Brett Gurewitz

Sono trascorsi venti fottutissimi anni e quindi i dettagli non li ricordo, ma il fatto certo è che, proprio durante il boom di Smash degli Offspring (leggere qui per capirne di più), a Rumore si sarebbe voluto intervistare Brett Gurewitz, non per il suo ruolo di chitarrista dei Bad Religion ma in quanto titolare di quella Epitaph Records che all‘epoca vantava fatturati da major e avrebbe continuato a farlo per un bel po‘ di tempo ancora. La chiacchierata telefonica non andò in porto e quindi fui costretto ad arrangiarmi con un articol(in)o di assortite considerazioni sull‘argomento. Passò quasi un decennio, prima di parlare con il musicista californiano, ma quando accadde fu il massimo: ebbi infatti a disposizione per quasi due ore, faccia a faccia, lui e Greg Graffin, e mi feci raccontare di tutto e di più. Comprese quelle tre/quattro cosine che avrei voluto domandargli nel 1994. Meglio tardi che mai, no?

Gurewitz foto 1Il guru del Nineties punk
Da alcuni mesi, Brett Gurewitz è divenuto uno degli uomini più richiesti d’America; tutti, dai membri della più scalcinata band di teenager ai talenti scout delle multinazionali, vorrebbero infatti strappargli il segreto del suo improvviso successo e capire come mai proprio lui, e non qualcun altro, sia riuscito nell’impresa di portare il punk indipendente nei Top 10 delle classifiche ufficiali d‘oltreoceano. L‘aspetto comico della faccenda è che Brett non saprebbe fornire una vera risposta: parlerebbe magari di un provvidenziale dono del Fato per la coerenza e l‘impegno messi in luce nei lunghi anni di militanza underground, di giusto riconoscimento per le oggettive qualità musicali dei suoi gruppi e di congiunture favorevoli, ma in tal modo non farebbe che confermare come il rock, in dissenso con chi vorrebbe pianificarne gli sviluppi commerciali attraverso rigide campagne di marketing, rimane comunque un fenomeno incontrollabile. E libero, almeno in parte, dal giogo di quel rapporto causa-effetto che troppo di frequente sottrae alle cose fascino e motivi di interesse.
Pur consapevoli della relativa ovvietà delle risposte che avremmo raccolto, abbiamo ugualmente tentato di metterci in contatto con Brett. Non ci siamo riusciti, e non perché il Nostro abbia rifiutato di concedersi: semplicemente, la sua agenda era tanto fitta di impegni da non poter al momento consentire neppure una mezz‘oretta di colloquio telefonico. E questo, in verità, non ci stupisce, considerato come il signor Gurewitz debba trovarsi in crisi nei panni del manager discografico di “serie A”: perché la Epitaph, da lui fondata nel lontanissimo 1981 per supportare l’ascesa dei suoi Bad Religion, era fino a ieri solo una delle dieci/quindici più importanti indies statunitensi, e non certo l‘impetuosa business-machine in cui è stata oggi trasformata dalla affermazione degli Offspring e da quelle non altrettanto plebiscitarie ma comunque significative di Rancid, NOFX e Pennywise.
Deve essere stato in qualche modo traumatico, il passaggio dalle decine di migliaia di copie di vendita per titolo al milione e spiccioli di Smash; specie per uno come Brett, che sebbene non abbia mai nascosto l‘ambizione di rendere quanto più remunerative possibile le sue attività di musicista e produttore, non ha mai assecondato il richiamo del dollaro al punto di abiurare gli ideali dai quali Bad Religion e Epitaph erano stati generati. Non si possono reputare tradimenti né il contratto con la Atlantic, che non ha avuto la minima ripercussione sul discorso portato avanti dalla band, né l‘abbandono (parziale e/o temporaneo, speriamo) del ruolo di chitarrista in favore di quello di imprenditore, dovuto proprio alla necessità di evitare sbandate dell‘etichetta; e se i Rancid hanno rifiutato le offerte di svariate major (tra cui la Epic/Sony) e di una sempre più sorprendente Madonna (che li avrebbe voluti a ogni costo nella propria scuderia Maverick), lo si deve solo alle garanzie offerte da Gurewitz, la cui serietà è davvero al di sopra di ogni sospetto: “È importante rimanere con i nostri amici” – ha affermato Tim Armstrong, leader del lanciatissimo quartetto di Berkeley – “NOFX, Offspring, Pennywise e Total Chaos sono la nostra famiglia, e rimanere con la Epitaph è stata una scelta di cuore e non di calcolo. Adoriamo Brett e ci sentiamo molto vicini a lui sia creativamente, sia dal punto di vista personale: lui ha capito davvero chi siamo e da dove veniamo”.
Per arrivare dove alla fine è giunto, Brett Gurewitz ha dovuto faticare parecchio, dividendosi tra gli oneri con i Bad Religion, il lavoro in studio con i suoi numerosi pupilli e le responsabilità pratico-economiche legate alla gestione di una label; per lui il punk è stato e continua a essere una filosofia di vita, e ritenerlo inconciliabile con gli introiti anche imponenti che da esso possono oggi derivare significherebbe peccare di eccessivo (e per molti versi immotivato) integralismo: perché più che mai in quest‘epoca di rivoluzione del concetto originario di punk e di profonde contaminazioni tra corporate-rock e indie-rock, quel che conta non sono le dimensioni dell‘affare ma lo spirito con il quale l‘affare stesso viene affrontato e portato avanti. E, a dispetto del conto in banca, lo spirito di Gurewitz è rimasto quello del Mr.Brett che oltre tredici anni fa, inviandomi una copia del primo EP dei Bad Religion, mi chiedeva informazioni sulla scena punk romana e manifestava entusiasmo nel sapere che la sua musica sarebbe stata ascoltata dall‘altra parte del mondo. Avrei voluto parlarti adesso, caro Brett, per ritrovare il ragazzo di allora e soprattutto per chiederti se, avendo potuto sapere in anticipo quanto accaduto negli ultimi mesi, i Bad Religion avrebbero ugualmente firmato per la Atlantic. Ecco questo è forse l‘unico dubbio che mi piacerebbe chiarire, se non altro per ricevere, attraverso il “no” che mi aspetterei, indiretta conferma di come ciò che sta accadendo alla Epitaph e al punk sia anche per te una sorpresa. Pazienza, non mancheranno occasioni per farlo… in barba al Midem, alle differenze di fuso orario e ai mille contrattempi che finora hanno congiurato contro di noi.
Tratto da Rumore n.32 dell‘ottobre 1994

Gurewitz foto 2Nel 1994, sei stato costretto a compiere una scelta tra la band e la Epitaph, e hai scelto quest’ultima. E i tuoi compagni hanno firmato con una major, la Atlantic.
Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, credo si sia trattato solo di una questione di tempi sbagliati. Dieci anni fa essere legati a una label indipendente comportava ancora parecchi limiti, e i Bad Religion avevano ormai raggiunto il massimo ottenibile in quel circuito. Quindi, per crescere ulteriormente, occorreva entrare nel giro major; tutti noi volevamo questa ulteriore crescita, o quantomeno ritenevamo che sarebbe stato il caso di provare a vedere cosa sarebbe accaduto. Quello che non si poteva davvero prevedere in alcun modo fu il successo degli Offspring e dei Rancid, che di fatto portò la Epitaph ai livelli di una major: ciò accadde esattamente due mesi dopo la firma del contratto, e per questo ho parlato di “tempi sbagliati”.
Hai rimpianti?
No, affatto. Con il senno di poi si può ritenere che i Bad Religion avrebbero potuto essere ugualmente grandi, o diventare ancora più grandi, rimanendo alla Epitaph, ma in fondo non è successo nulla di negativo. Io ho avuto modo di concentrarmi sull’etichetta e il gruppo ha fatto la sua esperienza con una multinazionale senza che la sua carriera ne risentisse negativamente. E ora, da tre anni e da due album, siamo di nuovo tutti assieme, e con la Epitaph. La storia ha avuto un lieto fine.
Certo. Comunque la tua uscita dei Bad Religion è stata dovuta solo agli accresciuti impegni come discografico?
Principalmente sì, anche se c’erano anche altre questioni. Non stavo passando un buon momento a livello personale, dato che mi stavo separando da mia moglie, e c’erano anche piccole tensioni nel gruppo, come ritengo sia inevitabile per chiunque trascorra sette anni assieme in strettissimo contatto. E quando a tutto ciò, probabilmente – ma non voglio che suoni come una giustificazione – a causa delle troppe pressioni, si aggiunse la mia ricaduta nella droga, le nostre strade si divisero. Non è vero, come qualcuno ha detto, che diedi le dimissioni perché gli altri volevano firmare con la Atlantic: quella di accettare le offerte di una major fu una scelta che prendemmo tutti assieme, e che in quel momento mi vide in sintonia con Greg e gli altri.
Non considerando i risvolti economici, quanto l’esplosione della Epitaph ha cambiato attitudinalmente la tua vita?
Parecchio, direi: basti pensare che nell’arco di pochi mesi la mia reputazione non è stata più solo quella dell’ipotetico leader di una scena ma c’è stato chi ha cominciato a parlare di me come del grasso, ricco bastardo approfittatore. All’improvviso, senza aver fatto nulla di diverso dal solito, per alcuni ero diventato il nemico, e questo ha per forza di cose generato una serie di emozioni contrastanti tra le quali faticavo a trovare un equilibrio. Per un paio d’anni non ci ho capito davvero nulla, e penso di essere molto fortunato a trovarmi a parlare di questi eventi al passato. È comunque anche “grazie” a tutto quello che mi è accaduto che oggi sono una persona migliore e più saggia.
Tratto da Mucchio Extra n.15 dell‘autunno 2004

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Categorie: articoli, interviste | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Brett Gurewitz

  1. Ti invidio! 🙂
    Brett è uno dei più saggi discografici indipendenti, e si merita tutto il successo che ha/ha avuto.

    • Sì, sono d‘accordo. E anche Greg sembra proprio una persona fantastica. Ricordo con grande piacere quell’intervista… ed ero così su di giri che mi sa che mi sono pure dimenticato di fare la classica foto ricordo.

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