Sonic Youth

Questo articolo di ventiquattro anni fa non affronta solo il tema Sonic Youth, ma costituisce una riflessione più ampia sul mercato discografico americano all‘epoca in cui la band newyorkese aveva pubblicato il suo Goo. È, insomma, una foto – se possa definirsi nitida, dopo tutta l‘acqua passata sotto i ponti, sta a voi dirlo – di un momento-chiave per il rock: di lì a neppure un anno sarebbe uscito Nevermind dei Nirvana e nulla sarebbe stato più lo stesso. Queste riflessioni in tempo reale funsero da capitolo introduttivo a un articolo più ampio e convenzionale, “giustificazione” della copertina che Velvet – la rivista che dirigevo in quei giorni – volle giustamente dedicare alla Gioventù Sonica.
Sonic Youth fotoSonic Youth fotoPer qualche dollaro in più
Fino a pochi anni orsono sarebbe stato assurdo anche solo ipotizzarlo: i Sonic Youth, alfieri del rock americano più “rumoroso” ed estremista, ingaggiati dalla potente Geffen, e per di più con un contratto che garantisce loro piena libertà espressiva. Fosse accaduto nel 1986 – quando il quartetto newyorkese, per inciso, vantava già una discografia piuttosto nutrita e una solidissima reputazione in ambito alternativo – la notizia avrebbe prodotto le stesse perplessità e i medesimi interrogativi all‘epoca suscitati dall‘ingaggio da parte della Warner Bros dei mai dimenticati Hüsker Dü. Oggi, invece, i tempi sono cambiati, e band tutt‘altro che “facili” trovano senza troppi problemi asilo alla corte delle multinazionali; il mercato “ufficiale” statunitense sembra dunque aver fatto pienamente sua la logica di quello inglese, che considera il sottobosco “indie” il serbatoio dal quale attingere in cerca dei talenti di domani e nel quale ributtare in fretta quanti non si rivelino abbastanza remunerativi.
Così, al fianco di nomi affermatissimi quali R.E.M. (che comunque, rispetto ad altri, sono avvantaggiati da un suono e un‘immagine tutto sommato convenzionali e accessibili) e Jane‘s Addiction, i cataloghi delle major continuano a infoltirsi di artisti dal passato underground più o meno glorioso, accomunati dalla devozione a generi musicali certo poco indicati per le masse; artisti abituati a non piegarsi a compromessi, che amano sguazzare nelle acque spesso torbide della contaminazione e dell‘oltraggio, o semplicemente del non-allineamento agli stereotipi del rock di consumo; artisti che hanno problemi – e ne creano, di conseguenza, ai loro danarosi pigmalioni – a ottenere airplay al di fuori del circuito delle college-radio, appoggi dalle riviste di grande tiratura, programmazione video; e che, viste le demenziali leggi sulla censura che da qualche anno a questa parte si sono scagliate contro ogni forma d‘espressione “ribelle”, si trovano a essere banditi dall’etere a causa delle loro liriche provocanti (e fin qui nulla di strano) e dai negozi per le immagini di copertina ritenute (ma da chi? e perché?) troppo crude, per non dire sovversive. Il braccio di ferro sostenuto dai Jane‘s Addiction per sfoggiare sulla confezione dei propri album le splendide e inquietanti sculture di Perry Farrell è realtà purtroppo ben nota, ma l‘apprendere che il disegno di Raymond Pettibon – uno stimato cartoonist, famoso nel music business per i suoi lavori con la SST – apparso sulla copertina di Goo dei Sonic Youth ha rischiato la “bocciatura” da parte della David Geffen Company in quanto la ragazza lì effigiata dichiara di avere ucciso i propri genitori fa nutrire seri dubbi sullo stato di salute mentale di questi patetici vigilantes della moralità. Andando avanti di questo passo, l‘alba del nuovo millennio sarà salutata con un bel rogo dei classici della tragedia greca. In ogni caso, l‘inversione di tendenza delle mega-compagnie nella valutazione del potenziale di vendita di personaggi “scomodi” è fatto ormai assodato; stupisce, è chiaro, che artisti di impostazione “classica” (o tradizionale che dir si voglia), in teoria più appetibili per il pubblico “generico”, siano costretti a rifugiarsi presso le indipendenti (gli esempi di Steve Wynn o Exene Cervenka parlano chiaro), ma è risaputo che ogni rivoluzione porta con sé qualche effetto collaterale negativo. E poi, anche se spesso i manager delle grandi label non sanno come trattare i propri “oggetti misteriosi”, una volta verificata l‘impossibilità di adottare per loro i canonici cliché promozionali, è innegabile che il fervore attorno alla scena “indie” e ai suoi rappresentanti più o meno dotati abbia favorito l”affermazione su più ampia scala di musiche a torto reputate prive di sbocchi commerciali, senza peraltro comportare inaridimenti di verve da parte dei loro artefici.
D‘accordo che Goo, il recente debutto di Thurston Moore, Lee Ranaldo, Kim Gordon e Steve Shelley per la Geffen, è sicuramente – lontano com‘è, a parte qualche sporadica deviazione in territori “minati”, sia dalle sperimentazioni dissonanti di Confusion Is Sex o Bad Moon Rising, sia dal roboante “wall of noise” chitarristico del monumentale doppio Daydream Nation, l‘album meno trasgressivo della produzione dell‘ensemble, ma è anche vero che il disco non ha affatto rinnegato le filosofie anomale, perverse e disturbantemente intriganti delle quali sono intrise tutte le opere della band dal 1982 ai giorni nostri. Si eviti, dunque, di interpretare il passaggio dal rock‘n‘roll compatto, abrasivo e lancinante di Daydream Nation a quello palesemente più scarno e pacato di Goo come un tentativo di accattivarsi maggiori simpatie, perché farlo significherebbe commettere un grossolano errore di valutazione. Goo, infatti, è probabilmente – grazie anche all‘imponente budget stanziato per le registrazioni, e nonostante le critiche rivolte dal gruppo al mixaggio di Ron Saint Germain – il lavoro più prossimo a ciò che i Sonic Youth avrebbero voluto realizzare una volta conquistate sufficienti garanzie tecniche ed economiche; in parole povere, una sintesi – impeccabile dal punto di vista sia compositivo che formale – di istinti primordiali e rigore quasi scientifico nello studio dello scibile rock‘n‘roll, di impatto fisico e cerebralità, di eversione e creazione. Dietro le avvolgenti melodie di molti dei suoi episodi, così innocue ad un ascolto disattento, si celano degenerazioni sonore di dirompente incisività, capaci di esplodere in fulminanti refrain (vedi l‘iniziale Dirty Boots), di affidare la propria inclinazione “terroristica” al testo (Tunic o Kool Thing, quest‘ultima caratterizzata da un inedito duetto fra Kim Gordon e Chuck D dei Public Enemy) e in generale – e questo avviene in tutti i brani meno irruenti, dai tre già citati fino a Disappearer e Titanium Expose – di diluirsi in elucubrazioni cliitarristiche ora quasi subliminali e ora del tutto incontenibili nel loro delirio “controllato” di note e rumori; il resto sono frammenti di rock ipnotico-minimale dove l‘attitudine punk si stempera in un caleidoscopio di atmosfere stralunate (Mary Christ, My Friend Goo, Mildred Pierre, Scooter And Jinx) o articolate litanie più (la splendida Mote) o meno (Cinderella‘s Big Score) ligie alle regole della canzone, a comporre un quadro poliedrico ed esuberante di rock post-atomico destinato a sopravvivere agli oltraggi del tempo e all‘avvicendarsi delle mode per proporsi alle generazioni future come esempio unico e inimitabile di intelligenza e stile.
Sono sempre grandi, i Sonic Youth, e la loro tournèe italiana – che si sarà da poco conclusa, a meno di rinvii, quando leggerete queste righe – avrà certo fornito ulteriori elementi di sostegno alla tesi. Quel marchietto sulla copertina e sull‘etichetta di Goo non soffocherà gli stimoli de1l‘ensemble e il suo innato desiderio di battere, con immutati entusiasmo e ispirazione, le vie di una ricerca musicale mai piegata al giogo della consuetudine. Il rock proiettato verso il Duemila, ne siamo certi, può fare ancora affidamento su di loro. Anche se nelle tasche avranno, forse, qualche dollaro in più.
Tratto da Velvet n.25 dell‘ottobre 1990

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Categorie: articoli | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Sonic Youth

  1. Massimo Parravicini

    Ed i concerti al Rolling Stone del 1990 e del 1992 fugarono ogni dubbio…

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