R.E.M.

Nella primavera del 1991 i R.E.M. passarono per Roma per una serie di incontri con i media legati all‘uscita di quello che sarebbe stato il loro album più venduto fino a quel momento, Out Of Time. C‘erano tutti e quattro ma divisi in due gruppi da due, e a me ando meglio di altri perché mi toccarono Mike Mills e Michael Stipe; la chiacchierata venne sintetizzata per AudioReview, lasciando fuori la parte – almeno una decina di minuti – in cui Stipe io ci confrontammo, da veri nerd un po‘ maniaci, sul tema “oscuri 45 giri di new wave americana a cavallo fra gli anni ‘70 e ‘80”. Prima o poi riesumerò la cassetta e ne trascriverò il contenuto, magari proprio qui.
REM fotoAlbum dopo album, e capolavoro dopo capolavoro, i R.E.M. hanno finalmente raggiunto quella posizione di primo piano nell‘ambito del rock americano che virtualmente gli apparteneva già dai temi di Murmur, primo LP di una discografia assolutamente impeccabile. E con Out Of Time, suo settimo gioiello antologie escluse, il quartetto georgiano ha ancora una volta spiazzato tutti, sorprendendo quanti lo ritenevano avviato verso una pur splendida routine. Michael Stipe, cantante e sciamano, e Mike Mills, bassista e fulcro musicale della band, non hanno avuto problemi a raccontare al vostro cronista qualche retroscena, dimostrandosi eloquenti e carismatici anche in una conversazione attorno a un tavolo da tè. Dato che in Europa non li rivedremo prima del 1992, per il momento accontentiamoci delle loro parole.
Anni fa il vostro chitarrista Peter Buck ha dichiarato che i R.E. M. potrebbero suonare qualsiasi tipo di musica, ma che rimarrebbero sempre riconoscibilissimi per via del canto di Michael. Difficile non essere d‘accordo, specie alla luce di un album piuttosto lontano dai precedenti.
MM: Purtroppo o per fortuna, è così. Vogliamo essere liberi di fare quel che più ci piace, e anche per questo in Out Of Time non ci sono canzoni “politiche”: non ci va di essere etichettati come band politica. Non solo politica, almeno. Noi quattro siamo così diversi, e abbiamo interessi così differenti… Vogliamo poter scrivere ogni genere di musica e di testo, senza limitazioni.
MS: Odiamo l‘idea di essere rinchiusi in una categoria, anche perché abbiamo speso tutta la nostra carriera nel tentativo di abbattere i muri della pop music così come si è soliti intenderla, e di allargarne i confini.
Però c‘è Radio Song che vanta un testo abbastanza forte. Più che d’amore, direi che si tratta di un brano “politico”.
MS: Quando ho scritto quelle parole non mi sono parse poi così forti. Anzi, pensavo che il pezzo non fosse nulla di speciale, una canzone divertente e nient‘altro. È stata la gente a farmi notare la sua incisività.
Come mai avete invitato KRS-One a cantarla? Cercavate un rapper?
MS: Avevo deciso di convocare qualcuno come ospite, e KRS-One è stato il primo a sembrarci adatto.
MM: Non è che cercassimo proprio un rapper, volevamo soltanto due voci assai diverse fra loro. Michael è un cantante molto al di fuori dei cliché del pop, e abbiamo pensato che accostargli un interprete altrettanto particolare potesse portare a risultati interessanti. Inoltre, loro due avevano già lavorato assieme, in passato.
Qual è il senso della divisione di Out Of Time in una “Time Side” e una “Memory Side”?
MM: Concetti quali “tempo” e “ricordo” sono ricorrenti in tutto il disco, composto per lo più di canzoni d‘amore. E poi non abbiamo mai apprezzato troppo l‘idea di una facciata A e una B, sembra quasi che la prima sia più importante della seconda; forse, con “Time” e “Memory”, l‘album si presenta in modo più omogeneo.
Per la prima volta, per Losing My Religion avete realizzato un video strutturalmente “convenzionale”, e per il retro della copertina di Out Of Time avete finalmente usato una fotografia nitida. Vi siete stancati di giocare a fare i misteriosi?
MM: Fin dall‘inìzio della nostra avventura abbiamo ritenuto che la musica fosse la cosa più importante. Molto più importante dei volti, del look, della personalità dei membri della band. Nessuno di noi ama particolarmente essere fotografato, ma tutti amiamo suonare e comporre; però anche il business ha le sue necessità, alle quali bisogna andare incontro: a patto, è ovvio, di non snaturare se stessi. Il fare i misteriosi non c‘entra nulla, le nostre facce sono ormai talmente note che il presunto desiderio di anonimato era solo un alibi per non adeguarci alle regole.
Cosa volevate esprimere, con Losing My Religion?
MS: Nel sud, nel profondo sud degli Stati Uniti, “losing my religion“ sta per “averne abbastanza”. La canzone è a proposito di un amore non corrisposto; è la storia di un‘ossessione, non ha nulla a che vedere con la religione in senso stretto.
Però il video gioca un po‘ sull‘equivoco, con tutti quei riferimenti mistici.
MS: Più che mistici, direi mitologici. È stata un‘idea del nostro regista, neppure noi sappiamo identificare tutte le sue citazioni artistiche e culturali.
Una domanda banale e probabilmente stupida: cosa è cambiato nei R.E.M. dal debutto a oggi?
MM: Non è facile a dirsi, è come se mi chiedessi “quanto sei cresciuto negli ultimi dieci anni?”. Ero un ventenne, quando ho cominciato, ero una persona non completamente formata, e ora sono adulto. È stato un periodo di grande evoluzione, i mutamenti sono tanto numerosi e tanto rapidi che è quasi impossibile comprenderli chiaramente.
MS: Però, ad esempio, possiamo dividere questi dieci anni basandoci sui nostri album, ciascuno dei quali riflette esattamente come eravamo in quel momento. Ogni disco dei R.E.M. è legato a una particolare situazione, e io ricordo benissimo tutto. Per la gente normale, che fa lo stesso lavoro per molto tempo, avere una visione globale degli avvenimenti e della loro collocazione temporale è piuttosto complicato, ma noi abbiamo gli album che ci aiutano a fissare nella memoria tutto quanto ci è accaduto. Anche se, come quasi tutti quelli che fanno musica, preferiamo guardare al futuro piuttosto che al passato.
Non trovate strano il fatto che voi, con la vostra musica per lo più pacata e intimista, siate diventati un gruppo “da stadio”?
MS: Credo che i R.E.M. siano l‘esempio più classico di band che entra di soppiatto nel business dalla porta posteriore. Vedi, molti trascorrono il loro tempo cercando di escogitare qualcosa che possa colpire il pubblico, ma per noi la formula giusta nasce in modo del tutto spontaneo. È come un flusso di emozioni che attraversa noi e la gente che ci ascolta e si tratta di un feeling molto profondo. Credo che chiunque ascolti i R.E.M. si renda subito conto del fatto che siamo un gruppo sincero, per nulla costruito.
E cosa ne pensate di quelli che cercano di imitare il vostro stile musicale?
MS: Sono anni che ci parlano di nostri presunti imitatori, ma io non ne ho ancora incontrato nessuno.
MM: Magari è solo un fatto “radici” comuni a musicisti della stessa generazione, della stessa formazione culturale o della stessa area geografica. Mi disturba il pensiero che qualcuno possa delibetatamente decidere di copiare qua1cun altro.
Secondo voi, qual è il migliore album dei R.E.M.?
MM: Ogni nostro disco è il migliore per l‘epoca in cui è stato realizzato…
MS: …ma se dovessimo sceglierne uno soltanto, allora sarebbe di sicuro Out Of Time.
Qual è la vostra opinione sulla tesi che vuole il rock ormai superato come strumento di ribellione e come veicolo di proposte “controcu1turali”?
MM: C‘è ancora molto spazio, crediamo, per il rock. Parlando con chi ci segue ci accorgiamo di come non tutti amino la musica “usa e getta” e di come molti siano stati cambiati dalle nostre canzoni, da quelle di Billy Bragg o dei Midnight Oil. È quasi impossibile che nasca un nuovo Dylan che si imponga come la coscienza di un‘intera generazione, i tempi sono cambiati, ma certa musica può influenzare profondamente. Senza i movimenti di massa dei Sixties, con meno slogan ma forse con maggiore intensità a livello interiore. Piuttosto che cercare di mobilitare le folle si può tentare una rivoluzione più sottile, che può iniziare reclutando gli amici più cari e i vicini di casa. E così che si comincia a cambiare il mondo.
Visti dal di fuori, voi R.E.M. avete un po‘ l‘aria della comunità fricchettona dei Sixties…
MM: Una comunità forse sì, ma certo non una comunità fricchettona; non siamo chiusi nel nostro piccolo mondo e le nostre vedute sono condivise da molti altri artisti: i 10,000 Maniacs, Peter Gabriel, anche Boogie Down Productions. Per tutti noi fare musica è finalizzato alla diffusione di un messaggio, e svolgiamo la nostra opera con amore. E se la gente ama quel che facciamo, probabilmente ci apprezzerà anche per quel che vogliamo dire, oltre che per come lo diciamo.
Ultima domanda: 1‘avvento del CD ha in qualche modo modificato il vostro approccio alle registrazioni?
MS: No, direi proprio di no. Non ho un buon feeling con i compact e, a differenza dei vinili, non provo neanche particolare piacere a possederne. E la tecnica, sinceramente, non ci interessa più di tanto. Non quanto il cuore, perlomeno.
Tratto da AudioReview n.106 del giugno 1991

 
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Categorie: interviste | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “R.E.M.

  1. Paolo Stradi

    Mi mancano tantissimo, oramai mi ero abituato alla loro presenza, più o meno cadenzata. Li ho amati come pochi altri, prima e dopo.

    • Eh, sì… anche se i loro ultimi dischi non erano propriamente capolavori (benché contenessero comunque qualche perla), la loro uscita di scena è una di quelle cose con le quali non è facile scendere a patti.

  2. è sempre un’emozione rileggere le parole dei REM. Sono stati coloro che maggiormente mi hanno accompagnato in musica, che ho sentito affini e vicini. Le tue domande sono state tutte coerenti e legittime ma col senno di poi mi viene da sorridere, pensando che all’epoca davvero in molti potevano pensare che si stessero quasi adagiando arrivando a quel punto della carriera, dopo la firma con Green per una Major. Invece dopo Out of Time arrivarono il vero capolavoro secondo me, Automatic, poi Monster, l’album meno convenzionale di tutta la loro discografica, e un ottimo disco quasi on the road come New Adventures. Io ho apprezzato molto anche Up e Reveal, i primi senza Berry, molto vintage ed elettonici, poi ammetto li ho lasciati un po’ andare, ma ciò non toglie che non appena riascolti la voce di Stipe non provi istantaneamente le medesime forti emozioni di un tempo.

  3. Riccardo Pippoli

    intervista bella. gruppo che ha indicato la via!

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