Creuza de mä (revisited)

Dieci anni fa, in lieve ritardo sul ventesimo compleanno del disco originale, Mauro Pagani decise di realizzare una sua versione dello storico album realizzato assieme a Fabrizio De André. Naturalmente lo intervistai, togliendomi anche lo sfizio di dargli la copertina di uno degli ultimi numeri del Mucchio in versione settimanale. Peccato, però, che in questo 2014 che sta per concludersi non ne abbia proposto, come mi disse in sede di chiacchierata, un’altra reinterpretazione.

Creuza fotoProprio come Dumas
Poco più di vent’anni fa, all’inizio del 1984, Fabrizio De André pubblicò Creuza de mä, primo frutto del suo sodalizio con Mauro Pagani: un album unico e geniale, che grazie all’apporto dell’ex Premiata Forneria Marconi – da allora in poi anche produttore – proiettò De André in una dimensione artistica ed espressiva ben più ampia di quella della “normale” canzone d’autore, dando il via a una serie di operazioni di recupero in chiave world music delle sonorità mediterranee. Per onorare la ricorrenza Pagani ha voluto confrontarsi con lo storico disco del quale è a tutti gli effetti contitolare, riarrangiandolo e cantandolo: spinto, comunque, non dalla velleità temeraria e per certi versi oltraggiosa di migliorare il capolavoro originale, ma dal legittimo desiderio di realizzarne con il senno di poi una versione propria. Dallo sforzo è così scaturito Creuza de mä 2004, che inaugura per di più il catalogo dell’etichetta legata all’omonimo studio di registrazione del musicista, Officine Meccaniche: questioni di spessore, insomma, che hanno reso imprescindibile un incontro di approfondimento.
Una rivisitazione di Creuza de mä suona un po’… azzardata. Come ti è venuta un’idea del genere?
Ho sempre avuto un legame a doppio filo con il disco, per mille motivi, alcuni dei quali razionalizzati solo adesso. Creuza de mä è stato molto presente, sia – logicamente – nelle tournée con Fabrizio che nei miei concerti, dove ne ho sempre proposti tre/quattro brani. Inoltre, è in pratica il mio esordio come produttore, dato che prima avevo realizzato solo la colonna sonora di Sogno di una notte d’estate per Salvatores; e vi sono anche contenute le mie prime vere canzoni, visto che la PFM era un progetto soprattutto musicale così come il mio debutto da solista. Io non avevo mai collaborato con qualcuno che mi insegnasse a lavorare con le canzoni, che mi desse il senso della struttura, che mi illuminasse sul perché si racconta e sul come lo si può fare: venivo dal rock, dove – con limitate eccezioni – le parole sono un pretesto per urlare in un microfono. Se oggi sono una specie di cantautore lo devo a De André e a Creuza de mä.
Cosa ti viene in mente, ripensando a vent’anni fa?
È un lavoro che mi rappresenta molto, posso davvero dire che dentro ci sono le mie budella… però sono lieto che Fabrizio mi abbia impedito di rovinarlo, visto che in effetti all’epoca ero molto musicista e ancora poco produttore.
Lo avresti appesantito negli arrangiamenti?
Secondo me sarebbe successo. Riascoltando altre mie cose di quel periodo si avvertono parecchi compiacimenti da musicista. D’altronde non sapevo come costruire qualcosa che non derivasse dal progressive, i miei concept erano a base di tempi dilatati, introduzioni, vasti orizzonti, trombe faraoniche e tutto il resto.
Invece, Creuza de mä risultò piuttosto asciutto.
Scarnissimo, e il merito è di Fabrizio: io gli portai i demo della prima facciata, con i pezzi già in sequenza, e lui disse “bellissimo, mi piace un casino”. Da allora non fu più possibile toccare nulla: a lui andava bene così, e così è stato. Fabrizio, a ben vedere, è stato un produttore eccezionale, basta pensare a come “ha prodotto” Piovani, Bubola, me… possedeva uno straordinario senso del racconto e della visione e sapeva tenere a bada il suo ego. A seconda dei casi trattava il materiale che gli veniva sottoposto con freddezza o passione, ma riusciva a non farsi coinvolgere: quando si scrive si è miopi e si fa fatica a scegliere, si è troppo “dentro” il lavoro e si perdono le proporzioni.
Certo che oggi sarebbe davvero strano un album di musica etnica senza collaboratori “esotici”.
All’epoca abbiamo fatto di necessità virtù, non è che i musicisti turchi o arabi si trovassero facilmente. Noi potevamo comprare i dischi e li ascoltavamo, ma eravamo sempre lui e io: due Salgari chiusi in casa che scrivono di cose che non hanno mai visto. Fabrizio era molto pigro, un non-viaggiatore totale, mentre io per “prepararmi” a Creuza sono andato solo in Algeria.
Ma vent’anni fa ti sentivi, appunto, come un Salgari?
No. L’ho capito ora, in sede di revisione. Comunque il fascino speciale del disco, così fuori dal tempo, è dato anche e soprattutto dal modo in cui è stato concepito. Il mio passo compositivo derivava da anni di ascolti, ma io ero sempre bresciano. E la musica di Creuza non è turca né araba né genovese, non è niente… è una roba sospesa in mezzo, un sogno narrativo. Per fare un paragone letterario, non è una guida turistica ma un romanzo.
Quando hai iniziato a ragionare su questo remake?
Ci riflettevo da un po’, ma l’occasione è stata il ventennale: mi sono detto “ora o mai più”. Verso febbraio/marzo di quest’anno avevo in mente un live che in qualche modo costituisse un riassunto del mio percorso, ma dopo un po’ ho concluso per per quello c’è sempre tempo: ciò che desideravo sul serio era rifare Creuza. Il concerto di quest’estate a Siena, nel quale ho presentato l’idea, mi ha definitivamente convinto.
Sapevi di andare a toccare un autentico monumento: non hai avuto paura dell’eventuale lapidazione pubblica? Insomma, ti sei posto il problema?
Certo, ma ho deciso di non curarmene. Vedo Creuza come un bellissimo canovaccio della commedia dell’arte, e non mi dispiacerebbe affatto se prima o poi qualcun altro volesse cimentarsi con l’idea di “andare in giro per il Mediterraneo e raccontare quello che vede”.
Dubito che il Mediterraneo di oggi sarebbe lo stesso del 1984.
Se è per questo, neanche il disco originale descriveva il Mediterraneo del tempo: era invece legato a una concezione seicentesca/settecentesca, un’operazione letteraria dal punto di vista sia musicale che testuale: Fabrizio non ha parlato del piccolo spacciatore di via Prè, bensì della pittima e delle puttane genovesi di quattro secoli fa.
Hai scartato a priori l’ipotesi di attualizzare il discorso?
Questa volta non avrei fatto in tempo: mi sono pertanto limitato a una revisione di tipo formale, altrimenti si sarebbe trattato di un mero esercizio calligrafico. Ammetto, però, che la tentazione mi è venuta: il Mediterraneo, oggi, è campi profughi, baraccopoli, petroliere… con gli algerini che fanno i rave e le batterie elettroniche e le tastiere che sono dovunque… Lo scenario è cambiato completamente. Comunque nel 2014 lo rifaccio di nuovo, diverso: un Creuza con il coltello tra i denti.
Non temevi neppure il confronto con la voce, innarrivabile, di Fabrizio?
Sai, che fosse appunto inarrivabile mi ha tolto ogni remora: lui era bravissimo e quindi nessuno dovrebbe contestarmi il fatto che non sono bravo come lui. Sarebbe come affermare che My Way non può più essere interpretata perché l’ha fatta Frank Sinatra. In verità avevo moltissima voglia di cantare questi pezzi, perché li ho dentro.
E la questione dei testi in genovese? Tu stesso, poco fa, hai ricordato i tuoi natali bresciani.
Anche se le canto da sempre, ho cercato di curarle al meglio, di stare attento… credo di aver sbagliato pochissime parole. Sono tre anni che non riascolto il Creuza originale: il cantato era comunque sedimentato in me, visto che anche se i testi sono di Fabrizio li abbiamo adattati insieme. E poi le melodie di base erano state elaborate con la mia voce. Per quanto riguarda le parti musicali ho preferito affidarmi al ricordo, che mantiene la sostanza alla quale sei affezionato e perde il cascame arrangiativo; infatti mi sono reso conto di aver fatto Creuza de mä più lenta e Jamin-a più veloce.
Com’è accaduto?
È una faccenda di equilibri: un punto di metronomo in più fa sì che una pausa diventi troppo lunga, e allora si è costretti a inserire qualcosa alterando il passo del brano. Creuza è più lenta perché ho introdotto delle percussioni: quando l’abbiamo composta la volevo un po’ africana, con questi strumenti stoppati, ma dato che non c’era nulla che sapessi usare – a parte l’oud – mi sono arrangiato con il violino suonato al plettro; la stessa cosa è stata fatta in Jamin-a: volevo l’assolo turco, ma il turco non c’era. Questa volta ho ingaggiato un clarinettista turco e gli ho detto “suona quanto ti pare, io ti accompagno e mi diverto”; ho sempre trovato Jamin-a splendida, a parte quella batteria elettronica che avevo messo a mo’ di esempio e che Fabrizio ha voluto mantenere a ogni costo: un peccato, perché l’argomento era una scopata a Tunisi e ci sarebbe voluto un po’ più di sangue. Lo stesso dicasi per A dumenega, che nel primo Creuza è diventato quasi un’operina barocca: si parla di uno sfottò per strada, con le donne di facili costumi che girano con le tette da fuori, serviva qualcosa di più popolare.
Con quali criteri hai selezionato i musicisti che ti accompagnano?
Alcuni sono vecchie conoscenze e altri sono sardi: come Fabrizio, provo un grande amore per la Sardegna, non è un caso che Creuza de mä abbia sempre avuto una sorta di “marchio sardo”. Oggi, se devo appoggiarmi a una cultura italiana, lo faccio d’istinto con quella sarda piuttosto che con quelle della taranta o quella napoletana, nella quale sguazzo da anni insieme a Massimo Ranieri. Tra l’altro, non ho più usato il linguaggio di Creuza, tranne quando ho affrontato l’antica tradizione napoletana: questo suono, che era mio, a un certo punto si è staccato da me ed è diventato il suono di Creuza, nel senso che ho cominciato a guardarlo dal di fuori, come qualcosa che dovevo rispettare. E sempre per rispetto verso il disco mi sono limitato nelle produzioni, non dando certo retta a chiunque.
E adesso che la tua carriera di “cantautore” ha preso una piega più o meno regolare, almeno rispetto al passato, come ti regolerai con l’attività di produttore?
Sono molto dubbioso se proseguirla oppure no, perché tra le due cose c’è una dicotomia di fondo: volendo diventare un bravo produttore si deve studiare per essere il più trasparente, il più neutro possibile, mentre un artista deve esserlo il meno possibile e concentrarsi sulla propria identità. Comunque, nei prossimi anni, le mie priorità sono i due o tre conti che ho da regolare.
Questa affermazione sa di minaccioso. A cosa ti riferisci?
Nulla di cui preoccuparsi. Se avrò tempo ed energie sufficienti, mi piacerebbe imparare a suonare bene il violino, strumento che secondo me è il principe del solismo ma che purtroppo non ha ancora avuto, nel rock, personaggi epocali e profondamente innovativi come Jimi Hendrix per la chitarra o Jaco Pastorius per il basso. Il violino, purtroppo, ha un handicap: per crescere sul piano creativo ha bisogno di liberarsi dall’accademismo, ma per arrivare a suonarlo bene non si può lasciare l’ambito accademico perché non esiste altra scuola oltre a quella della strada, popolare, che però non è abbastanza tecnica. Vorrei tanto poter fare qualcosa di concreto in questo senso, piantare un piccolo gradino che un domani possa risultare una base di partenza per qualcun altro. E sto lavorando a un metodino sulla trasposizione dell’accordatura a quinte sugli strumenti a plettro, magari tra due o tre anni arriverò a metterlo definitivamente a fuoco.
E come se non bastasse hai addirittura fondato la tua etichetta Officine Musicali.
In origine avevo programmato l’uscita di Creuza per il prossimo gennaio, ma poi sono stato colto da una specie di raptus e in due mesi terribili, in tre persone, siamo partiti. Anche qui è stata una questione di “ora o mai più”, e inoltre debuttare con la riedizione di Creuza de mä – che ai tempi era stato un disco coraggioso – mi è parso beneaugurante. Comunque l’etichetta l’ho fatta recalcitrando: sono un musicista e vorrei tanto poter disporre di strutture che dicano “prego, maestro, ecco il budget: quando l’album è pronto ce lo porti e parliamo dei dettagli”, ma queste strategie non sono più applicate, non funziona più così.
La grande crisi della discografia e dell’ambiente in genere.
Il nostro mondo va restringendosi sempre più, per colpa delle imperizie e della scarsa qualità. Sta scomparendo il mestiere del musicista come lavoro: metà di quelli che suonano nei gruppi rock vivono con mamma e papà, altrimenti non camperebbero. Siamo a un punto molto critico. Io ho riflettuto su queste situazioni e ho l’impressione che la vera ragione per cui la gente masterizza i CD senza battere ciglio – a parte il problema economico – è che in fondo non li rispetta. Manca il rispetto nei confronti dell’artista, che spesso se l’è tolto da sé: se ti poni come merce, verrai usato e gettato. Se il primo messaggio che arriva è che vuoi avere successo e diventare ricco, perché mai la gente – potendo evitarlo – dovrebbe darti dei soldi? Penso che il futuro sia nelle piccole botteghe artigiane: ricominciamo daccapo, facciamo pezzi “a mano” cercando di comunicare il rispetto del lavoro. Copiate la merda e comprate i prodotti di qualità se volete che continuino a esistere, perché se gli artisti non riescono a vivere del loro lavoro finiranno per fare altro e i prodotti di qualità saranno ancora di meno. E teniamo acceso il sogno di tanti ragazzi: se finisce il mestiere di musicista finisce anche il sogno di poter esercitare una professione magica e meravigliosa.
Come ti porrai nei confronti di quelli che vorranno uscire per il tuo marchio? La Officine Meccaniche è una vera etichetta oppure una sorta di estensione di Mauro Pagani?
È nata come mia estensione perché era l’unico modo per raggranellare qualche risorsa, ma spero che il disco venda qualcosina in modo da poter avere fondi da reinvestire. Non voglio però commettere il solito errore di fare il passo più lungo della gamba: sarà un ottimo risultato se reggerò un progetto all’anno. Ribadisco il discorso della qualità e dell’artigianato, tanto di canzonacce è già pieno il mondo e di altre non ne abbiamo bisogno. Ormai la musica si è collocata da sola nella categoria “oggetti d’uso”: per ballare, per divertirsi, per trombare, per andar fuori di testa… ma la musica per la musica dov’è finita? Lo dicevo prima: è una questione di cultura, è assurdo che la stessa gente che parla di caro-CD spenda sette/otto euro per cambiare più volte alla settimana le suonerie dei cellulari. Si deve ricostruire una zona di rispetto per la musica in quanto tale.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.602 del 30 novembre 2004

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Categorie: interviste | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Creuza de mä (revisited)

  1. bella intervista, con informazioni utili per chi vuole capire meglio il rapporto Pagani – De André in Creuza de ma.

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