Jeffrey Lee Pierce

Avvertenza imprescindibile: nelle prossime righe, di Jeffrey Lee Pierce e dei suoi indimenticabili Gun Club ci si occupa in modo più o meno indiretto. Chi volesse sapere qualcosa di più può magari andare qui, ma non senza aver dedicato la sua attenzione a questi atipici album-tributo pubblicati dietro la sigla “The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project”, primi due capitoli di una collana sponsorizzata dalla Glitterhouse che pochi mesi fa si è arricchita di un terzo capitolo (Axels & Sockets) e che, a quanto sembra, è destinata prossimamente a concludersi con il quarto volume.

JL Pierce cop 1We Are Only Riders (Glitterhouse)
Non è mai fuori luogo (ri)parlare dei Gun Club e soprattutto del loro leader Jeffrey Lee Pierce, ma quando il mercato discografico offre contemporaneamente due motivi per tornare sull‘argomento non è davvero possibile far finta di nulla. Assieme alle ristampe “deluxe” di tre album storici della band californiana, ecco un tributo piuttosto atipico; We Are Only Riders, sottotitolato The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project, non è infatti la “solita” raccolta di cover bensì un collective work organizzato sulla base di prove casalinghe e abbozzi di canzoni risalenti ai primi anni ‘90 e rinvenuti casualmente in una vecchia e rovinatissima cassetta. L‘epoca, insomma, è quella in cui Pierce stava preparando con il chitarrista Cypress Grove – che del progetto è l‘appassionato curatore – quello che nel 1992 sarebbe divenuto Ramblin‘ Jeffrey Lee & Cypress Grove with Willie Love. Dopo ci sarebbe stato solo l’ultimo atto a nome Gun Club, Lucky Jim, e la prematura scomparsa – 31 marzo 1996, a neppure trentotto anni – dell‘artista, ucciso da una vita che è gentilmente eufemistico definire spericolata ed eccessiva. Cosa che, come spesso accade, ha contribuito non poco a tener vivo il ricordo e alimentare il mito di questo eroe della american music, grandissimo poeta – ben pochi come lui hanno saputo far nascere “fiori dal letame”, per citare un altro Maestro questa volta italiano – e straordinario interprete di una tradizione nella quale punk, blues, r‘n‘r e country interagiscono senza freni di carattere concettuale o stilistico.
Non erano tantissimi, i brani contenuti in quel nastro, e ciò giustifica il fatto che alcuni di essi siano stati proposti da più interpreti: l‘obiettivo, d‘altronde, non era “celebrare”Pierce in modo convenzionale – per quello sarebbe bastato commissionare a gruppi/solisti in sintonia un riletture dal suo miglior repertorio – bensì conferire vita, energia e pathos a composizioni finora esistenti solo a livello embrionale e presumibilmente mai ascoltate (con l‘unica eccezione certa di Lucky Jim) da nessuno. Una scelta emotiva, quindi, rimarcata dal coinvolgimento di personaggi che con Pierce hanno avuto rapporti personali o ne erano almeno dichiarati estimatori, portata avanti in piena libertà: e che di Ramblin‘ Mind, Constant Waiting e Free To Walk esistano addirittura tre versioni non è un artificio per riempire il CD, ma una cartina al tornasole che “rivela” come un pezzo possa acquisire toni e colori differenti a seconda della sensibilità di chi lo fa proprio. Logico che tutto diventi ancor più facile e bello se le adesioni giungono da talenti riconosciuti: da Nick Cave, torbido e sciamanico nella Ramblin‘ Mind d‘apertura e morbidissimo nella Free To Mind in duetto con Debbie Harry, alla medesima voce dei Blondie, intensamente e solennemente confidenziale nella succitata Lucky Jim; dall‘immancabile Mark Lanegan, impegnato in una Constant Waiting che avrebbe potuto nobilitare ulteriormente il suo I‘ll Take Care Of You e in una più leggera Free To Walk assieme a Isobel Campbell, ai Raveonettes, nelle cui mani ancora Free To Walk diviene una filastrocca narcotica e “rumorosa””; da Lydia Lunch, che avvolge nelle ombre When I Get My Cadillac, St. Marks Place e la più incalzante Walkin‘ Down The Street (Doin’ My Thing) cointestata con Dave Alvin (Blasters), a Mick Harvey, che si dedica alla bluesata The Snow Country; da David Eugene Edwards (16 Horsepower, Woven Hand), alle prese con una Ramblin’ Mind meno cupa di quella di Cave (e più “mossa” di quella scarna e ieratica di Cypress Grove) e di una maestosa e fascinosa Just Like A Mexican Love con i Crippled Black Phoenix (che, da soli, convincono con Bells On The River), per chiudere con Sadies e Johnny Dowd, che rendono Constant Waiting rispettivamente in chiave r‘n‘r e stralunata. In scaletta domina il country nell‘accezione più terrigna e progressiva del termine e non c’è da stupirsene, poiché Ramblin‘ Jeffrey Lee doveva originariamente essere un disco orientato in quel senso e questi episodi ne vennero esclusi a causa del suo successivo avvicinamento al blues; comunque, una piccola meraviglia, che attenua il dispiacere provocato dalla considerazione di avere a che fare con un omaggio alla memoria.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.666 del gennaio 2010

JL Pierce cop 2The Journey Is Long (Glitterhouse)
Due anni e spiccioli fa, un tributo sempre marchiato dalla benemerita Glitterhouse aveva richiamato l’attenzione dei media su Jeffrey Lee Pierce, anima persa del punk californiano prima e del roots-rock più o meno “deviato” poi. Non che ce ne fosse assoluto bisogno, dato che la figura del leader dei Gun Club – morto nel 1996, dopo trentasette anni passati a non risparmiarsi in nessun senso – non ha mai conosciuto il vero oblio, ma certo era stato per più di un verso bellissimo trovare riuniti in un solo disco, a interpretare canzoni di Ramblin’ Jeffrey Lee perdute e ritrovate casualmente in un nastro, artisti come Nick Cave, Deborah Harry, Mark Lanegan, David Eugene Edwards e Lydia Lunch.
Di quell’album, intitolato We Are Only Riders e accreditato al Jeffrey Lee Pierce Sessions Project, questo The Journey Is Long è il naturale e non meno intrigante seguito: un cast di assoluto rilievo, con svariati “ritornanti” dal primo capitolo (fra i quali Cave, Lanegan, la Harry e la Lunch) e parecchie new entries (da Steve Wynn a Bertrand Cantat, da Chris Brokaw a Barry Adamson, da Thalia Zedek a Hugo Race, da Tav Falco a Tex Perkins), che leggono ciascuno alla propria maniera altri brani inediti dell’Icona, terminando incisioni preesistenti o allestendone di totalmente nuove sulla base dei demo e dei testi in loro possesso. Fra blues (punkizzato e non), country, r’n’r e ballate ora sporche e ora suadenti, l’obiettivo del progetto è stato raggiunto nel migliore dei modi, con genuinità e senza divismi. Un atto sentimentale che fa bene alla memoria collettiva e al cuore di quanti vorranno ascoltarlo, con le belle note del collega inglese Kris Needs a suggerire spunti e chiavi di lettura.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.693 dell‘aprile 2012

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