Le radici (?) degli Strokes

Qualcuno, dopo aver letto questo recupero, penserà di sicuro “il Guglielmi dev‘essere proprio impazzito a tirar fuori dal cassetto una roba simile, invece di sperare che rimanga per sempre nell‘oblio. Ma come? Velvet Underground, Stooges, Modern Lovers, Television e Feelies associati agli… Strokes?”. Capisco che possa sembrare un po‘ forte, ma posso assicurarvi – e chi c’era lo ricorderà – che nel 2001 erano in molti a vedere nella band di Julian Casablancas i nuovi messia del rock, e che certi paragoni ingombranti erano frequentissimi. Ok, io forse calcai un po‘ troppo la mano, ma ciò non toglie che Is This It rimanga comunque un Signor Disco, con la S e la D rigorosamente maiuscole.
Strokes fotoPur consapevoli di come il discorso sulle influenze subite da una band non è sempre facilissimo, alla luce degli infiniti riciclaggi messi in atto nei quasi cinquant’anni di vita del rock’n’roll, abbiamo provato a scavare nel passato alla ricerca di qualche album storico che fosse in qualche modo accostabile – mutatis mutandis – a Is This It. Ovviamente, non è detto che gli Strokes abbiano copiato da questi dischi (alcuni, magari, non li conoscono neppure), ma è certo che nei solchi dei cinque (capo)lavori qui segnalati c’è parecchio dello spirito – e a volte anche dello stile – dell’ultima next big thing. Chi vuole, provi ad ascoltarli: magari non tutte le analogie salteranno subito all’occhio (cioè, alle orecchie), ma esistono. E se anche non si dovesse riscontrarle, non importa: non c’è niente di male ad arricchire la propria collezione di qualche pietra miliare.

Velvet copVelvet Underground
The Velvet Underground
(MGM/Verve, 1969)
È il terzo album del gruppo di Lou Reed: una superba sequenza di ballate per lo più eteree e avvolgenti, quasi in odore di folk-rock, tra le quali fanno capolino brani più cadenzati e vivaci quali What Goes On, Beginning To See The Light e That’s The Story Of My Life. Assai meno “deviante” dei suoi predecessori, marchiati dal genio obliquo del poi dimissionario John Cale, The Velvet Underground affascina con la tensione nascosta dietro le sue melodie, con le sue atmosfere ombrose e con l’energia – dirompente, benchè “trattenuta” – del suo rock’n’roll. L’innocenza e la perversione abbracciate in dieci canzoni splendide. Di più: monumentali.

StoogesThe Stooges
The Stooges
(Elektra, 1969)
Un ruggito selvaggio e assieme disperato, quello del primo album degli Stooges di Detroit, amplificato da un suono più acido e cattivo che compatto e pesante. Con John Cale in console, il quartetto che imporrà il mito di Iggy Pop allinea otto episodi – tra i quali l’inno I Wanna Be Your Dog – all’insegna di una violenza strisciante e malata, un primitivismo metropolitano fatto di suoni aspri e ossessivi e armonie torbide e alienanti. Il rock della band ferisce più che trascinare, mentre l’urlo sommesso ma non per questo meno devastante di 1969 e No Fun fa a brandelli quel poco che rimaneva del Sogno Americano e degli happy days dei Sixties.

Modern LoversModern Lovers
The Modern Lovers
(Beserkley, 1976)
Prodotto per 6/9 da John Cale e uscito alcuni anni dopo l’incisione, il debutto dei Modern Lovers è un “classico” purtroppo oscuro del rock dei ‘70, collocabile a metà strada tra i padri Velvet Underground – dei quali il leader Jonathan Richman era dichiarato fan: sembra li abbia visti dal vivo un centinaio di volte – e i figli della nuova ondata newyorkese (Television in primis). Brani di grande intensità, quelli qui raccolti dal quartetto di Boston, caratterizzati da arrangiamenti atipici (al piano e alla chitarra, il futuro Talking Heads Jerry Harrison) e da una certa indolenza canora: Roadrunner il più noto, ma gli altri otto non sono da meno.

TelevisionTelevision
Marquee Moon
(Elektra, 1977)
Mostra immagini livide, la Televisione di Tom “Verlaine” Miller: quadri dai tratti non esageratamente elaborati ma ricchi di forza visionaria, dove la New York dell’arte e della poesia incontra quella delle strade malfamate in uno spigoloso e morboso abbraccio di fisicità, cerebralità e sentimento. Lo spettro dei Velvet Underground fa avvertire la sua presenza, ma non importa: la formula, contraddistinta da estrose trame chitarristiche e da un’inconfondibile voce nasale, è tra le più personali dell’epoca; così come gli episodi, da See No Evil a Guiding Light fino ai dieci minuti della title track, meritano di diritto un posto tra gli indimenticabili.

FeeliesFeelies
Crazy Rhythms
(Stiff, 1980)
Sono cresciuti nella stessa New York di Television, Patti Smith, Ramones e Talking Heads, i Feelies, ma ben pochi si sono accorti di loro fino a questo primo (e tardivo) album: eppure il loro pop-rock minimale e nervoso, dove le fantasie melodiche si intrecciavano con ritmi spezzati e schemi schizzati, costituiva una brillante manifestazione di creatività senza confini, figlia dei Sixties (e dei soliti Velvet Underground) ma proiettata verso il domani. Frenetici e carezzevoli, i quattro nerd del New Jersey sono stati una delle voci più originali e stimolanti dei loro tempi: è uno scandalo che oggi siano così pochi a ricordarsi delle loro canzoni così naïf e nel contempo così “intellettuali”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.458 del 16 ottobre 2001

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Categorie: articoli | Tag: , | 4 commenti

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4 pensieri su “Le radici (?) degli Strokes

  1. ciao Federico, mi hai veramente incuriosito dato che di moderno ascolto solo (poco) ozrock che trovo su un blog di una amico australiano, questo weekend ascolterò questi Strokes!

    p.s.: non c’rntra nulla ma l’8 dicembre, giorno del mio 54mo compleanno, ho postato in un forum privato World Shut Your Mouth e, oltre al mio commento, ho tradotto la tua recensione del Mucchio aprile 1984 citandoti come miglior giornalista italiano.

    Ugo

  2. La band più sopravvalutata di sempre, subito dopo gli U2. Figli di papà, per giunta.
    Stanno bene sottoterra (musicalmente, si intende).

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