Posh Boy Records

Chiunque conosca la mia storia giornalistica è consapevole della passione che da sempre provo per il punk californiano delle origini. Immaginatevi la mia emozione quando, a neppure ventiquattro anni, ebbi l’occasione di trascorrere un‘intera giornata con il titolare della Posh Boy, etichetta che nella prima metà degli anni ‘80 aveva pubblicato una lunga serie di dischi più o meno imprescindibili di quella mitica scena. Il simpatico incontro con l‘amico americano produsse ovviamente anche un‘intervista, che trovò spazio sul Mucchio.

Posh Boy fotoPosh Boy, per chi non lo sapesse, è lo pseudonimo di Robbie Fields, californiano poco più che trentenne trovatosi fra le mani quasi per caso una delle più affermate label indipendenti del panorama statunitense. Dopo il debutto con l‘album degli F-Word, anno 1978, la Posh Boy Records ha via via espanso la propria influenza sulla scena “nuovo rock” di Los Angeles, arrivando a possedere uno dei più vasti cataloghi che una piccola etichetta possa vantare. Fra i nomi di spicco che in qualche modo hanno legato (o legano ancora) il loro nome alla compagnia di Robbie Fields troviamo Nuns, Adolescents. T.S.O.L., Social Distortion, U.X.A., CH3, Gleaming Spires, Circle Jerks, Agent Orange, Black Flag, Rik L. Rik, Shattered Faith, Pariah e molti altri: in sintesi, più di una pagina di storia del nuovo sound della West Coast è stata scritta sotto l‘egida dell‘intraprendente manager. Vista l‘importanza del personaggio in questione, era scontato che si cercasse di chiacchierare un po‘ con lui, per ottenere delucidazioni su un fenomeno sul quale le nostre informazioni raramente sono di prima mano; l‘opportunità è stata offerta quando, adempiendo a una vecchia promessa fattami in uno dei nostri scambi epistolari, Robbie si è trovato a trascorrere qualche giorno di vacanza a Roma, in compagnia della graziosa consorte russa, Anja, sposata a Leningrado quasi due anni fa. Fra gite turistiche, pasti e paragoni fra la vita di Roma e quella di Los Angeles si è svolto un lunghissimo colloquio di argomento musicale, del quale vi riporto i punti salienti. I racconti di Robbie intaccheranno forse qualche mito, ma, pur contenendo spesso interpretazioni soggettive, vengono dalla viva voce di un vero protagonista della scena californiano, e meritano perciò considerazione. Ad maiora!
Parlami degli inizi del nuovo rock di Los Angeles.
Penso che, nel ‘77, girasse un sacco di gente noiosa. Tutti erano poco entusiasti della scena del momento, ma mancavano le strutture per consentire una “rivoluzione”. Sul finire degli anni ‘60. quando ero appassionato della musica di gruppi come Doors, Spirit e Byrds, esisteva un club diverso, gestito da Rodney Bingenheimer, dove i giovani si radunavano; quando il locale fu chiuso, nel ‘75, non esistevano più posti dove andare. Una noia totale.
E tu, già allora, avevi deciso di fare qualcosa.
In verità non ho deciso proprio nulla, è successo tutto quasi per caso. Quando sono tornato dalla Gran Bretagna, nel 1977, qualcuno mi ha parlato di un locale chiamato The Masque: ci sono andato e vi ho trovato la stessa atmosfera che esisteva nei club londinesi dei Sixties. Era la seconda volta nella vita che sperimentavo una scena underground che si stava formando. Cominciai quindi a frequentare il Masque, conobbi Brendan Mullen (il promoter, poi divenuto il primo batterista dei Wall Of Voodoo, NdI) e mi interessai a uno dei gruppi che si esibivano lì, divenendo loro manager. Loro si chiamavavo F-Word. Nel frattempo il circuito si stava evolvendo e tutti cercavano di darsi da fare in qualsiasi modo possibile, ma si era ancora in pochi.
Pochi, ok, ma quanti?
Quando ho iniziato a occuparmi della faccenda, nell‘ottobre del ‘77, più o meno un centinaio. La stranezza è che questa scena era composta da un gran numero di omosessuali, oltre che da artisti bizzarri provenienti per lo più da Hollywood come ad esempio gli Screamers.
C‘è chi afferma che, all‘inizio, la scena quasi non esistesse e che fu la fanzine Slash a crearla con la sua propaganda.
No, non è assolutamente vero. Slash ha contribuito in modo sostanziale a documentaria, ma una rivista non può far nascere una scena: per quello è necessario che ci sia musica dal vivo, che può essere favorita, senza dubbio, dal giornali che la pubblicizzano. Credo che ciò che ha dato vita al nuovo rock di Los Angeles sia stato il Masque. La situazione, poi, è mutata; quando, nel ‘78, Brendan aprì il New Masque, ci fu un‘enorme esplosione di interesse che coìnvolse i ragazzi dei sobborghi, e nacque così un nuovo circuito, differente dal primo, comprendente migliaia e migliaia di kids.
Non pensi che magari certo punk americano sia venuto fuori sulla scia di quello britannico?
Sinceramente, no. O, forse, sì, ma sono convinto che in California sarebbe successo tutto ciò che è accaduto anche senza il punk inglese. Quella londinese del ‘77 era la tipica “club scene” le cui influenze, di atteggiamento e di musica, erano Stooges e New York Dolls. Non ritengo sia giusto dire che il punk inglese abbia influenzato quello americano, anche se, certo, che i Damned avessero suonato a Los Angeles avrà favorito qualche sviluppo della situazione californiana. Secondo me, la cosa essenziale è che il movimento punk ha aperto gli occhi a molti, dimostrando che chiunque poteva suonare e avere un seguito pur non sapendo usare bene gli strumenti. Penso che sarebbe accaduto comunque; e poi, quando il Masque apri i battenti, c‘era spazio anche per band che con il punk non avevano nulla a che spartire: Motels, Plimsouls, Nerves.
Credi che la matrice di protesta del punk britannico e statunitense fosse, in origine, la stessa?
Mmh, no, credo si trattasse di una cosa diversa. In Gran Bretagna la protesta era soprattutto di costume, in America i giovani, in molti casi, volevano in definitiva diventare delle specie di rockstar. Ad esempio, i Dead Boys, o anche i Nuns, anche se per molti altri il punk era principalmente un veicolo di espressione artistica o politica.
Gli Avengers?
Erano molto dotati, sotto ogni profilo. Strano, molto strano, che non siano riusciti a raccogliere nulla.

A questo punto, la conversazione scade nel maniacale. Robbie mi racconta vita, morte, miracoli e vicissitudini di ogni genere dei famigerati Negative Trend, una delle prime mitiche punk band californiane. Dopo un quarto d‘ora, a malincuore, sono costretto a interromperlo con una domanda fra le più prevedibili.

Quali sono i principali problemi da affrontare per gestire un‘etichetta indipendente negli Stati Uniti?
Negli USA non è semplice come in UK. Lì, per avere successo, basta piazzare un disco nelle chart indipendenti, mentre negli States raggiungere le classifiche è impossibile. È proprio il business discografico a essere gestito in modo differente: in UK il territorio non è tanto ampio, e poi c’è la stampa tramite la quale è molto facile farsi conoscere in giro e diventare famosi. Negli Stati Uniti la promozione è in mano alle radio, e ciò è molto dispersivo. C‘è anche da dire che il pubblico americano, il grosso pubblico, non è molto preso dal fenomeno nuovo rock, e poi ci sono problemi di distribuzione. No, non è facile metter su una label negli USA, specie se si hanno ambizioni. Se poi si vuole restare nell‘underground, allora basta stampare poche copie e accontentarsi di venderle agli appassionati, sperando magari in un interessamento da parte di qualche grande compagnia. Comunque ci sono i distributori come Greenworld che si occupano di smerciare per il Paese quanto prodotti dagli artisti o dalle piccole etichette: i Social Distortion, ad esempio, hanno scelto questa via.
E la Posh Boy?
Beh, dipende dai dischi e dal loro potenziale commerciale. In genere cerco di regolarmi su quanto ognuno potrebbe vendere, e do loro la possibilità di emergere in un modo o nell‘altro. Io investo denaro, anche parecchio, e naturalmente desidero vendere quanto più possibile ciò che pubblico. Per il secondo LP dei Gleaming Spires mi sono appoggiato alla PVC, e ho ottenuto risultati notevoli. Per i Pariah, invece, mi muovo attraverso i soliti distributori, perché sono conscio del fatto che il successo della band, visto il suo sound, potrà sempre essere ridotto. Non ha senso stampare centomila copie di un album di quel genere, non ci sarebbe alcun modo di venderle, neanche spendendo migliaia e migliaia di dollari per promuoverlo su scala nazionale. È un lavoro diretto a un particolare tipo di pubblico; è un buon prodotto, ma se mi arricchirò non sarà certo con i Pariah. Ho pubblicato il loro LP perché credo in loro, cosa che ho fatto anche con moltissimi altri complessi punk; oggi vendere un disco punk negli States non è più tanto semplice, perché il mercato è totalmente inflazionato da realizzazioni di quel tipo. Fino a poco tempo fa un distributore acquistava due/tremila pezzi di ogni vinile marchiato Posh Boy, mentre oggi ne vuole solo ottocento o mille.
Credo che la colpa sia anche del generale calo di qualità dei dischi punk americani, favorito anche dalle fanzine come Flipside che consentono a chiunque di farsi conoscere e quindi di ottenere un certo seguito, indipendentemente dal fatto che proponga buona musica o meno.
In effetti, anche se Flipside è nata prima, non ha avuto molti lettori finché Slash non ha cessato di esistere. Dal 1980 Flipside ha cominciato a occuparsi di centinaia di gruppetti anche insignificanti, dando molto spazio alle scene delle varie città. Era, insomma, una specie di bollettino, con una filosofia di base riassumibile con queste parole: “anche se una band non vale nulla, l‘importante è che esista e serva da sprone ad altri per creare una scena, dalla quale poi non mancheranno di venir fuori talenti“. In sé non è una filosofia sbagliata, ma di sicuro ha fatto il gioco di fenomeni piuttosto squallidi. Abbiamo così centinaia di dischi punk mediocri, o addirittura pessimi, che confondono il potenziale acquirente impedendogli quasi di comprendere chi abbia cose interessanti da dire e chi no. Comunque, ora, anche Flipside sta un po‘ tornando sui suoi passi: ormai la scena esiste ed è bene iniziare a essere più selettivi nei suoi confronti.
Cosa pensi dell‘attuale situazione del punk, dal punto di vista ideologico?
È naturale che per parecchi il movente sia di tipo sociale, o magari politico, ma per altrettanti mi sembra si tratti solo di una moda, una maniera semplice per cercare di essere “qualcuno” anche se in un ambito ristretto. Una rockstar di serie B, e questo il ruolo cui molti aspirano: è sempre meglio di niente. La maggior parte dei punk, comunque, recepisce il fenomeno in modo marginale, senza curarsi troppo di ciò che fa e appigliandosi ai soliti cliché: le creste, i giubbotti di pelle, la violenza, l‘anarchia, il caos. Non voglio esprimere giudizi di valore, ognuno può fare come crede.
Parlando dell‘aspetto musicale, quali band californiane pensi siano state le migliori, o le più importanti?
Non è una domanda facile. Potrei dirti che, a mio parere, il gruppo più rappresentativo del primo punk californiano siano stati i Dils.
E i Nuns?

Robbie e io ci lanciamo in una lunghissima dissertazione sul valore dell‘album postumo The Nuns. Io convinto del fatto che il gruppo, in studio, abbia perso una considerevole parte della sua rozza e incontrollata energia, e Robbie che, pur ammettendo come la band sul palco fosse tutt‘altra cosa, difende il suo prodotto adducendo scuse come l‘assenza di Alejandro Escovedo e la difficolta di far rivivere, solo per delle session di registrazione, un gruppo da tempo sciolto. Robbie elude la mia domanda, peraltro non esplicita, “non sarebbe stato meglio pubblicare un LP dal vivo con i vecchi nastri?”, per cui rinuncio e passo oltre.

Per il periodo più recente, credo che i migliori fossero i T.S.O.L., prima che si dessero al gothic. Prima ancora di incidere il 12” EP per la Posh Boy erano davvero eccezionali, punk cosi come deve essere.
Quali sono i programmi futuri della tua etichetta?
Da un po‘ di tempo, più precisamente da quando mi sono sposato, non sono coinvolto quanto prima. Ripongo le mie aspirazioni soprattutto nei CH3 e nei Gleaming Spires, e di recente ho fondato una nuova etichetta per musica “commerciale”, la Vodka Records.

Il nastro del registratore prosegue a girare. Si parla di Mike Ness dei Social Dlstortion che ogni sera si ubriaca e viene coinvolto in qualche rissa, degli Shattered Faith che vogliono a tutti i costi diventare delle rockstar, dei Catch 22 (li ricordate? il miglior gruppo di Rodney On The ROQ Vol.3) ai quali Robbie non riesce a far incidere un disco (“continuano a rimandare perché vogliono sempre migliorare”), di Darby Crash che, sempre a sentire Fields, non era il ribelle che crediamo ma voleva solo essere un mito, e di mille altre piccole storie di California molte delle quali sono andate perse nella mia memoria perché il registratore si era nel frattempo fermato. Ci si saluta con un “ti aspetto a Los Angeles quest’estate, ti conviene venire dopo le Olimpiadi”, invito che mi intriga ma che so già che non potrò raccogliere. Si è fatto tardi, ma non importa. Per qualche ora, è stato come vivere nella Los Angeles dei miei sogni.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.74 del marzo 1984

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Categorie: etichette, interviste | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Posh Boy Records

  1. Ciao Federico,

    strano veramente che non lo avesse letto nessuno.

    Un nome su tutti che fa parte di me, Social Distortion.

    Ugo

  2. Anonimo

    (l’avevo già visionato, ma ci sono ricascato per la questione dei post meno letti) quella puntualizzazione “sotto ogni profilo” mi ha inevitabilmente fatto ricascare la capoccia su quanto fosse bbella e ssexy quellallà, ossia molto dotati senz’altro ma senza la lor come dir Diana Rigg (a propò, come il tempo sia maledetto lo si vede in trono di spade)
    PS di quelli nel dato cumulato degli Anonimo, io sono quello più giocherello ed anche per questo che sono Anonimo

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