rendimento, la band britannica ha rallentato i ritmi e ammorbidito il suono con quantità industriali di piano e tastiere, realizzando un dischetto né carne né pesce per di più penalizzato da una produzione infame. Non lo salva neppure la splendida voce di T.V. Smith, e questo la dice lunga sulla sua pochezza. (F.G.)

ALLMAN BROTHERS BAND – Win, Lose Or Draw (Capricorn, 1975)
Escludendo i dischi perlopiù patetici degli anni ’90 e dovendo mirare a un bersaglio per dire dell’inaridimento creativo del più celebre gruppo di southern blues, è facile rivolgersi a questo sfortunato Win, Lose Or Draw, ultimo album di studio prima del primo scioglimento. Scomparso Duane e con Gregg impelagato nel tempestoso matrimonio con Cher, non restava molto dell’Allman Brothers Band: l’intestazione rimase invariata, a dispetto dell’evidenza che la leadership era passata nelle mani di Dickey Betts. Che è una brava persona, ma non ha mai neanche sfiorato il vorticoso talento di Duane. È lui che guida una formazione ormai stanca attraverso queste sette composizioni country-oriented piuttosto avare sul piano emotivo e inconcludenti su quello strumentistico. Disco non insincero ma privo d’intensità e mordente, perciò giustamente dimenticato. (G.T.)

BEACH BOYS – M.I.U. Album (Reprise, 1978)
Gli anni Settanta, lo avrete capito, sono stati una croce per la California: quanto di splendido & splendente c’era nelle assolate estati del decennio precedente è stato dimenticato e lo stereotipo ha preso il sopravvento sulla creatività. Non fanno eccezione i Beach Boys, orfani quasi del tutto dell’apporto di Brian Wilson e costretti a cavalcare le onde di un’adolescenza che non era più credibile di fronte al rock adulto (e supponente) imperante. Dopo prove ancora dignitose, M.I.U. Album rappresenta davvero il peggio assoluto fino a quel momento, una autoparodia tristissima e intristente di armonie vocali fiacche e di melodie pop del tutto prive di mordente. Per alcuni il peggio doveva ancora arrivare, ma la tomba della creatività che rappresenta quest’album appare ancora oggi un limite invalicabile. (J.V.)

BLINK 182 – Enema Of The State (MCA, 1999)

BON JOVI – Keep The Faith (Jambco, 1992)
C’è chi ha descritto la musica di Bon Jovi come una via di mezzo tra i Def Leppard e Bruce Springsteen. Ci sembra ancora più azzeccato immaginare i Def Leppard alle prese con una vaga scopiazzatura dell’immaginario del Boss, una parodia involontaria del rock stradaiolo con canzoni tutte uguali, indistinguibili, assemblate con gli stessi ingredienti: una voce roca ed epica, quella di un duro dal cuore tenero che si circonda di ruvidi rocker pronti ad assecondarlo con cascate di note fuori misura, assoli di chitarra sbrodolanti e pianoforti che non temono di sfidare il senso della misura. Keep The Faith è, essendo assolutamente identico a tutti gli altri, il disco ideale per rappresentare l’universo sonoro (?) del personaggio. Il classico di un genere dal nome spaventoso: pop-metal. (A.B.A.)

DAVID BOWIE – Never Let Me Down (EMI, 1987)
Talento, genio, anima. Chiamatelo come vi pare, ma c’è sempre stato un quid impalpabile che nelle varie fasi della carriera del Duca Bianco, dagli esordi a Ziggy Stardust, dall’algida trilogia berlinese al pop raffinato di Let’s Dance, ne ha sempre reso i dischi in qualche modo speciali. Almeno fino a Never Let Me Down, dove sotto la copertina non c’è assolutamente niente: non un guizzo, non una canzone degna di questo nome, non un’invenzione di quelle a cui Bowie ci aveva fino a quel momento abituato. Semplicemente il nulla. È questo il primo e più clamoroso sintomo di un inaridimento artistico – si pensi anche al tragicomico progetto Tin Machine – dal quale il Nostro uscirà soltanto nel 1995 con il comunque controverso Outside. E, ad ogni modo, da lì in poi, la classe del passato tornerà a risplendere soltanto a deboli sprazzi. (A.P.)

JACKSON BROWNE – Lawyers In Love (Asylum, 1983)
Nove anni dopo Late For The Sky – disco bellissimo – Jackson Browne si muove già come un vecchio. Paralizzato dai successi, appagato dalla celebrità conquistata con Running On Empty, il suo disco (“live”) più famoso, ha la splendida idea di lasciare da qualche parte dietro di sè quel garbo, quella genuina delicatezza che erano stati parte essenziale e ineliminabile del suo cammino artistico. Ecco allora questa improvvisa esplosione di falsetti, tastiere, arrangiamenti pomposi, e “adorabili” coretti che fanno sha-la-la. Le pause di silenzio che ne incantavano la musica si riempiono improvvisamente, e cambia la natura stessa dei suoni, imperdonabilmente inamidati e imborghesiti, senza la minima traccia di tensione. Purtroppo, sarà così per molti degli album successivi: irriconoscibile. (L.B.)

BYRDS – Byrdmaniax (Columbia, 1971)

CLASH – Cut The Crap (CBS, 1985)

JOE COCKER – Across From Midnight (Capitol, 1997)
Tanto era il vigore artistico, la scintillante intensità espressa da Joe Cocker nei primi periodi di carriera, quanto devastante e  inesorabile è stato il declino degli ultimi anni: fisico, ancor prima che musicale. Basti pensare a dischi vibranti come With A Little Help From My Friends o Mad Dogs & Englishmen e poi mettersi ad ascoltare questo Across From Midnight, che degli anni Novanta, con la sua inconsistente qualità, è proprio uno degli abissi peggiori. L’effetto è quello di un malinconico carrozzone di “vecchie glorie” ormai destinato a vagabondare senza meta, con la solita sarabanda di interpreti e una scelta di brani non proprio azzeccata: di qua e di là tra pop e blues, e con drammatica nonchalance da Bob Marley a Eros Ramazzotti, giù, sempre più giù, verso il declino. (L.B.)

LEONARD COHEN – Death Of A Ladies’ Man (Warner Bros, 1977)
È il disco di Cohen che non si vorrebbe mai ascoltare. Di più, che non si vorrebbe esistesse. “Merito” della sciagurata collaborazione con Phil Spector, che più che produrre il lavoro lo dissangua (prima), trasfigurandolo (poi), riducendolo a un insopportabile coacervo di suoni, discontinuità, pasticci. Decine di musicisti improvvisati, di cui si fatica a riconoscere il reale contributo (non mancano neppure le voci di Bob Dylan e Allen Ginsberg…), dissidi prima, durante e dopo le registrazioni, scelte dissennate d’ogni sorta che rendono l’album davvero irritante. Non basta la voce di Cohen, non bastano le sue canzoni (tra l’altro, non certo le più ispirate della carriera): serviranno due dischi (Recent Songs e, soprattutto, l’ottimo Various Positions) e otto anni per farlo del tutto dimenticare. (L.B.)

CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL – Mardi Gras (Fantasy, 1972)

DIRE STRAITS – On Every Street (Vertigo, 1991)
Al confronto con questo comeback del 1991, l’attuale condizione da solista di Mark Knopfler appare ispirata e finanche significativa. Perché almeno porta con decoro la tipica rassegnazione di chi in gioventù ha avuto tutto e quel che gli resta da persona matura è un po’ di mestiere da far fruttare senza troppo arrovellarsi. La reunion dei Dire Straits di On Every Street, invece, non rispondeva ad alcun bisogno di esprimersi né di perpetuare una vicenda artistica già abbastanza soddisfacente, almeno sul piano commerciale. Non ci sentiamo di fare troppa ironia sulla band inglese, perché Knopfler ha sempre avuto quell’espressione così seria, ma ci concediamo almeno il lusso di affermare che se la carriera del gruppo non si fosse arricchita di questa pallida appendice nessun fan si sarebbe appeso al lampadario del soggiorno. (G.T.)

BOB DYLAN – Self Portrait (Columbia, 1970)
“What’s this shit?”, scrisse Greil Marcus su Rolling Stone: mai disco nella storia del rock ebbe recensione più famosa. E in effetti se non proprio merda, ben poco ci manca. Album strampalato, a tratti persino inquietante, che sprofonda a più passi negli abissi del kitch. Assemblato (per gioco? per scherzo? per follia?) in uno dei momenti di “amnesia compositiva” di Dylan (tra il country di Nashville Skyline e le provvisorietà di New Morning) contiene alcuni tra i suoi brani più orrendi, alcune anonime esecuzioni dal vivo e patetiche imitazioni di classici come Let It Be Me, Blue Moon e The Boxer. Ancora oggi sfugge il vero senso di Self Portrait, che non è certo l’unico passo falso della carriera dylaniana ma è di certo il più eclatante. E se veramente fu autoparodia, fu un capolavoro. (L.B.)

EMINEM – The Marshall Mathers LP (Interscope, 2000)

GRAND FUNK RAILROAD – Survival (Capitol, 1971)
Quando anni e anni (o secoli?) fa vennero alla ribalta i Guns n’Roses, fra i riferimenti di rito c’erano proprio loro, i Grand Funk Railroad, allegra brigata votata all’hard più infuocato e, diciamolo senza mezze misure, più roboante che concreto che esista. Mai paragone, in peggio, fu azzeccato, visto che tutti gli eccessi e le zozzerie dei Guns trovano esatta corrispondenza in questo simpatico complesso del Michigan: protometallico, se volete, grazie anche a una produzione ad hoc orchestrata dal padre/padrone (poi biliosamente allontanato) Terry Knight. Survival vede imporsi un gusto come minimo tronfio, un saettare elettrico e fine a se stesso, che non annoia solo perché, qua e la, può anche ripugnare. Se ne starete alla larga ne sarete moderatamente felici. (J.V.)

GRATEFUL DEAD – Terrapin Station (Arista, 1977)
A certi artisti è persin più facile perdonare dischi brutti che inutili. Quelli, sì, facciamo fatica ad accettarli: un album come Terrapin Station arriva nel mezzo di un periodo decisamente poco ispirato per il gruppo, che si protrarrà sino alla fine del decennio: senza l’inconfondibile forza e il vigore delle esibizioni “live”, nei lavori da studio resta ben poca cosa. Canzoni che passano via, suoni che sembrano abitudini, persino qualche cliché. Disco breve, questo, con cui i Dead terminano il contratto con la Arista Records: non serve, e non basta, il supporto di Paul Buckmaster (a cui si deve la tediosa orchestrazione della title track), né tantomeno la scialba produzione di Keith Olsen. L’impressione è quella di un esercizio di stile, suonato con stanchezza, casuale quanto fastidioso. Un nulla inutile. (L.B.)

BILLY IDOL – Rebel Yell (Chrysalis, 1984)
Ribelle questo? Ma per piacere! Con alle spalle un passato nei punk di seconda linea Generation X, l’inglese Billy Idol trova una nuova vita in America presentandosi come una perfetta quanto involontaria caricatura del rocker da strada. Capelli biondi ossigenati, look da motociclista, perenne smorfia che, più che un ghigno diabolico, pare una semiparesi. Al suo fianco, il chitarrista Steve Stevens, famoso perché capace di ricavare dallo strumento suoni simili a quelli dei videogame. Una formula commercialmente valida, tanto che con il secondo disco, Rebel Yell, il successo sarà planetario, grazie al brano omonimo e alla melensa ballata Eyes Withou A Face. Peccato che musicalmente sia il trionfo del posticcio, del (finto) hard rock più deteriore e ruffiano. Avvilente come un pagliaccio che non fa ridere; brutto, ma innocuo come un agnellino. (A.P.)

ELTON JOHN – Victim Of Love (Rocket, 1979)
Vittima di sé stesso, più che dell’amore, l’Elton John di fine ‘70, momentaneamente separatosi dall’ultimo filo che lo legava a una qualche forma di creatività, i testi del fedele Bernie Taupin, perde ogni residua dignità: quando tra sette miseri brani infili una orribile cover di Johnny B. Goode significa che stai toccando il fondo, e che le idee non solo le hai finite, ma non riesci neppure ad annacquarle. Se poi affidi le canzoni a un oscuro produttore tedesco specializzato in disco music, Peter Bellotte, avrai la certezza quasi matematica di non sfiorare neppure le classifiche. Che fosse un piano per allontanarsi dalla ribalta senza dare nell’occhio? Il fatto che non ci siamo ancora liberati dell’occhialuto cantante sembra smentire seccamente l’ipotesi. (A.B.A.)

LENNY KRAVITZ – 5 (Virgin, 1998)

LIVE Throwing Copper (Radioactive, 1994)

MANOWAR – Fighting The World (Atlantic, 1987)
L’idea di un gruppo di americani ispirati dall’immaginario fantasy è piuttosto ridicola, se non altro perché – lo dice la Storia – le saghe dei guerrieri barbari sono una faccenda squisitamente europea. Comunque sia, i Manowar dell’ex Dictators Ross “The Boss” Funicello rientrano alla perfezione in tale quadro, al punto di essere acclamati – dagli esordi, all’inizio degli ‘80 – come alfieri dell’epic-metal: proprio loro, che gli unici rapporti con spadoni e corazze li avranno avuti al massimo attraverso i fumetti o i film di Conan. Il mondo del quartetto, che in questo suo quinto album ha anche tragicamente optato per un suono meno ruvido, è tutto qui: in arroganti pose da coatti pre-medievali e in titoli da B-movie come Violence And Bloodshed, Defender (con la voce recitante di Orson Welles!), Drums Of Doom, Master Of Revenge o Black Wind Fire And Steel. (F.G.)

MARILLION – Script For A Jester’s Tear (Capitol, 1983)

DAVE MATTHEWS BAND – Before These Crowded Streets (RCA, 1998)
Tutta questa faccenda delle jam-band non ci convince. Gente che suona e sa suonare, ma troppo dell’uno e dell’altro, in infinite session di studio e dal vivo a rincorrere non si sa bene che cosa. Non è lo stomaco che parla, ma il gusto del belletto messo lì a soddisfare un virtuosismo tecnico sovente virato a esibizione circense. Si dice che siano tutti figli dei Grateful Dead, ma manca l’acido! Più che un’avventura lisergica, i dischi della Dave Matthews Band sono un’insostenibile sequela di luoghi comuni, pieni di folk frigido, jazz calligrafico e flaccide divagazioni etniche guarnite di svolazzi di violino e arzigogoli ritmici e pallosissime giravolte di chitarra, sovrastate da una voce totalmente inespressiva. In questi settanta minuti si ha l’impressione di non andare da nessuna parte, e alla fine sembra persino di non esser mai partiti. (G.T.)

PAUL McCARTNEY & WINGS – Red Rose Speedway (Apple, 1973)
La carriera solistica – o comunque quella portata avanti dopo la fine dei Beatles – di Paul McCartney è una grande delusione. Il buon Macca trasforma spesso il romanticismo del suo glorioso passato  in romanticume, il lirismo in patetismo. Non tutto è da buttare nella vicenda Wings, ma di certo Red Rose Speedway esemplifica al meglio la leziosità diabetica del Nostro, incapace di trovare temi più intriganti di canzoni d’amore e di coretti come minimo insulsi. Sembra proprio che senza il compagno Lennon con cui dialogare e litigare il musicista di Liverpool sia artisticamente monco. Una incompletezza che non verrà mai meno, pur fra lavori quasi dignitosi (per esempio il successivo Band On The Run) che si sbriciolano però sempre di fronte a perle antiche come For No One o Eleanor Rigby. (J.V.)

MEATLOAF – Dead Ringer (Epic, 1981)
Si fosse limitato a pubblicare Bat Out Of Hell, per poi ritirarsi a vita privata ad investire in cheeseburger i cospicui guadagni, Marvin Lee “Meatloaf” Aday sarebbe stato ricordato dai più come “quel ciccione un po’ laido, con trascorsi di attore cinematografico e di musical, che nel 1977 aveva venduto vari milioni di copie di un album rock esageratamente pomposo ma in fondo (ok: molto in fondo) simpatico”. Purtroppo, invece, il cantante ha voluto replicare la formula vincente, rivelando così – al di là dei consensi commerciali, rimasti spesso più che apprezzabili – la sua natura di patetica macchietta. In tal senso negli annales è rimasto scolpito questo primo sequel, secondo frutto del sodalizio con l’autore e regista “mr. sobrietà” Jim Steinman, che come brano trainante proponeva addirittura un duetto con Cher. (F.G.)

JONI MITCHELL – Dog Eat Dog (Geffen, 1985)
Devastante. Disco che arriva nel bel mezzo del cammino espressivo che porta Joni Mitchell dal sontuoso “live” di Shadows And Light al multicolore e variegato Chalk Mark In A Rain Storm. Un’evoluzione continua, e a tratti sorprendente, che d’improvviso s’arresta nella palude di un album incomprensibilmente orribile, che è come una dichiarazione di guerra nei testi e nelle sonorità. Anni prima Joni preannunciava una battaglia “silenziosa”, contro le tante bruttezze del mondo: qui la guerra arriva, ma è tutt’altro che silenzio. I sintetizzatori di Thomas Dolby (sì, proprio lui…) e la sfasata produzione di Larry Klein sono l’assurdo sottofondo a veri e propri sermoni, gettati nel buio senza nemmeno troppa convinzione, in ostentato bianco e nero. Torneranno i colori, poi, e sarà un sollievo. (L.B.)

MOODY BLUES – Days Of Future Passed (Deram, 1967)

VAN MORRISON – Days Like This (Polydor, 1995)
Gli anni ’90 di Van Morrison sembrano scritti e suonati con la mano sinistra. Il prolisso Hymns To The Silence, il confuso Too Long In Exile, l’ingessato The Healing Game, il banale Back To The Top, e proprio nel mezzo questo incolore Days Like This, annunciato da una copertina incredibile (in quale altro modo la si può definire?) e fatto di scarti della mente del (fu?) genio. Sotto la voce srotolata come per contratto, corrono veloci e impalpabili melodie riciclate e le più omologate sonorità mai praticate dall’artista irlandese. Canzoni che scivolano pigre e leziose come se si fossero composte da sole, senza cura e senza un vero amore, e non ce n’è una che si lasci ricordare. Puzza di mero esercizio stilistico, questo disco, e faticherebbe a eccitare un infoiato patologico di bocca buona. (G.T.)

SINEAD O’CONNOR – Am I Not Your Girl? (Ensign, 1992)
Sinead O’ Connor è sempre stata un’artista scostante, ma questo disco rappresenta probabilmente il punto più basso della sua carriera. Cosa c’è di più inutile di registrare una raccolta di classici pop seppellendo la propria limpida voce con orchestrazioni pesanti come drappi medioevali, senza intervenire minimamente sul tessuto compositivo degli originali? Probabilmente nulla. Le cover di Don’t Cry For Me Argentina, presente anche in versione strumentale, I Want To Be Loved By You, Bewitched, Bothered And Bewildered e l’originale Success Has Made A Failure Of Our Home alimentano uno spreco di orchestrali come pochi se ne sono visti negli ultimi anni. La bruttezza del disco è in perfetta sintonia con le orribili scarpe che Sinead indossa nella foto in copertina. (A.B.A.)

POCO – Head Over Heels (ABC, 1975)
C’erano una volta i Buffalo Springfield, meteora importante del folk-rock anni Sessanta. C’era la voglia di accostarsi a un nuovo modo di scrivere canzoni, di reinventare la tradizione. Poi tutto finì. Ricky Furay e Jim Messina, dopo un avvio come Poco se non promettente almeno incoraggiante, lasciano il campo ad altri (Rusty Young e la sua steel guitar, per esempio) e consegnano così alla storia del country-rock di regime un gruppo che sforna canzoni che si consumano abbastanza in fretta, come un macinino da caffè. È soprattutto con Head Over Hells che questa vena facile, se non addirittura facilona, trova la consacrazione oceanica del pubblico. Dopo ci sarà Legend, ma la fama di macchinisti del C&W per i Poco è oramai cosa fatta. (J.V.)

IGGY POP – Blah Blah Blah (A&M, 1986)

PRINCE Batman (Warner Bros, 1989)

PSYCHEDELIC FURS Midnight To Midnight (CBS, 1986)
Gran brutta cosa non accettare di invecchiare. Le si provano tutte, dalla chirurgia plastica all’abuso di trucchi e farmaci di ogni tipo, per tentare di recuperare una giovinezza ormai perduta per sempre, con il risultato di sembrare ridicoli. È un po’ quello che è successo agli Psychedelic Furs di Midnight To Midnight che, evidentemente non più in grado di ricreare quella salutare tensione che stava alla base dei loro primi lavori, ripiegano qui su un pop-rock ipervitaminizzato e inoffensivo. Un triste processo di banalizzazione che culmina nella stucchevole Angels Don’t Cry, con tanto di agghiacciante assolo di sax e, soprattutto, in una Heartbreak Beat nella quale non si sa se siano peggio le tastiere onnipresenti, le percussioni fuori contesto o una melodia per lo meno imbarazzante. La tragedia è che il resto del programma riesce a non essere da meno. (A.P.)

ROLLING STONES Goat’s Head Soup (Rolling Stones, 1973)
Se gli Stones fossero morti subito dopo Exile On Main Street e bla bla bla. Allora eccola qua, la prova della colpa. Arrivato giusto un secondo dopo quel monumentale doppio album, Goat’s Head Soup segna il principio della seconda vita della band, quella sprecata non a vivere ma a vivacchiare. Nulla di realmente indecoroso, ma le viscere di appena un anno prima sono già state cancellate dalle corde degli Stones, che qua dentro suonano come un gruppo qualunque, applicando senza nerbo una formula ormai prosciugata. Quella stessa formula che li terrà in vita per tre decenni ancora, ma che cesserà di produrre scosse e turbamenti. Però qui una cosa buona c’è: quella luciferina immagine della “zuppa di testa di capra” allegata alla confezione in vinile. Unico brivido in un disco moscio e decadente. (G.T.)

SANTANA – Beyond Appeareances (Columbia, 1985)
Saremo sinceri: avremmo potuto citare tante altre prove di Carlos Santana per stigmatizzare il suo stile, il suo insegnamento di chitarrista tanto di successo ed apprezzato – da altri – quanto noioso e narcisista come pochi. Già la seconda parte della sua attività, nei Settanta, mostra continui make up esteriori che lo portano verso una grande patina esotico-ritmico-jazzata, dalla poca inventiva concreta. In ogni caso, Beyond Appeareances soddisfa i requisiti per il peggior passo di una carriera che scivola verso la sdolcinatezza sfocata e meno attraente. Il musicista mexirock per antonomasia, tolti gli afflati spirituali dei momenti migliori e qualche complessità chic, sforna canzoncine per bambini e fedeli, senza alcuno spessore e con tanto tediosissimo charme. (J.V.)

SAXON – Crusader (Carrere, 1984)
A cavallo fra ‘70 e ‘80, quando album come Wheels Of Steel e Strong Arm Of The Law li avevano imposti tra i leader della cosiddetta New Wave Of British Heavy Metal, i Saxon non erano nemmeno tanto male: un’onesta band hard rock, non originalissima ma certo capace di performance lodevoli – quantomeno nell’ambito musicale di riferimento – per energia e spessore compositivo. Si fossero sciolti vent’anni fa, li avremmo anche ricordati con indulgenza, o forse addirittura con simpatia. Non è così per colpa del folle numero di dischi sciatti e deprimenti dati invece alle stampe a partire dal 1984 di questo Crusader, che con le sue canzoni prive di spunti, la sua produzione debolissima e i suoi ammiccamenti commerciali fece chiaramente intendere che la fine era alle porte. Anzi, che le aveva già sfondate. (F.G.)

SIMPLE MINDS – Once Upon A Time (A&M, 1985)

CAT STEVENS – Izitso (Island, 1977)
Sempre in bilico fra toccante dolcezza e un pop di maniera, Cat Stevens ha spesso salvato il risultato affidandosi a una propensione melodica davvero innata, che ha toccato i suoi momenti migliori in Tea For The Tillerman. Izitso asseconda invece il lato più deteriore del suo carattere musicale, grazie anche ad incontri strumentali non proprio riusciti e a una leggerezza di intenti e risultati che fa volare via i pezzi come se fossero di carta velina. C’è pure la confessione di (I Never Wanted) To Be A Star a rincarare la dose, scritta poco prima di un ritiro dalle scene che lo porterà a ripudiare nome e passato, per abbracciare la fede musulmana con un fervore che ci fa rabbrividire, soprattutto quando difende la condanna a morte in contumacia di Salman Rushdie… (J.V.)

STONE TEMPLE PILOTS – Tiny Music… (Atlantic, 1996)
Il giorno che Layne Staley ha definitivamente lasciato questa valle di lacrime, abbiamo tutti pensato a una profonda ingiustizia: tossico per tossico, Sorella Morte avrebbe potuto portarsi via Scott Weiland degli Stone Temple Pilots, ponendo così probabilmente fine allo scempio di una band-caricatura che è riuscita a vendere milioni di copie limitandosi a riciclare spudoratamente (e abbastanza malamente) le intuizioni di Alice In Chains e Pearl Jam. Dopo Core e Purple, questo Tiny Music… Songs From The Vatican Gift Shop accentua ulteriormente i toni più commerciali della proposta del quartetto californiano: un gruppo in sè ascoltabile ma del tutto inutile e irritante, di quelli che ogni vero appassionato di rock, non fosse altro per giustizia, vorrebbe veder sprofondare negli Inferi. (F.G.)

STRANGLERS – 10 (Epic, 1990)
Il titolo non è – sarebbe parsa una presa per i fondelli – un omaggio al film di Blake Edwards con la bellissima Bo Derek, ma solo un riferimento al fatto che l’album è il decimo di studio nella discografia della (una volta) eccellente band britannica. Ignobilmente prodotto dal discotecaro Roy Thomas Baker, 10 sarà l’ultimo disco degli Stranglers con in organico Hugh Cornwell e l’ultimo a vedere la luce per la Epic: una totale débácle dalla quale il gruppo non sarà più in grado di rialzarsi, condannandosi in pratica all’estinzione virtuale; e un disco di rara pacchianeria, del quale la terribile cover di 96 Tears non è neppure il momento più triste, che con la sua “sobrietà” degna dei peggiori Queen fa definitivamente a brandelli il mito degli Strangolatori. Purtroppo. (F.G.)

BRUCE SPRINGSTEEN – Human Touch (Columbia, 1992)
Sta scritto nella Storia: Bruce Springsteen e la E-Street Band non possono fare a meno l’uno dell’altra. Prescindibili i “soli” di Clarence Clemons e Little Steven, ininfluenti le partecipazioni degli altri E Streeters fuori dalla Band, e l’unica volta che il Boss s’è messo a capo di un altro gruppo (di turnisti non troppo sensibili, diciamo così, soprattutto in riferimento alla sezione ritmica di Randy Jackson e Jeff Porcaro) è stato un mezzo disastro. Passi per il coevo Lucky Town, che in effetti somiglia più a uno sforzo solitario, ma Human Touch è un disco bolso naufragato in un’opulenza sonora patinata e impersonale, nient’affatto comunicativa. Si salvano un paio di canzoni (57 Channels, I Wish I Were Blind), ma Real Man, Gloria’s Eyes, Man’s Job e Roll Of The Dice sembrano davvero scritte e cantate da qualcun altro. (G.T.)

STONE ROSES – Second Coming (Geffen, 1994)

SWEET – The Sweet (RCA, 1973)

URIAH HEEP – Very ’Eavy… Very ’Umble… (Vertigo, 1970)

U2 – All That You Can’t Leave Behind (Island, 2000)

VAN HALEN – OU812 (Warner Bros, 1986)

WATERBOYS – Dream Harder (Geffen, 1993)
Un inizio devastante, nel senso che una roba così artificiosamente tosta uno non se l’aspettava dagli autori di delicate prelibatezze come This Is The Sea e Fisherman’s Blues. Ma nel 1993 i Waterboys si erano già ridotti all’affare privato di un Mike Scott in pieno stato confusionale. Una nuova vita comincia da qui, canta Scott, ma a quel punto suona più credibile la dichiarazione che un rancoroso Lloyd Cole aveva rilasciato per definire l’empito sentimentale del gruppo anglo-scozzese: “misticismo da bazar”. Ecco, Dream Harder ci va parecchio vicino, scimmiottando glorie recenti nel disperato tentativo di riconquistare una magia che invece se n’era andata via per sempre. Scott ebbe poi il buon gusto di rinunciare alla sigla, ma dopo sette anni avrebbe di nuovo rovinato tutto con la pessima idea di riesumarla per un altro disco infelice.

FRANK ZAPPA – The Man From Utopia (Barking Pumpkin, 1983)
La discografia di Zappa è chilometrica e The Man From Utopia è forse l’incidente di percorso più clamoroso, anche se fortunatamente passa quasi inosservato: un lavoro minore che raccoglie brani live e scarti di studio. Per l’occasione il musicista si trasforma in un riciclatore di idee senza mordente, un po’ cialtrone, al massimo grado di autoreferenzialità, rischio quest’ultimo che è un po’ una costante delle opere pubblicate nel corso degli ‘80. Il peggio arriva nei brani parlati, The Dangerous Kitchen e The Jazz Discharge Party Hats, estenuanti e autoindulgenti. Meglio i fraseggi di chitarra di Steve Vai, che pure sembrano non portare da nessuna parte. Se volete procurarvi la discografia zappiana al gran completo, lasciatelo tranquillamente per ultimo. (A.B.A.)
Tratto da Mucchio Extra n.9 della Primavera 2003

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Categorie: discografie base | 29 commenti

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29 pensieri su “100 album da evitare (schede)

  1. Stefano Horsy

    Molto divertente leggere questo elenco, soprattutto mentre mi accorgo che ne possiedo non pochi! Alcuni, effettivamente orrendi (Bowie, Elton John, Jackson Browne) li ho presi solo per completismo da fan. Altri (America, Eagles, Toto, Meat Loaf) non mi sembrano male. Su tre sono in totale disaccordo: Michael Jackson (Dangerous per me è il suo migliore), Rolling Stones (ma come si fa a sostenere che il peggiore è Goat Heads Soup?!) e Fleetwood Mac (band che non amo particolarmente, ma Tango in the Night è uno dei più apprezzabili e raffinati esempi di pop anni 80).
    Un applauso per avere inserito autentici orrori, non si sa perché di culto, come Adam Ant e Sigue Sputnik.

    • L’idea era infatti soprattutto quella di far sorridere, calcando la mano. Poi è ovvio che in alcuni casi l’orrore è assoluto e in altri relativo, in alcuni musicale e in altri più, diciamo, “concettuale”. 🙂

  2. ma chi sei te, sua maestà il cristo redentore? ma sai un cazzo di musica! fai un disco, pubblicalo e poi vediamo quanto sei bravo. nel frattempo taci, onnipotenza della tastiera. no, davvero, detestabile.

    • Scusa, mi era sfuggito. Il “sai un cazzo di musica” mi sembra inappropriato, considerato che con la musica ci lavoro da quarant’anni e a livelli anche piuttosto alti, ovviamente in relazione a quello che consente l’Italia. Al massimo, a tuo parere, avrò gusti discutibili. Però sarei curioso di sapere cosa ti ha scandalizzato così tanto.

  3. Glauco

    @Alessandro Besselva Averame:
    già il nome è un programma; in confronto persino la contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare fa meno snob…
    Scrivi, a proposito di Abacab dei Genesis, tra le altre perle si saggezza:

    “versati senza ritegno su scenari di plastica che cercano di ammiccare alla new wave e sulle tastiere di Tony Banks, con buona probabilità lo strumentista dalla tecnica più limitata – perdonate l’ossimoro – della storia del progressive.”

    Dov’è l’ossimoro, qualcuno me lo dovrà poi spiegare… Scrivi come mangi e probabilmente, dalle “boiate” che “spari”, ti nutri molto male…

    Banks lo strumentista più limitato TECNICAMENTE della storia del prog??!! Fatti vedere, ma da uno bravo.Tu sei, con ogni probabilità, il solito cazzone che davvero forse suona ,se suona, (come molti…) il prog o altro con due dita credendosi un semi-dio e che fa le “pulci” ad un professionista talentuoso come Tony Banks. Vai a raccogliere cozze invidioso, privo di onestà intellettuale (in questo sei in buona compagnia, specialmente in Italia…), inetto cazzaro. Evita di scrivere stronzate del genere,chiunque tu sia, per non fare figuracce barbine e farti ridere in faccia da tutti. Può non piacere, ma Banks è OGGETTIVAMENTE un ottimo, ma è riduttivo, musicista; forse non dei più simpatici specialmente ad oggi, ma sicuramente tra i migliori tastieristi e non solo in campo prog. Aspetto smentite, non da te ovviamente inutile banderuola.
    P.S: Abacab e questo è soggettivo, non è poi tanto male e Ray Wilson è un ottimo cantate, strumentista e sottolineo COMPOSITORE, trattato troppo freddamente dalla band e da alcuni fans. La sua voce calda e pastosa ben si sposava con il sound del gruppo, più simile a Gabriel che al vocalmente più freddo Collins.
    Vai a lavorare e spero con fatica…molta.

    • No, Alessandro non suona… e l’ossimoro sarebbe che, notoriamente, nel prog, si tende a buttarla sul tecnico, e quindi l’uso del termine “limitato” può sembrare una contraddizione. Al di là di questo, è mai possibile che si prenda così esageratamente sul serio una cosa fatta essenzialmente – come scritto nell’introduzione – principalmente per ridere (e far ridere) di tutta una serie di luoghi comuni della musica, in modo quanto più estremo possibile? Dai!

  4. Nyctophilia

    Un articolo scritto in chiave ironica(ma neanche troppo)e che va letto a mio parere in modo allegorico.Purtroppo cento dischi sono pochi,anzi,mille band o pseudo tali sarebbero poche,ma mi è piaciuto perché avete spaziato tra tanti generi ed altrettante epoche.Provo a dire la mia riguardo ciò che musicalmente più mi”appartiene”,e cercando di essere altrettanto non(troppo)ironico!I Litfiba hanno sfornato robaccia da El Diablo in poi(le prime campane a morto avevano iniziato ad echeggiare già da Litfiba 3),concordo sul disco dei Simple Minds,il più orrorifico di tutti insieme a Sparkle in the Rain.I dischi dei Psychedelic Furs sarebbero tutti da evitare come la peste,gli Stranglers li avrei strangolati già ai tempi de la Folie così da evitare i danni futuri,Idol non è mai esistito ed il secondo degli Adverts a me piace!Tra tutti i dischi dei Clash il più vuoto è London Calling e peccato nessuno abbia citato la parabola discendente degli Ultravox dall’arrivo dell’Albano inglese,tale Midge Ure, in poi!Ah,siete stati troppo buoni con il muro del woodoo 🙂

    • DaDa

      Rispetto i tuoi gusti, ma London Calling “disco più vuoto dei Clash”? Una volta i fans di vecchia data criticavano Sandinista. Comunque Cut the Crap fa schifo !

  5. donald

    “Siamo sul versante della famigerata ricerca di una giustificazione culturale da parte della musica popolare dell’epoca: studenti del conservatorio di belle speranze e (falsi) virtuosi che salgono sui palchi sbagliati per fare la ruota, come tacchini. Una vena che intristisce già quando al lavoro ci sono gli EL&P, figuriamoci se poi ci si presentano davanti i loro confratelli meno dotati. Parafrasando Salieri, mediocri di tutti i generi, unitevi: i Gentle Giant sono il vostro santo patrono…” AHHAH! grande articolo e grandi scelte, mi ricordo le polemiche che suscitò quando uscì sul Mucchio Extra. Poi va beh, io il prog lo sopporto davvero poco, quindi mi trovo particolarmente in sintonia. By the way, ne ho trovato solo uno che mi piace, mi è andata bene 😀

  6. beh, mi è andata bene, ne ho solo due e forse per le mie scarse disponibilità finanziarie all’epoca il loro acquisto mi brucia ancora: Dog Eat Dog e The Man from Utopia (mi ha fregato la copertina…)

  7. backstreet70

    Un paio di questi dischi mi piacciono molto.

    Mi devo preoccupare?

  8. Ehehehe… Divertenti sono anche i commenti, sostanzialmente tutti critici su un articolo relativo a ciò che appunto negativamente si critica.

    Insomma tutto quello che si sarebbe potuto prevedere.

    Fantastico!

    E invece esprimo il mio apprezzamento per questo articolo molto coraggioso, sarcastico e forse persino utile.

    Coraggioso perché insomma è anche vero che Metal Machine Music non l’ho mai capito, se un un senso l’avesse, ma in certi ambienti era un mito, persino Rumore lo aveva messo mi pare tra i suoi riferimenti agli inizi ed ha anche dato il coraggio forse a qualcuno ad esprimesi maggiormente con il rumore.

    Sarcastico perché si un po’ di sarcasmo Jovanotti se lo merita, anche quando magari ne imbrocca qualcuna; ma in fondo si era l’ora che qualcuno ci ridesse un po’ sopra.

    Utile, perché se avevo scoperto Peter Framptom solo da un brano di un disco merviglioso dei Dinosaur Jr, è proprio bene sbarazzarsi decisamente da certi miti e demolirli come avevano fatto i dinosauri.

    Fantastico!

  9. Romano

    Noto con dispiacere che ancora circolano fans che si inalberano se leggono una critica a qualche loro beniamino.L’atteggiamento è di per sè infantile e non capisco cosa ci sia da offendersi se a qualcuno non piace un disco o un gruppo:nessuno impedisce al fan di continuare ad ascoltare quel disco o quel gruppo.Se leggo una critica ad un gruppo che mi piace mi limito a dissentire.Come si può pretendere che un critico parli bene di tutto?

  10. daniel

    Bella panoramica. Resto perplesso solo su i Moody Blues, riascoltato di recente posso essere d’accordo sul fatto che alcune cose lascino un po così ma gli spunti positivi sono abbastanza da tenerlo distante da una lista dei dischi da evitare.
    Incomprensibile inserire i Supertramp: un disco di grandissimi pezzi pop. Il fatto che le radio lo abbiano un po’ sputtanato non dovrebbe costituire un’aggravante

  11. Giorgio

    Nel il Grande Lebowski una delle scene più gustose vede Drugo sbattuto fuori da un taxi perché si rifiuta di sorbirsi Peaceful Easy Feeling degli Eagles. Chi se la ride vedendo il film capisce benissimo cosa possa causare la mielosità fastidiosa di un pezzo del genere alla fine di una giornata micidiale come quella capitata al Drugo. Tutti gli altri non possono capirne il senso, o perché fan superindignati (come il tassista) del supergruppo californiano oppure, perché non sanno neppure chi fossero gli Eagles (ce ne sono, ce ne sono. Beati loro!).
    Stessa cosa per le divertentissime schede di Extra.
    All’epoca, era il 2003, il tutto fu vissuto come un divertissement, una spassosa riaffermazione della scelta del campo sul quale giocare. Oggi, ahimè, tutto s’è mischiato in un minestrone indigesto dove molti di quei dischi così magistralmente sbertucciati finirebbero comodamente nelle top ten di fine anno. Per quanto mi riguarda continuo a pensarla con il Drugo: I have the fucking Eagles.
    Saluti

  12. Se definite i Gentle Giant mediocri, vuol dire che di musica voi ne capite poco, a proprio poco. Giusto i Clash potete ascoltare, ossia gente che scriveva robaccia tipo “lost in a supermarket” e criticava gli Aerosmith senza neanche saper suonare.
    Il mondo alla rovescia proprip

    • Onestamente, a me sembra curioso criticare un commento che si ritiene “sbagliato” su una band comportandosi esattamente nello stesso modo. Anzi, in modo se vogliamo anche peggiore, perché Gentle Giant e Clash praticano sport diversi e paragonarli non ha alcun senso. Così come non ha alcun senso prendersela a morte per un articolo dichiaratamente ironico come questo.
      A parte ciò, stai parlando con uno che ha a casa i primi quattro album dei Gentle Giant comprati all‘epoca e che ha visto la band in concerto nel 1974 (primo concerto di una band straniera della sua ormai lunga vita). E che, a proposito di “Octopus”, in una lista commentata dei migliori album progressive ha scritto, fra l‘altro, questo: “Un curioso ibrido, quello elaborato dal sestetto dei fratelli Shulman, reso ancor più atipico da testi di ispirazione spesso letteraria (in questo disco: Rabelais, Camus, Laing), che colpisce con la complessità comunque non algida delle architetture sonore e con l’equilibrato, persuasivo melange di imponenza e leggerezza.

    • Anonimo

      Hahahaha! Sui Clash è uno scherzo, vero?

    • direi che ne capiscono poco e’ un’efuemismo

  13. Articolo perlopiù avvilente: a parte qualche rarissimo e sparuto guizzo comico (soprattutto, per quanto mi concerne, ad opera di A.B.A.), piattume totale. Avvilente soprattutto (e specialmente perché proviene da uno dei massimi esperti italiani di punk) l’inclusione di “Scum”, uno degli album più importanti degli ultimi quasi trent’anni. Peccato.
    D’altronde, come è stato detto, un’opinione è come il buco del culo: tutti ne hanno una e tutti pensano che quella degli altri puzza.

    • Ma dai, l’hai letta la scheda? Che “Scum” sia stato un album influentissimo l’ho scritto a chiare lettere, mettendomi poi a cazzeggiare sul fatto che “grazie” a esso ci siamo subiti quantità industriali di inutili e tristissimi cloni.
      E poi, no, di spunti comici ce ne sono tanti… basterebbero le recensioni degli Yes e dei Bee Gees.

      • Sì, lo so che l’hai scritto. Ma mi avvilisce trovarvi il disco in sé, mi avvilisce che sia autorevolmente bollato “da evitare” proprio un caposaldo. Sarebbe come consigliare di tenersi alla larga da “Happy Trails” solo perché una buona quota della psichedelia derivata è fatta di insensati sbrodolamenti strumentali; o come se venisse suggerito di fuggire “Straight Outta Compton” perché quasi tutto il gangsta rap è una pantomima di insostenibile pacchianeria.
        Sul resto delle scelte non obietto più di tanto, ma è proprio il senso ultimo dell’operazione che mi sfugge: farsi due risate? Capirai che sghignazzi…; indicare in modo simpatico dei dischi da evitare? Tanto valeva farlo in positivo, suggerendo quelli riusciti e lasciando eventualmente alla volontà, alla pazienza, alla dedizione e alla disponibilità economica del singolo di indagare gli “angoli bui” della discografia di questo o quell’artista; far parlare di sé? A professionisti di chiara fama come gli autori di quest’articolo non era necessario, nemmeno allora, oserei; vendere più copie della rivista? Si commenta da sé.
        Quanto agli spunti comici, mi dispiace dissentire da te, che stimo particolarmente, ma tutto ciò che ha scritto Bordone, e dunque anche le due schede di Yes e Bee Gees (per inciso, gruppi che rispettivamente detesto e ignoro), fa ridere più o meno quanto un discorso presidenziale di fine anno; e chissà che il paragone non serva all’autore di quell’eccellente prosa per portare i suoi talenti a più ampio beneficio della collettività. Anzi, per parafrasare un altro maestro della comicità sottilmente allusiva, tale Luca Laurenti, “con cosa fa rima Bordone”?
        Tutto ciò senza alcun rancore, ma anzi con un ringraziamento per avere reso disponibile a tutti, gratuitamente e anche con la possibilità di commentarla, una tua opera. A presto.

  14. massimo chiesa

    non sono d’accordo sugli stone roses…the second coming contiene un pezzone come love spreads e merita rispetto…mi fa piacere l’inserimento di goat’s head soup dei rolling stones perche’ c’e’ aria di revisionismo su quell’album

  15. Quali post avrei cancellato? Perché non lo faccio mai, a meno che non contengano ingiurie da codice penale. Anche per quanto riguarda il “cercare attenzione” ti garantisco che non è così: sono un professionista dell‘informazione musicale da oltre trentacinque anni – sono del 1960 – e di attenzione ne ricevo fin troppa. E, per giunta, questo è un articolo di dodici anni fa, all‘epoca uscito su una rivista. Quindi, non capisco bene.

  16. Recensore

    voi cancellate i post ma sappiate che la vostra classifica prende la musica del periodo migliore delle decadi e delle bande e cantanti di quei periodi, invece di fare classifiche per avere attenzione; esercitatevi ad ascoltare la musica di oggi, dei tormentoni, specialmente tu signor Aurelio Pasini..

    • Breakfast in America – Supertramp
      Spirit having flown – Bee Gees
      DAYS OF FUTURE PASSED (!!!!!!!!!!!!!!) – The Moody Blues
      Tales of topographic ocean – Yes
      The power and the glory – Gentle Giant
      The division bell – Pink Floyd………
      …………..tra i peggiori album di xsempre?
      Visto che non e’ Sparta, o e’ follia o blasfemia.
      The division bell
      On every street

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