Mark Lanegan Band

In via eccezionale, invece di una recensione del Mesozoico ne recupero una recente, recentissima. Lo faccio perché l‘avevo più o meno promesso all‘amico Giancarlo Turra, ma pure per un altro motivo: quando mi sono messo a scriverla, e come quasi sempre faccio ho dedicato un rapido ripasso ai due/tre album precedenti dello stesso autore, non mi sono trovato d‘accordo con… me stesso. Occupandomi di Blues Funeral su Extra avevo infatti lasciato trasparire un entusiasmo che è riaffiorato in misura minore al momento del riascolto. Il problema, ora, sarebbe capire se ad aver ragione – qualunque cosa significhi – fosse il Guglielmi di allora o sia il Guglielmi di oggi. Il prossimo lavoro potrebbe fornire un qualche tipo di risposta.

Lanegan copPhantom Radio (Heavenly)
Contando quest‘ultimo, gli album solistici messi in fila da Mark Lanegan dal 1990 in cui, quando era ancora il frontman degli Screaming Trees, pubblicò The Winding Sheet per il glorioso marchio Sub Pop, sono nove. Nemmeno tanti? Vero. La cifra, però, quasi si raddoppia se al conto si aggiungono i tre in sodalizio con Isobel Campbell, i due da cantante dei Soulsavers, quello con i Gutter Twins e quello cofirmato con Duke Garwood; e se poi si scava nelle infinite presenze come ospite, anche limitandosi alle principali (Twilight Singers, Queens Of The Stone Age), la faccenda assume tutta un‘altra fisionomia. Non a caso, vista pure la sostanziale omogeneità delle performance del cantante di Ellensburg, fra quanti si interessano di rock classico o “alternativo” ha cominciato a serpeggiare una certa insofferenza, riassumibile grossomodo nella locuzione “Mark Lanegan ha rotto i coglioni”.
A onor del vero, con Blues Funeral del 2012 il Nostro aveva proposto qualcosa di (relativamente) nuovo, inserendo qualche coloritura elettronica nella sua solita tavolozza all‘insegna delle ballate filo-blues tenebrose e ieratiche; apprezzabile lo sforzo e meno i risultati, benché il livello globale fosse comunque soddisfacente. Sulle stesse coordinate si assesta ora, in ogni senso, Phantom Radio, sempre prodotto da Alain Johannes: meno di quaranta minuti di musica per dieci brani contraddistinti dall‘inconfondibile, fascinosa voce profonda dell‘artista americano, ma troppo simili ad altri composti e interpretati in passato. Non è affatto escluso che eventuali novizi potrebbero ottenere dal suo ascolto inattese epifanie, o che i cultori lo riterranno comunque memorabile, ma chi si trovasse in una posizione mediana fra le due difficilmente si spellerà le mani dagli applausi. Il che non significa proprio che Mark Lanegan abbia rotto i coglioni… ma, insomma.
Tratto da Audio Review n.356 dell‘ottobre 2014

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Categorie: recensioni | Tag: , , | 2 commenti

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2 pensieri su “Mark Lanegan Band

  1. Massimo Parravicini

    I dischi sono il problema minore per quanto mi riguarda, è dal vivo che ha veramente “rotto”: visto tre volte, tre disastri…

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