Suicide

Rimango sinceramente stupito accorgendomi che, su Rate Your Music, quest‘ultimo album dei Suicide – da allora il duo di New York non ne ha pubblicati altri – sia meno quotato di A Way Of Life e più considerato solo di Why Be Blue. E dire che all‘epoca, una dozzina di anni fa, mi piacque moltissimo, e che tuttora continua a sembrarmi un lavoro eccellente.

Suicide copAmerican Supreme
(Blast First)
Correva il mitico anno 1977 quando l’omonimo album di debutto dei Suicide costituì un autentico shock per i (relativamente pochi) appassionati che si accorsero della sua uscita: quei due ragazzacci, che già da un lustro frequentavano la scena alternativa della loro New York, suonavano musica d’avanguardia utilizzando solo sintetizzatore e voce, ma lo facevano con un approccio punk che aveva (e ha tuttora) del clamoroso. Fu quel disco a scolpire indelebilmente il nome del duo nella Storia del rock: dopo, ci fu posto per un secondo 33 giri dai toni più morbidi (nel quale, follia!, non venne incluso il singolo che lo aveva preceduto: Dream Baby Dream, uno dei più straordinari esempi di pop elettronico che abbiano mai conosciuto la gloria del vinile), per lo scioglimento, per l’oscurissima carriera in proprio del tastierista Martin Rev e per quella più alla luce del sole del cantante Alan Vega, per ristampe e recuperi di materiale d’archivio, per un paio di reunion documentate da lavori di non esaltante livello. Tanto che sui Suicide, al di là dei giochi di parole, erano stati in tanti a porre una pietra tombale. Fino…
Fino ad American Supreme, quinto vero album della saga: undici nuovi brani che, pur non pretendendo di tracciare una linea fra il “prima” e il “dopo” come (involontariamente?) fecero i sette di venticinque anni fa, offrono una notevolissima quantità di stimoli e suggestioni. Gli elementi di base sono sempre le cosiddette macchine, manipolate con un’indole in perfetto equilibrio tra istinto e rigore, e un canto – meglio: una declamazione in melodia – dai toni angosciosi e ricchi di fascino, ma il suono è ora meno minimale e più eclettico nell’ispirarsi alla sperimentazione, al pop, al punk, alla techno e alla house, al funk e all’hip-hop; l’impressione è così quella di un affresco tenebroso eppure maestoso, di un’Apocalisse in Terra dove le rovine non sono solo quelle delle Twin Towers (che certo hanno influito sugli umori del progetto) quanto quelle dell’intero Sogno Americano, trasfigurato in negativo come la bandiera che fa mostra di sè in copertina. Sospeso tra gioia e disperazione, solennità e basso profilo, rabbia e impotenza, glacialità e ardore, velluto e carta vetrata, morte e vita, American Supreme è uno splendido esempio di “rock” elettronico e una perfetta colonna sonora per questi strani giorni, come ben evidenziato da titoli caustici/ironici quali Televised Execution, Misery Train, Swearin’ To The Flag, Beggin’ For Miracles, Dachau Disney Disco o Child It’s A New World. Interpretano il disagio sapendo di non avere soluzioni, Alan Vega e Martin Rev (I Don’t Know, tanto per essere espliciti, recita l’incalzante episodio di chiusura), ma il giubileo del loro primo capolavoro non poteva davvero essere celebrato in modo migliore.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio 510 del 19 novembre 2002

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