Wall Of Voodoo

Ho amato follemente i Wall Of Voodoo di Stan Ridgway, quelli del mini-LP senza titolo e degli album Dark Continent e Call Of The West, e non me ne sono affatto pentito; anzi, la loro musica mi accompagna tuttora e continuo a trovarla fra le più originali e incisive della new wave americana. Trovavo però ottimo anche Seven Days In Sammystown, il primo LP realizzato dopo la scissione dal frontman e l‘ingaggio del bravo Andy Prieboy, e quando il gruppo di Los Angeles venne per la prima e unica volta a suonare a Roma – Teatro Espero, 22 marzo 1986 – lo “inchiodai” per l‘intervista che qui ripropongo e che va considerata una chicca. Unico neo, la mia conclusione assai poco profetica: a breve la band avrebbe confezionato, sempre per la IRS, il terrificante Happy Planet, e si sarebbe poi ritirato dalle scene congedandosi con un discreto live, The Ugly Americans In Australia.
Wall Of Voodoo fotoVi avevamo quasi fatto una promessa e le promesse – si sa – si devono mantenere. Riprendiamo quindi il discorso sui Wall Of Voodoo esattamente dove eravamo stati costretti ad lnterromperlo lo scorso mese, per occuparci della carriera da solista di Stan Ridgway, ex cantante della formazione californiana. L‘occasione di tener fede alla parola data ci è stata offerta da un incontro a tu per tu con Chas T. Gray, tastierista superstite della vecchia line-up, e Andy Prieboy, frontman che si è sobbarcato l‘ingrato compito di sostituire (degnamente, non c‘è che dire), il bravissimo Stan. Quello che si temeva, però, si è puntualmente verificato: il vostro cronista non ha saputo impedire che la conversazione degenerasse nel maniacale, toccando argomenti di scarso interesse (e magari anche di non agevole comprensione) per tutti coloro che non siano veri e propri fan del quintetto di Los Angeles; d‘accordo, un fatto del genere è indice di scarsa professionalità, ma non capita ogni giorno di poter colloquiare piacevolmente con i membri di una band che si ama senza condizioni e della quale, per di più, si conoscono vita e miracoli (la morte lasciamola stare).
Eccoci dunque a cercare di tirar fuori, da un‘ora e tre quarti di dialogo fedelmente riportato su nastro, qualcosa che soddisfi chi dei Wall Of Voodoo ha già un‘idea ben precisa e chi, al contrario, deve ancora essere stimolato (in qualsiasi modo: in casi come questo, ogni mezzo è lecito) alla loro scoperta. Per quanto riguarda la nascita del complesso e le successive evoluzioni fino all‘album Call Of The West» (dettagliatamente descritte nell‘articolo su Stan Ridgway del n.99), c‘e solo da soffermarsi brevemente su alcuni punti oscuri sui quali i diretti interessati erano gli unici a poter fornire delucidazioni: il singolo The Check Is In The Mail, segnalato dal libro Volume come prima opera dei Wall Of Voodoo, non esiste; It‘s A Dog‘s Life, il prodotto reclamizzato all‘interno della copertina del mini-LP di debutto del gruppo. è una raccolta di disegni, fumetti e altro materiale grafico realizzata dagli stessi musicisti, ora da tempo esaurita; infine, il bassista Bruce Moreland non è presente in Call Of The West perché – sono parole di Chas – “era stanco della musica e aveva bisogno di starne lontano per un po‘, facendo altro”. Sarà vero? La fermezza del tastierista nel rispondere al mio quesito è di quelle che non ammettono repliche, cosi come non ammettono repliche le mie domande sui motivi della divisione dei Wall Of Voodoo da Stan Ridgway sulla quale molto si è vociferato; “Stan? È una persona ricca di talento. Aveva deciso di non lavorare più con noi perché pensava di poter far meglio da solo. Io e Marc Moreland abbiamo detto ‘OK‘. Lui ci ha lasciato il nome e se ne è andato. Siamo rimasti amici”. Un vero diplomatico, Chas Gray. E io che mi aspettavo resoconti di furibonde litigate dovute a storie di donne, soldi o disaccordi di carattere artistico. Resta inteso che non credo a una sola parola, ma annuisco e passo oltre. Apprendo cosi dalla viva voce di Andy Prieboy, già voce degli Eye Protection di San Francisco (al loro attivo un 45 giri e un contributo a una raccolta) com‘è avvenuto l‘incontro con i futuri compagni. “Ho conosciuto i ragazzi a un party; erano in cerca di un cantante, cosi mi diedero un nastro con alcune loro composizioni invitandomi a provare qualche soluzione vocale. Fra i brani c‘era anche Far Side Of Crazy. Rimasi molto impressionato dalla musica dei Wall Of Voodoo, diversa da qualsiasi altra avessi ascoltato, e siccome anch‘io amavo le stranezze e volevo trovare un gruppo, fu quasi ovvio unire le forze. Era all‘incirca la fine del 1984”.
A questo punto. visto l‘ampio lasso di tempo intercorso fra la dipartita di Stan e l‘arrivo di Andy, mi azzardo a informarmi presso Chas se fra i Wall Of Voodoo, in quel travagliato periodo, fosse mai serpeggiato il desiderio di ritirarsi dalle scene; naturalmente, la smentita è secca. “Non abbiamo mai pensato di mollare, l‘unica cosa che ci interessava era mandare avanti la band. Così abbiamo interrotto l’attività live e abbiamo cominciato a lavorare su materiale nuovo e a incidere demo con la mia voce. Abbiamo composto una colonna sonora di settantacinque minuti per una performance e siamo anche andati in Inghilterra alla ricerca di un cantante, giacché negli Stati Uniti non ne incontravamo nessuno che ci soddisfasse pienamente”. D‘accordo, d‘accordo. Ma la casa discografica, visto il discreto successo di Call Of The West (e del singolo Mexican Radio), non trovava da ridire sul questo tempo perduto? È il solito Chas, rabbuiato, a concedersi uno sfogo. “La IRS non si è comportata bene con noi. Quando ci siamo separati da Stan, non c‘era verso di convincerli che, in quel modo, potevano avere due artisti validi invece di uno solo. Reclutato Andy, poi, eravamo sul punto di rompere il contratto, e facevamo concerti per reperire il denaro necessario per pagare la penale e rivolgerci a altri. Volevamo fare un disco, ma i soliti problemi legali ce lo impedivano. Pensa che il 45 giri Big City, uscito in UK per la lllegal in concomitanza con un nostro breve tour, è stato interamente pagato da Miles Copeland, che ha sempre creduto in noi. Ne sono state stampate appena cinquemila copie! Poi, le nostre beghe contrattuali sono proseguite, abbiamo discusso sei mesi per cercare di raggiungere un accordo; ci siamo riusciti il giorno che stavamo per partire per la Gran Bretagna allo scopo di registrare l‘album. Quelli della IRS, praticamente, ce l‘hanno portato all aeroporto per la firma”.
Non c‘è verso, ovviamente, di sapere da Chas quanto Stan Ridgway fosse determinante per il sound Wall Of Voodoo (che sia questa la ragione per la quale la IRS era così riluttante a dar credito alla nuova line-up?); Andy, però. strappa dalla bocca del tastierista la spiegazione del segreto della musica del gruppo. “Penso di poter dire la mia a questo proposito, perché essendo l‘ultimo arrivato riesco a vedere le cose quasi dall‘esterno. con maggiore lucidità. I Wall Of Voodoo sono molto particolari, posseggono incredibili capacità di fondere assieme le influenze più diverse e hanno un sense of humour che li rende unici. Credo però che la loro caratteristica più importante stia nel fatto che. se anche trovano una canzone graziosa, con soluzioni valide, sono capacissimi di dire ‘è bella, ma vada affanculo’. Loro cercano sempre il lato oscuro delle cose, ma è un processo naturale, non è pianificato a tavolino. È come una sorta di feeling intrecciato fra Marc, Bruce e Chas”. Influenze? A questo punto, il diavoletto che alberga in me suggerisce il nome del maestro Ennio Morricone. Con encomiabile onestà, Chas Gray si lancia in un elogio che ha il sapore di un panegirico. “Credo che Morricone sia davvero grande: la sua musica è viva, emozionante, in grado di ispirare. E poi, quelle chitarre western… ci piaceva l‘idea di accostare al nostro sound ‘tecnologico’ quei suoni caldi, evocativi, così inequivocabilmente americani eppure più incisivi di quelli degli stessi autori americani. Che altro potrei dirti? Ennio Morricone è eccezionale. È una grande influenza per noi, e non solo per noi, con quel suo feeling epico. Vedi, lui e Sergio Leone, per la musica e le immagini, hanno offerto nei film un‘interpretazione italiana dell‘America. Quello che noi facciamo è fornire un‘interpretazione americana di un‘interpretazione italiana dell‘America in quei film. Sul serio”.
Andy muove il capo in segno di assenso e il discorso si sposta sulle tematiche “western” e sulle liriche che si ispirano a tali argomenti. Accenno qualcosa riguardo ai nuovi testi dei Wall Of Voodoo, in alcune circostanze differenti dai vecchi, ed è lo stesso cantante a interrompermi. “Beh, almeno per quelli composti da me è logico che si noti un altro stile. Io ho scritto Far Side Of Crazy, Room With A View e Blackboard Sky, ai quali sono piuttosto legato”. Vengo cosi a sapere che la IRS (ancora lei!) non ha inserito il foglio-testi in Seven Days In Sammystown per evitare ulteriori spese, impedendo cosi agli acquirenti del disco il pieno godimento delle canzoni. Ritenendo di soddisfare la curiosità di parecchi lettori, domando quindi ad Andy il significato di Far Side Of Crazy, pezzo edito pure su mix del quale è in circolazione un bellissimo videoclip. “È basato sulle lettere che John Hinckley, l‘uomo che sparò al Presidente Reagan, scrisse all‘attrice Jody Foster. Mi viene da ridere quando la gente mi dice che è un brano commerciale. Per Reagan, l‘essere stato colpito in un attentato è stato un po‘ come un‘altra esibizione, un altro spettacolo dal quale uscire acclamato come un eroe. Per il suo gesto, Hinckley è stato definito pazzo, ma non credo sia un folle; penso, invece, che nella sua azione vi fosse un intento ben preciso, come per gli altri ‘pazzi” che hanno scelto la via di sparare a una persona famosa per diventare importanti, più importanti di quella persona. È facile, basta un attimo: un colpo solo e passi alla storia. Pensa ai Kennedy, a Martin Luther King, a John Lennon…” Per sdrammatizzare la situazione è necessario scivolare nel faceto, ed è per questo che, in scioltezza, butto lì un “E Dance You Fuckers, invece?”. Inutile dire del susseguente scoppio di ilarità da parte dei due Wall Of Voodoo presenti, manifestatosi con una fragorosa risata. Continuando a sogghignare divertito, Chas non ha problemi a spiegarmi la genesi di questa composizione, inedita su LP e compresa nel mix di Far Side Of Crazy. “È una specie di scherzo, venuto fuori per caso all‘epoca in cui Andy si era da poco unito al complesso. Provando nuove soluzioni era nato questo giro di musica dance, adattissimo per quelli che si agitano urlando nelle discoteche. Abbiamo pensato fosse spiritoso, e così l‘abbiamo registrato”. Legittimo chiedere cosa ne pensino i dirigenti della IRS; curioso vedere Chas contorcersi dal ridere e sentenziare senza alcun riguardo “Ah, a loro piace, probabilmente perché prendono alla lettera il titolo e la ballano”. Siamo agli sgoccioli. La serietà, indispensabile per un‘intervista di tipo tradizionale, appartiene ormai al mondo dei ricordi, e i miei interlocutori preferiscono raccontare aneddoti sparsi. Andy, però, fa in tempo a fornire qualche indicazione sul prossimo futuro. “Adesso, fra noi, ci capiamo molto meglio. Abbiamo già del nuovo materiale, che probabilmente non verrà accettato dalla IRS. Seven Days In Sammystown è un buon disco, ma il fatto di averlo registrato in tempi e luoghi differenti ha influito in modo negativo sul risultato globale. Penso, comunque, che nel prossimo album il nostro maggiore affiatamento si farà sentire”. Bene. allora non ci resta che attendere il nuovo mattone che si andrà a collocare nel già massiccio Muro del Voodoo. Accostatevi pure ad esso. e non temete: almeno per il momento, non c’è pericolo di crolli.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.100 del maggio 1986

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