Quando uccisi Gianluca Picardi

Avviso a chi stesse cominciando la lettura: questo è un post altamente autoreferenziale e se vogliamo sciocco, per cui… se siete interessati solo a cose serie, passate oltre. Si tratta comunque di qualcosa di legato al mio vissuto professionale, che una volta riscoperto per puro caso mi ha fatto sorridere. Spiegazione doverosa. Per un periodo nemmeno tanto breve, dall‘aprile del 1996 al dicembre del 1998, ho utilizzato per la prima e unica volta uno pseudonimo. I miei articoli sul Mucchio erano infatti pubblicati, con sporadiche eccezioni, a firma Gianluca Picardi. Il perché è raccontato qui sotto, ovvero nella puntata della rubrica “Fuori dal Mucchio” – lo spazio dedicato all‘epoca agli artisti underground italiani, da me ideato e curato – in cui decisi di gettare la maschera e tornare a essere solo me stesso.
Picardi fotoCon quest’ultima doppia pagina dell’anno, mi ritiro: di mia spontanea volontà, e senza che nessuno abbia fatto qualcosa per provocare l’irrevocabile decisione, torno nello stesso nulla dal quale ero emerso nell’ormai lontano aprile del 1996. Perché? Potrei rispondervi che l’Enterprise e il suo equipaggio mi stanno aspettando per nuove missioni spaziali, ma probabilmente non mi credereste. Potrei confessare che mi sono stancato di dar retta alle fisime di tutti gli “emergenti autoprodotti esordienti sotterranei” d’Italia, ma non sarebbe vero. Potrei raccontarvi che mi è stato offerto un posto di lavoro meglio retribuito, ma mi riterreste un mercenario. Vi dico, invece, la verità: lascio rubrica e inserto perché non esisto. Cioé, non esisto come Gianluca Picardi: avevo assunto questa identità fittizia, ispirata dalla mia passione per Star Trek, un po’ per gioco ed un po’ per evitare “conflitti di firme” con Rumore, la rivista alla quale – con il mio vero nome, Federico Guglielmi – collaboro fin dal numero uno. Con il tempo, però, la faccenda mi è sfuggita di mano: pur essendo richiestissimo, Picardi non poteva infatti apparire in pubblico, né tantomeno (sarebbe stata una presa in giro, non trovate?) parlare al telefono con chicchessia; gli addetti ai lavori – responsabili di etichette, manager, artisti – prima o poi venivano informati o mangiavano la foglia (così come un certo numero di lettori), ma il dualismo quasi schizofrenico permaneva. Anzi, aumentava di giorno in giorno, dando luogo a situazioni anche buffe e/o imbarazzanti: vi immaginate il povero, incorporeo Picardi invitato a far parte di giurie di rassegne locali e nazionali, a intervenire a trasmissioni radiofoniche e televisive o a rispondere a domande sullo strano rapporto che lo legava al suo supervisore e coordinatore occulto Guglielmi (appunto), che rappresentava pubblicamente “Fuori dal Mucchio” pur non essendone una firma?
Insomma, non si poteva più andare avanti. E l’aver fissato il “passaggio di consegne” in questo numero del Mucchio è dovuto, oltre che a ragioni di calendario (“anno nuovo vita nuova”, mi pare si dica), al fatto che le festività natalizie sono il momento più adatto per ringraziare alcune persone, ricordarne (nel bene e nel male) altre e formulare piccoli auguri. Picardi mi ha chiesto questo favore ed io ho dovuto concederglielo: tutti i condannati a morte hanno diritto ad un ultimo desiderio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.333 del 22 dicembre 1998

Il recupero finisce qui, senza la conclusione originaria che, quasi sedici anni dopo, avrebbe poco senso. Accenno solo che ringraziavo il “mio” staff e un ex direttore per l‘apertura nei confronti del rock italiano, che bacchettavo Rossano Lo Mele – ai tempi collaboratore e oggi direttore di Rumore – per le impietose stroncature agli emergenti (non lo trovavo corretto, vista la sua militanza nei Perturbazione), lodavo John Vignola (che allora scriveva per Rockerilla; al Mucchio sarebbe approdato più avanti, quando spinsi l‘ex direttore di cui sopra a chiamarlo per portarlo da noi), stigmatizzavo che a Modena e Faenza si svolgessero, a pochi giorni di distanza, due rassegne dedicate agli indipendenti italiani (è successo persino questo) e facevo gli auguri – vista a posteriori, con risultati un po‘ scadenti – a due band che amavo molto, cioè Santa Sangre ed Elettrojoyce. Tutto qui, nulla di scandaloso né scandalistico. Se siete arrivati fin qui, scusatemi per avervi sottratto tempo prezioso con queste vecchie sciocchezze.

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Categorie: Uncategorized | Tag: | 6 commenti

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6 pensieri su “Quando uccisi Gianluca Picardi

  1. Gian Luigi Bona

    Addio a Gianluca Picardi dunque, del resto “All The Good Things…”.
    Mi ricordo, dopo aver letto il 1º articolo, di avere detto alla mia futura moglie: “Ma pensa te, questo si chiama come il mio Comandante preferito !” (Appena sotto c’è Benjamin Sisko, non sono mai stato un grande fans del grande Tiberius !)

  2. Country Boy

    Il mio comandante preferito è invece Lui, che se non può fare il presidente USA è solo per lo stesso motivo per il quale non lo può fare manco Schwarzy. Ma una imbecille speranza su Chuck Norris ogni tanto mi assale, e mi s’aggrottano le sopracciglia d’imbarazzo come a papà Reagan di fronte ad un dilemma professionalfamiliare… ed ecco che scatta un’altra imbecille speranza: Tom Selleck! Un piccolo dubbio: prima o poi posterò che ho l’Alzheimer, come fece 20 anni e 6 giorni fa (November 5, 1994) Ronald Reagan.

  3. backstreet70

    Ma Ronzani sapeva chi eri?
    Perchè una volta intervistai Mao e la rivoluzione e lui mi disse “Questa bisogna mandarla a Picardi” (non nel senso che fosse bella ma che tu ne dovessi decidere la pubblicazione o meno).
    Poi comunque l’intervista non ti fu mandata.

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