Modena City Ramblers

Ho amato tantissimo i Modena City Ramblers, fino a quando non hanno cominciato a perdere un po‘ troppi pezzi e a riciclarsi in maniera non sempre ispirata. In quegli anni ‘90 nei quali eravamo in stretto contatto li prendevo spesso per il culo dicendogli “oh, ragazzi, occhio a non finire come i Nomadi”, ed è andata – benché con i dovuti distinguo – proprio così; non ho portato sfiga, eh… il problema è che certe esperienze, se non vengono interrotte (per causa di forza maggiore o con una scelta coraggiosa fa lo stesso), sono destinate a perdere la loro forza vitale, a consumarsi, a diventare routine. Poi, ok, è chiaro che un quindicenne di Sinistra che di colpo si trova proiettato nel loro mondo non può non esserne comunque affascinato, ma questo è un altro discorso. Non divago oltre, allora, e dopo aver ricordato questa recensione passo a quella che è forse la prima delle mie tante interviste alla band emiliana, risalente ai giorni del terzo album Terra e libertà. È un‘intervista densa di contenuti e come sempre molto sincera, che venne naturalmente legata a una copertina del Mucchio.

Modena City Ramblers copMessico e nuvole
“Patchanka celtica”: questo il termine che i Modena City Ramblers hanno voluto affiancare all’ormai classico “combat folk” per rimarcare in modo ancor più esplicito l’attitudine alla contaminazione – libera e spesso gioiosa, ma mai priva del giusto rigore – che da sempre guida i loro passi nel mondo del Mito, del Sogno e dell’Utopia. Al cruciale banco di prova del terzo album, oltre che con la maturità acquisita on the road, l’ensemble emiliano è giunto con un nuovo bagaglio ispirativo, scaturito in massima parte da un improvviso colpo di fulmine per le tradizioni e la cultura dell’America centro-meridionale: una iniezione di linfa e di entusiasmo per scongiurare il pericolo della routine e della retorica, e per un’ulteriore, efficace sublimazione sul piano della poesia folk-punk di quel cosmopolitismo “militante” di cui il gruppo è oggi da considerare uno dei più credibili portavoce non solo a livello nazionale. Si è parlato tanto e di tanto, con i Modena. Soprattutto di Terra e libertà, appena arrivato nei negozi e quindi ideale spartiacque tra un passato di cui parecchio si è scritto e un futuro del quale, tutti ce lo auguriamo, ci sarà ancora moltissimo da scrivere.
Partiamo dalle ovvietà: il filo conduttore del nuovo lavoro è l’interesse per un “mito americano” che non ha nulla a che spartire con gli Stati Uniti. Come è nato questo amore per il Messico e, più in generale, per tutta l’America a Sud del Rio Grande?
Dopo i primi due dischi sentivamo il bisogno di spazi nuovi, anche perché la situazione politica e sociale italiana alla quale ci riferivamo in La grande famiglia, almeno in questo momento, ci sembrava un po’ claustrofobica e priva di stimoli a sognare. L’approdo della sinistra al potere, dopo quarant’anni di attesa, poteva essere il segnale di un sentire diverso, ma alla fine ciò che viene percepito dalle masse è solo l’eterno dibattito sulla percentuale dell’inflazione; è un argomento importante, non c’è dubbio, ma non è certo da questioni del genere che deriva la spinta a immaginare, a vedere la possibilità di un mondo diverso sia nelle piccole che nelle grandi cose.
D’accordo, ma perché proprio l’America Latina?
Cercavamo cieli più grandi e orizzonti più ampi. Il Sudamerica ci è subito apparso come un enorme serbatoio di sogni e di utopie, ma anche di gente che queste utopie prova a realizzarle. L’innamoramento è stato inevitabile e consequenziale ai nostri vecchi discorsi, qualche anno fa si sarebbe parlato di Terra e libertà come di un disco “terzomondista”. Il nostro Sudamerica è una cisterna di idee, di voglia di cambiare e di forza per sostenere i tentativi di cambiamento; è quello letterario di Garcia Marquez, di Macondo, del Che Guevara più romantico e meno ideologico, del Don Chisciotte, dei mercati di strada e dei Cent’anni di solitudine. Per noi è un luogo dell’immaginario, un po’ come l’Irlanda di Riportando tutto a casa. Inoltre, di quel continente ci hanno affascinato i contorni netti, la possibilità anche drammatica di identificare immediatamente il giusto e lo sbagliato, il buono e il cattivo; in Italia, al contrario, è tutto abbastanza grigio e indistinto, si fa fatica persino a separare la Destra dalla Sinistra.
Era qualcosa che avevate già dentro di voi, o la scoperta – meglio, l’approfondimento – è avvenuta proprio in funzione dell’album?
Il passaggio è stato naturale, e dalla comune attrazione verso l’Irlanda ci siamo ritrovati d’accordo su una nuova frontiera dell’immaginario. Nonostante le distanze geografiche e sociali si è trattato di un percorso logico: dall’Irlanda siamo rientrati in Italia e abbiamo impostato il secondo album sul nostro paese e sulle storie incontrate sulla strada, ma quando abbiamo realizzato che le vicende e le suggestioni autoctone si erano esaurite ci siamo guardati attorno. Come il nostro, in fondo, anche il mondo sudamericano vanta un vastissimo patrimonio storico e di storie, a cominciare da quelle degli emigranti che vi si sono recati nello stesso modo in cui tanti irlandesi sono andati a cercar fortuna negli Stati Uniti. Il tutto è nato in modo spontaneo, parallelamente alla lettura di alcuni autori sudamericani che tutti noi più o meno conoscevamo, e il resto lo hanno fatto le nostre singole esperienze di viaggio in Messico, a Cuba o in Patagonia.
Infatti in Terra e libertà si respirano atmosfere più colte, al di là dei soliti riferimenti alla realtà della strada.
Fino a ieri siamo stati molto attenti a cantare solo di esperienze personali o riportate in modo abbastanza diretto, mentre ora abbiamo deciso – e la faccenda, come potrai capire, ci preoccupava parecchio – di curare maggiormente l’aspetto letterario. A spingerci in questa direzione sono stati i libri, non solo per quel che riguarda l’ispirazione in senso astratto ma anche sotto il profilo delle trame da rielaborare nelle nostre canzoni. I Modena City Ramblers, del resto, riusciranno ad andare avanti finché continueranno a trovare storie da trasporre efficacemente in musica.
Lo “sbarco” in Sudamerica non ha però avuto ripercussioni sul vostro stile, almeno dal punto di vista strettamente sonoro.
In effetti in quel contesto le influenze latino-americane sono davvero minime, anche perché nessuno di noi ha una conoscenza specifica o particolari esperienze di ascolto in materia. Al di là del fatto che non saremmo in grado di pianificare a tavolino una svolta del genere, riteniamo che i risultati sarebbero stati pessimi, certe competenze non si possono improvvisare.
Però un’evoluzione musicale c’è stata.
Beh, la classica formula “alla Pogues”, nella quale peraltro continuiamo a riconoscerci, cominciava a starci un po’ stretta. Siamo soddisfatti di aver dimostrato, attraverso questo disco, di poter comunicare attraverso differenti linguaggi espressivi, linguaggi che in passato erano un po’ marginali rispetto all’asse Pogues/ballate folk: ci riferiamo a quel sapore etnico che era già presente in brani come Ahmed l’ambulante, Delinqueint ed Modna e Santa Maria del pallone, e che oggi è ben più compiutamente sviluppato in Don Chisciotte, Radio Tindouf o Marcia balcanica. Un altro elemento è stata la ricerca di nuovi spazi per i nostri riferimenti irlandesi, che riemergono in Cent’anni di solitudine, Il ballo di Aureliano e parzialmente in Cuore blindato: abbiamo cercato di utilizzarli in modo meno automatico, di rielaborarli senza limitarci al consueto lavoro di “taglia e cuci” sulle arie tradizionali. In questo senso, il contributo dei nostri due “nuovi” compagni, Massimo Giuntini e Francesco Moneti, è stato a dir poco fondamentale: pensa che prima di Terra e libertà non avevamo mai usato la cornamusa irlandese, mentre qui l’abbiamo addirittura filtrata e arricchita di effetti flanger.
Credo che tutti i cambiamenti effettivi di cui mi avete detto siano avvertibili solo dedicando al disco una particolare attenzione. Come altri artisti, a mio parere, anche i Modena City Ramblers rischiano di essere recepiti come una sorta di realtà quasi immutabile, e di essere accusati di eccessivo autocitazionismo e di retorica. Vi siete mai posti questo problema?
Senz’altro. Tra di noi se ne discute moltissimo, e avendo la possibilità di sottoporre la questione all’analisi di otto cervelli crediamo di riuscire a razionalizzare quasi ogni risvolto di ciò che facciamo. Per quanto riguarda l’autocitazione, abbiamo sempre visto la cosa da un’ottica folk: senza curarcene troppo, visto che nel folk non c’è l’ansia di rincorrere la novità che è invece presente nel rock. A contare sono solo le parole, le melodie e le emozioni trasmesse. Quello della retorica, invece, è un problema con il quale ci confrontiamo e ci scontriamo fin dai giorni in cui ci interrogavamo sul senso di interpretare pezzi come Contessa e soprattutto Bella ciao.
In Terra e libertà, invece, non ci sono cover.
Infatti. Mentre preparavamo l’album il problema si è posto all’inverso, e ci siamo domandati se fosse giusto allontanarci dal filone, sul quale avevamo lavorato parallelamente fin dall’inizio, della canzone di protesta contestualizzata storicamente. Alla fine abbiamo deciso che era arrivato il momento di raccontare nient’altro che le nostre storie, e se Riportando tutto a casa e La grande famiglia possono essere letti come gli album delle fonti – quelli in cui citiamo le nostre radici – quest’ultimo rappresenta un passo in avanti, un prendere piena coscienza delle nostre origini per masticarle e risputarle fuori in modo più personale. Abbiamo anche avuto timore di realizzare un disco in cui la nostra audience avrebbe potuto non riconoscersi: niente canzone politica, niente ballate alla Pogues, poca Irlanda, niente “drinking songs” come Il bicchiere dell’addio o Le lucertole del folk… Come dice Bob Geldof, si deve stare attenti a non fare troppi passi in avanti tutti assieme perché la gente potrebbe non riuscire a starti dietro: il musicista, d’altronde, consacra le sue giornate alla propria musica, mentre il pubblico dedica a un disco un lasso di tempo molto più ristretto e difficilmente riesce a recepire quei cambiamenti che, seppure in apparenza bruschi, sono il risultato di una evoluzione graduale di chi li ha messi in atto.
Nel testo di Don Chisciotte si avverte una sensazione di disagio e di impotenza. Alla luce del vostro impegno sociale e della superficialità dilagante, vi capita spesso di domandarvi “cosa ci faccio qui”?
È chiaro che il brano riflette uno dei nostri stati d’animo, motivato soprattutto dalla grande indifferenza culturale di questo paese. Chi è delegato a gestire la cultura in senso lato ha purtroppo smarrito il contatto con la realtà – vedi anche la recente legge sulla musica – e non ha idea di cosa possa essere rilevante per il presente; dall’altro lato, gran parte delle giovani generazioni cresce nella totale indifferenza verso tutto ciò che non passa in TV e non fa tendenza. Terra e libertà è un disco sull’Utopia e sull’aspirazione a cose migliori, come possono essere il treno dei Mano Negra di Macondo Express, il sogno del Messico zapatista de Il ritorno di Paddy Garcia, la speranza di redenzione di Remedios la bella. Inoltre, è un album in buona parte incentrato sulla figura dell’eroe, dal Che Guevara in motocicletta al Paddy Garcia novantenne fino al pagliaccio che arriva nel villaggio in Colombia sul treno di Macondo. Ci piaceva analizzare la questione da angolazioni diverse, raccontando di eroi che non sempre sono senza macchia e senza paura e che possono trovarsi nel mezzo di un deserto, armati di tutto punto e con lo scudiero al seguito, e avere giustamente seri dubbi su se stessi e la propria missione. Quello che ci attrae maggiormente, comunque, è l’eroe quotidiano, il donchisciotte – scritto tutto attaccato e con l’iniziale minuscola – che si batte per piccole e grandi cause senza alcun riconoscimento pubblico: gente che ogni settimana, come fa un tizio delle nostre parti, riempie un camion di giocattoli raccolti per le case e li recapita ai ragazzini di qualche paese della ex Jugoslavia. È di persone così che ci piace parlare e cantare, anche se facciamo spesso uso di metafore.
Questo approccio non è un po’ retorico?
In Terra e libertà ci sono molti argomenti retorici e anche molte figure retoriche. Abbiamo deciso di operare in questo modo, nonostante le nostre perplessità, perché volendo ricondurci a un immaginario latinoamericano e soprattutto avendo fatto conoscenza con uno scrittore latinoamericano, Paco Ignacio Taibo II, abbiamo capito che una frase che per noi può essere retorica nel senso dispregiativo del termine non lo è affatto in bocca a una persona che ha un vissuto totalmente diverso. Riferendoci a quel genere di vissuto, rinunciare a quell’approccio sarebbe stato un controsenso.
La grande famiglia ha venduto cinquantamila, una cifra più che ragguardevole per l’asfittico mercato nazionale. Come vi vedete, adesso, nei panni del gruppo di successo, e come intendete muovervi di fronte alle inevitabili pressioni del successo?
Non ci abbiamo pensato granché, almeno per ora. La situazione presenta delle analogie con quella del momento in cui dovevamo firmare il contratto con la BlackOut, quando ci ponevamo un’infinità di problemi a proposito dei possibili rischi che avremmo dovuto fronteggiare e poi tutto si è risolto con estrema naturalezza, senza alcun tipo di trauma. Vogliamo continuare come sempre, cioé facendo quello che ci piace e rifiutando quello che non è in linea con la nostra natura, anche se ci rendiamo conto che più si va in alto e più cresce il pericolo di cadere o di sporcarsi le mani. Rimanendo chiusi nella propria cantina non si commettono errori, mentre uscendo allo scoperto – incontrare giornalisti, andare in TV, suonare in determinate situazioni, accettare o meno di sostenere cause politiche e sociali – si è molto esposti alla possibilità di essere fraintesi o di dire e fare cazzate. Crediamo comunque che, essendo onesti e determinati nelle proprie scelte, sia più facile sopportare queste pressioni e non esserne troppo condizionati.
Quand’è che i Modena City Ramblers hanno smesso di essere un gioco e sono diventati una “carriera”?
Fino al tour de La grande famiglia tutto è stato visto come una scommessa, eravamo abbastanza stupiti di quello che ci stava accadendo. A noi sembrava già strano l’aver inciso un disco, e quando la Black Out ci ha offerto il contratto abbiamo sinceramente creduto che fossero un po’ matti. I concerti dello scorso anno, invece, ci hanno dato la consapevolezza di poter sopravvivere ai cambi di formazione e ai mille casini che il dover mantenere certi ritmi inevitabilmente comporta. Terra e libertà è stato il nostro primo album davvero pianificato con una ragionevole tranquillità per il futuro, come professionisti e non come dopolavoristi e soprattutto sapendo di poter contare su un pubblico che vede in te qualcosa di importante. E che, quindi, crede in te, dandoti anche la possibilità di sbagliare senza toglierti la sua fiducia.
Questa grande responsabilità non è in qualche modo opprimente?
Sicuramente siamo aiutati dal fatto di essere in otto e di operare in regime di democrazia: meriti e colpe sono distribuiti tra tutti, e quindi nessuno di noi porta sulle spalle da solo il fardello delle decisioni o è costretto comunque a tirare il carro per evitare che si fermi. Ammiriamo molto, ad esempio, uno come Ligabue, che riesce a reggere il peso delle proprie scelte senza esserne schiacciato.
Secondo voi, l’etichetta di “Inti-Illimani degli anni ‘90” vi si addice in qualche modo?
No, proprio no. La differenza è che noi siamo dei bei figli di papà che vivono nella bambagia e non hanno mai vissuto neppure alla lontana le loro traversie, per forza di cose siamo molto meno drammatici. Allo stesso modo, il nostro cantare di Don Chisciotte è in una dimensione molto diversa da quella, ad esempio, di un Sepulveda che ripercorre le sue esperienze di carcere: ci va di affrontare argomenti di spessore, ma non abbiamo la pretesa di attribuire alle nostre canzoni un valore superiore a quello che effettivamente hanno. In fondo restiamo un gruppo di trentenni di Modena, e ogni valutazione sul nostro operato va effettuata tenendo conto di questa realtà di base. Conoscendo questi scrittori siamo rimasti estremamente colpiti dalla facilità con la quale parlano di esperienze che avrebbero stroncato ciascuno di noi, ed è per questo che, come dicevamo prima, nelle loro bocche e nelle loro opere la retorica non suona, appunto, tale.
Inseguendo il mito c’è il rischio di attribuire un’importanza esagerata a cose che magari non la meritano. Come avviene la scelta dei miti da celebrare?
È un fatto istintivo, una scelta interiore. Alla fine l’Utopia ti aiuta a vivere meglio, serve a migliorarti e a fornirti stimoli ad agire. Il bello dell’Utopia sta più in ciò che ti dà mentre ti impegni per raggiungerla che non nell’eventuale raggiungimento dell’Utopia stessa. Si sa che un istante dopo la partenza da Macondo del treno della Mano Negra i fucili hanno ricominciato a sparare, ma quell’esperienza ha di sicuro lasciato un qualche tipo di segno sui musicisti, sulla gente e su tanti che pur non avendovi partecipato in alcun modo ne hanno sentito parlare e ne hanno fatto proprio lo spirito.
È in questo quadro, allora, che si inserisce Paddy Garcia, un personaggio che non mi risulta essere mai esistito.
Esatto. Paddy Garcia vuole essere il simbolo del Mito, un qualcosa di cui la gente ha bisogno per vivere nella ricerca di un futuro migliore. Abbiamo inventato questa figura di rivoluzionario prendendo spunto dalla tecnica del “realismo magico” di Garcia Marquez, che prevede la descrizione di avvenimenti fantastici come se fossero reali e viceversa. Il nome viene da un brano dei Pogues che è compreso nella colonna sonora di Straight To Hell, l’abbiamo utilizzato perché ci piaceva questa strana coesistenza di Irlanda e Messico.
Il ballo di Aureliano, invece, a cosa si ispira?
A una vicenda che ci ha molto colpiti, quella del sequestro di massa avvenuto in Perù: il fatto che l’azione incruenta di quel manipolo di combattenti, organizzata con la speranza di ottenere il sostegno del popolo e dei mezzi di informazione, sia finita in tragedia, fa riflettere sui possibili effetti collaterali del credere nell’Utopia. Tutto l’album è pervaso di sentimenti contrastanti, dall’entusiasmo allo scoramento fino alla pura e semplice descrizione dei fatti de Il ballo di Aureliano, dai quali ciascuno può trarre l’insegnamento che vuole.
Cuore blindato?
È l’eroe pensato in un momento di difesa, una difesa che diventa cattiveria così come in Lettera dal fronte la debolezza si traduce in lirismo. Dal punto di vista musicale ci sono dei riferimenti ai Mano Negra, che peraltro abbiamo conosciuto quando già si erano sciolti: fondamenta punk con bizzarre variazioni folk, disposte su binari paralleli. Tra l’altro l’idea generale dell’album è partita da Macondo Express, ispirato dal viaggio in Colombia di Manu Chao e compagni; il pezzo è stato abbozzato già all’epoca de La grande famiglia, e da lì è scaturitoi tutto il resto.
E l’ironia?
Ha sempre un suo posto, anche se in misura inferiore rispetto agli altri due album. In Terra e libertà un’ironia troppo esplicita sarebbe stata fuori luogo, e dunque abbiamo optato per un’ironia più sottile e filtrata attraverso la letteratura come quella de L’ultima mano o Danza infernale, o come quella strumentale di Marcia balcanica. Era comunque indispensabile, almeno per come la vediamo noi, che qua e là la tensione venisse alleggerita.
Parlando d’altro, cosa mi dite del libro legato al vostro viaggio nel Sahara?
A differenza del nuovo album non ha pretese letterarie, visto che si tratta di un diario di viaggio che ripercorre gli avvenimenti di quei giorni. Ci sono foto e commenti dei vari partecipanti alla spedizione e lo scopo è naturalmente quello di raccogliere fondi per i profughi Saharawi, una causa che noi continuiamo a sostenere con varie iniziative. Radio Tindouf, naturalmente, è il nostro ricordo di quella bellissima esperienza.
Il disco è ricco di riferimenti alla rivoluzione. Che significato ha questa parola per i Modena City Ramblers?
Al di là del modo in cui si estrinseca – drammatica, pacifica, sociale, politica – la vera rivoluzione comincia e finisce nel mondo interiore di ognuno. Forse è semplicemente riuscire a pensare con la propria testa, leggere tra le righe e andare oltre quello che si vede immediatamente davanti al naso. Avere una propria lettura e un proprio sistema di valori, nonostante tutto. Come dicevamo prima, però, queste considerazioni derivano dalla nostra situazione di giovani borghesi emiliani. Un povero contadino del Perù, non c’è dubbio, non ti darebbe la stessa risposta.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.275 del 30 settembre 1997

Annunci
Categorie: interviste | Tag: , | Lascia un commento

Navigazione articolo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: