Iron Maiden

Nel 2005, il “mio” Mucchio Extra dedicò uno dei suoi dossier a schede dedicati ai cento album fondamentali di un fenomeno musicale all‘hard rock. Vi contribuii con svarite schede tra le quali questa dell‘esordio degli Iron Maiden, che ho amato moltissimo per il periodo in cui hanno avuto come frontman Paul Di’Anno. Li avevo scoperti a Londra nel 1980 assistendo a un loro concerto di spalla ai Judas Priest quando il primo singolo Running Free era appena arrivato nei negozi, e ne ero rimasto folgorato. Quasi trentacinque anni dopo, continuo a pensare che Iron Maiden e Killers siano straordinari.

Iron Maiden copIron Maiden (EMI)
Per gli integralisti dell’heavy-metal, e anche per molti fan, il disco degli Iron Maiden è The Number Of The Beast del 1982, primo dall’ingresso in organico di Bruce Dickinson e terzo nella produzione del quintetto londinese capitanato dal bassista Steve Harris. Almeno per quanto ci riguarda, senza voler sminuire la bellezza dei brani e le qualità del nuovo cantante, il capolavoro è però l’omonimo esordio, che edifica le fondamenta dello stile della Vergine di Ferro evidenziandone il singolare e intrigante carisma nel suonare hard-rock con approccio punk senza farsi trasportare dall’energia e dalla tendenza allo svacco.
Lo fanno con naturalezza e con perizia certo non comuni, gli Iron Maiden, allestendo potenti e ardite strutture ritmico-melodiche sulle quali Paul Di’Anno – un’autentica forza della natura – imbastisce performance vocali ruvidamente solenni; e benché a un’analisi attenta il disco si riveli un po’ acerbo, i suoi otto episodi vanno inseriti di diritto fra le pietre portanti della cosiddetta New Wave Of British Heavy Metal: dalle crude e travolgenti Prowler, Running Free, Charlotte The Harlot e Iron Maiden all’epica Phantom Of The Opera, dalle ballate Remember Tomorrow e Strange World alla marcia strumentale Transylvania, è tutto un fiorire di riff granitici, di stacchi fulminei e di aperture morbide che stemperano qua e là la tensione. Un anno più tardi il quasi altrettanto efficace Killers, con il nuovo chitarrista Adrian Smith e curato in studio dall’esperto Martin Birch, ribadirà il concetto con maggiore professionalità, ma senza riuscire a evitare l’effetto-fotocopia che penalizza molte seconde prove. Ancora dopo ci saranno altri Iron Maiden, per molti versi impeccabili ma via via più prevedibili oltre che troppo presi dal ruolo di superstar del metal, ma il big bang è in questi trentotto minuti di grande rock dove le tradizioni hard sposano l’urgenza di rinnovamento e di ritorno alla genuinità istillata dal ciclone punk.
Tratto da Mucchio Extra n.16 dell‘inverno 2005

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Categorie: recensioni | Tag: | 5 commenti

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5 pensieri su “Iron Maiden

  1. Sono d’ accordo sul fatto che The number of the beast sia il disco beach metal per antonomasia. Gli Irons con Di’ Anno erano però su un altro pianeta. Sono in disaccordo invece sul fatto che Killers sia solo un lavoro di conferma. Io lo trovo di gran lunga il più bello. Cattivo, veloce, senza un attimo di respiro, se si eccettua la parentesi di Tne Prodigal son. Giusto un break prima dei tre brani finali che sono letteralmente al cardiopalma!

  2. Heavy, non beach

  3. Fondamentalmente volevo dire che il secondo è nel complesso “fatto meglio”, ma vive sull‘idea di replicare – con maggiore esperienza e professionalità – le intuizioni del primo. Credo che sul mio giudizio pesi anche il fatto di averli vissuti in tempo reale: dopo la botta pazzesca e anche “innovativa” (non solo per Di’Anno) del debutto, “Killers” mi lasciò un pizzico di amaro in bocca perché mi aspettavo ancora di più. Però, davvero, si parla di due disconi, due pietre miliari. Come “Ace Of Spades” dei Motorhead o, per restare in ambito NWOBHM, quell‘altra meraviglia che è “Angel Witch”.

  4. argiasbolenfi

    Sto cercando di immaginarmi come dovrebbe essere il beach metal, forse una specie di versione hard dei Beach Boys? 🙂

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