Guns N‘Roses

Questo articolo del lontanissimo 1989 necessita di qualche spiegazione. Comincerei quindi dicendo che all‘epoca i Guns N’Roses mettevano d‘accordo più o meno tutte le categorie di appassionati. Oggi la cosa può sembrare bizzarra, ma andava così. Fu pertanto normale collocare Axl Rose sulla copertina di Velvet, la rivista che allora dirigevo e della quale ero in larga parte proprietario, per di più con l‘entusiastico consenso dell‘intero staff; una scelta dalla quale non sto prendendo le distanze, affatto, anche perché continuo a considerare Appetite For Destruction – il primo album del quintetto californiano, AD 1987 – uno splendido disco di rock‘n‘roll. Poi, certo, alcuni toni enfatici e la retorica ingenuotta del pezzo in questione mi fanno abbastanza tenerezza, ma non rinnego neppure quelli; allo stesso modo, non ne rinnego il taglio generale, perché nel mondo pre-Internet era “obbligatorio” approfondire i discorsi sui riferimenti e suggerire acquisti. Rispetto al testo originale, ho corretto alcune imprecisioni dovute agli errori nelle fonti anche ufficiali di un quarto di secolo fa, e mi sono divertito un mondo scoprendo verso la fine una bacchettata a non meglio identificati “scribacchini semianalfabeti”: proprio non ricordo con chi ce l‘avessi, ma ho qualche sospetto. Tutto chiaro? Bene, buona lettura.
Guns N RosesPrologo
Un eventuale viaggio a ritroso alla ricerca delle origini dei Guns N‘Roses ci porterebbe fatalmente al fiero cipiglio di Keith Richards, al ghigno beffardo di Mick Jagger, al caschetto di Brian Jones: sono stati loro, i Rolling Stones dei Sixties, i primi veri “profeti dell‘oltraggio”, i primi ad avere incarnato in un look, in un atteggiamento, in un sound, lo spirito ribelle di un‘intera generazione. Dichiaratamente contro l‘establishment eppure introdotti in esso al punto di potergli imporre la loro scomoda presenza cantando – in una società ben più puritana dell‘attuale – di sesso e droga, di abusi e sentimenti torbidi. E vendendo milioni di dischi, senza pretesa di essere altro se non se stessi, sempre in precario equilibrio davanti al baratro dell‘autodistruzione. Il Diavolo in antitesi alle troppe acquesante, al miraggio di una vita tranquilla, al sogno mai confessato di riuscire a nascondersi nella folla per sfuggire l‘obbligo di scegliere.
Oltre due decenni più tardi, sul lato opposto dell‘Atlantico, il rock di rottura ha finalmente trovato un nuovo, credibile simbolo: nuovi paladini, emersi dalle nebbie dell‘underground, in grado nel breve volgere di tre anni di raggiungere una popolarità sorprendentemente ampia. Non accadeva dall‘epoca degli Stones che una band così apertamente ingiuriosa arrivasse a cavalcare con pari autorità la tigre delle Charts, superando con nonchalance l‘ostacolo della censura di stampa, radio e TV… poi impotenti di fronte al dilagare del fenomeno, e dunque costrettr a ritornare sui propri passi. A ulteriore dimostrazione del fatto che i giovani d‘oltreoceano rifiutano in massa i rigurgiti falso-moralisti, gli improbabili puzzle costruiti con i frammenti dell‘american dream, le grottesche crociate dei predicatori del tubo catodico; e quindi esprimono la loro voglia di reagire appoggiando senza riserve cinque ragazzi di Los Angeles che, oltre all‘istinto iconoclasta, conoscono il segreto per infiammare gli animi con la vecchia ma tutt‘altro che obsoleta arma del rock‘n‘roll. È chiaro che, in questa sede, nessuno vuole affermare che i Guns N’Roses potranno avere nella storia della nostra musica un ruolo fondamentale come quello ricoperto dalle Pietre Rotolanti, ché W. Axl Rose e compagni devono ancora scrivere le loro Satisfaction o Paint It Black e devono ancora dimostrare al mondo di poter durare, assurgendo al rango di classico e non essendo invece nuovamente risucchiati nel gorgo del semi-anonimato. Ma le oltre sei milioni di copie vendute di Appetite For Destruction, con il successivo Lies avviato verso analoghi traguardi, sono certo un‘ottima base di partenza per una dissoluta congrega di musicisti da strada innamorati del whisky, dei piaceri della carne, delle polveri proibite, della vita spericolata.
I Guns N‘Roses non sono una band heavy-metal. Non sono burattini nelle mani di qualche astuto manager in caccia di rock‘n‘roll swindles, non sono poseur e non mangiano nemmeno i bambini. Forse (il condizionale, vista la loro sregolatezza in materia di rapporti con l‘altro sesso, è d‘obbligo) non si ammaleranno mai di AIDS, e magari moriranno di vecchiaia e non – come i media scandalistici proclamano con cadenza più o meno trimestrale – stroncati da una overdose o da altri “incidenti di percorso”. Sono, invece, una grandissima e dannata formazione di true rockers che ha trionfato nell‘ardua impresa di portare in vetta alle classifiche USA (per il resto del mondo è solo questione di tempo) un Verbo musicale negativo (almeno nell‘opinione dei benpensanti) capace di coinvolgere vastissime platee. Impresa, almeno a simili livelli, non riuscita né ai Doors né al punk, e nemmeno ad altri ensemble che, come vedremo più avanti, pur possedendo i mezzi hanno avuto il solo torto di non trovarsi al posto giusto nel giusto momento.

I padri storici
Degli Stones si è già detto, e non crediamo sia necessario approfondire. Sorvolando anche sulla presenza nel suono Guns N‘Roses, innegabile benché non preponderante, dell‘elemento Led Zeppelin, sarà invece utile sottolineare come il quintetto californiano denoti in maniera abbastanza netta la sua discendenza dai mitici Aerosmith, la più famosa e titolata band hard rock americana degli anni Settanta (assieme ai Kiss; ma questa è un‘altra storia). Anch‘essi figli naturali dei Rolling Stones, e artefici di un rock pesante e sanguigno dalle efficaci contaminazioni blues, gli Aerosmith del cantante Steve Tyler hanno raggiunto l‘apice della propria parabola creativa a metà seventies, quando con album quali Get Your Wings, Toys In The Attic e Rocks hanno raccolto unanimi consensi di critica e di cassetta; singoli del calibro di Dream On e Walk This Way, quest‘ultimo riportato in auge qualche anno orsono dai Run D.M.C., hanno reso immortale un gruppo che successivamente ha proseguito la sua carriera con risultati di alterno valore (doveroso citare almeno Permanent Vacation del 1987) ma continuando a costituire un imprescindibile punto di riferimento per migliaia di teenager che, per imitarne le gesta, hanno imbracciato le chitarre elettriche.
Chiuso il discorso dei riferimenti più espliciti, del resto ammessi dai componenti della band, c‘è ancora da dibattere per sommi capi a proposito di New York Dolls e Hanoi Rocks, due formazioni per parecchi versi affini ai Guns N‘Roses, che avrebbero avuto in tempi più o meno recenti tutte le carte in regola per imporsi ma che – complici la sfortuna, gli scarsi appoggi promozionali e soprattutto una situazione storica meno favorevole – si sono dovute accontentare di uno status di culto, amati da schiere di appassionati sostenitori, lodati da colleghi e addetti ai lavori ma mai completamente saliti alla ribalta. Ad accomunare i tre ensemble, oltre al sottile (beh, mica tanto sottile…) gusto della provocazione, del travestimento e dell‘eccesso, vi sono numerose componenti di non trascurabile rilevanza: la devozione per le chitarre crude e aggressive, pur nel rispetto di schemi comunque melodici; l‘aspetto perverso e degenerato, e una public image segnata da vicende spesso fin troppo enfatizzate per esigenze di realtà romanzesca; il ricorso a testi non proprio castigati; l‘enorme dinamismo on stage concentrato nelle figure di frontmen carismatici come pochi altri; la scelta di vivere pericolosamente, concedendo poco o nulla alla pianificazione e tutto all‘istinto. New York Dolls e Hanoi Rocks hanno pagato anzitempo lo scotto del loro approccio, disgregandosi proprio quando le cose, dopo lunga gavetta, sembravano star prendendo la giusta piega; ed è forse una sorta di velato romanticismo che ci porta oggi a sperare nei Guns N‘Roses come in coloro che vendicheranno gli affronti subiti da queste due eccellenti band: visto che per i padri non c’è più possibilità, che siano i loro virtuali rampolli a raccogliere i frutti ad essi negati. Non è forse vero, d‘altronde, che tutti vorremmo vedere la nostra progenie riuscire dove noi abbiamo fallito? Per quanto riguarda i New York Dolls, ai quali anche tutto il punk è debitore, procuratevi naturalmente New York Dolls (1973) e Too Much Too Soon (1974), autentiche pietre del rock‘n‘roll più infetto e abrasivo; dei finlandesi Hanoi Rocks, senza nulla voler togliere alla bellezza di ottimi LP di studio quali Self Destruction Blues, Back To Mystery City e il più famoso Two Steps From The Move, è assolutamente indispensabile il doppio dal vivo All Those Wasted Years (consigliato, è ovvio, anche l‘omonimo video, superbo manifesto della vitalità e del talento di Mike Monroe e soci). E oro, torniamo a puntare i riflettori sui Guns N‘Roses.

Lawyers, Guns And Money
Corre l‘anno del Signore (ehm…) 1985 quando un‘ennesima band comincia a muovere i primi passi nel circuito alternativo di Los Angeles, esibendosi in club storici quali il Roxy e il Troubadour: si chiama Guns N‘Roses, efficace gioco di parole basato sui nomi dei suoi due virtuali leader, Tracii Guns e Axl Rose, personaggi per i quali la pacifica convivenza, per questioni sia artistiche che caratteriali, si rivela quasi subito problematica; anzi, pressoché impossibile, al punto che il primo, stanco dei continui conflitti di ego, non esita a gettare alle ortiche il lavoro fin lì svolto e a rilanciare il suo vecchio gruppo L.A. Guns. A seguire le dimissioni, l‘ensemble assume l‘attuale assetto: W. Axl Rose e Izzy Stradlin, entrambi originari di Lafayette (Indiana), rispettivamente alla voce e alla chitarra; Duff McKagan, da Seattle, al basso; Steven Adler, nativo dell‘Ohio, alla batteria; Saul Hudson in arte Slash, ventenne inglese di Stoke On Trent emigrato negli States con tutta la famiglia, alla chitarra solista. Una squadra dalla perfetta intesa, cementata dalla vita comunitaria in un appartamento di Santa Monica Boulevard (significativamente battezzato “Hellhouse”), dotata di tecnica strumentale non stratosferica ma comunque adatta alla bisogna e caratterizzata da un look – del tutto naturale – di sicura presa. Una sorta di clan i cui membri sono quasi morbosamente legati fra loro, e non c‘è da stupirsi che Slash abbia tempo addietro dichiarato “quello che mi preoccupa maggiormente è che possa accadere qualcosa di brutto ad uno di noi, qualche dannato incidente o roba del genere, perché io non potrei continuare con questa band senza anche uno solo dei miei compagni”.
Fra arresti, polemiche, sbronze, stupefacenti e – per dirla con l‘Alex di Arancia meccanica – “dolce su e giù” in dosi massicce, la carriera dei Guns N‘Roses prosegue in attesa di una svolta fino al 1986. Le gesta di Axl e della sua gang, ormai una delle formazioni cittadine più chiacchierate, non sfuggono a Tom Zutaut, un lungimirante manager che, fiutando l‘affare, prima fa finanziare alla Geffen un 12“EP spacciato per autoprodotto – Live Like A Suicide, che raccoglie consensi soprattutto a livello locale esaurendo rapidamente la sua tiratura – e fa assumere l‘ensemble nella prestigiosa scuderia della major nonostante il generale scetticismo degli altri responsabili dell‘etichetta. Scetticismo che si dilegua però subito quando Appetite For Destruction, il primo LP diffuso sul mercato nel 1987, vende 600.000 copie in poche settimane nonostante il boicottaggio delle stazioni FM e di MTV, contrarie ad appoggiare un gruppo dalla reputazione così compromessa, oltretutto inadatto all‘airplay a causa dei testi sboccati (“i dirigenti della nostra casa discografica ebbero quasi un infarto quando si accorsero che in Appetite For Destruction la parola fuck era ripetuta circa venticinque volte”, ha ricordato un divertito Slash).
Sostenuto da eccellenti singoli quali Welcome To The Jungle (inizialmente poco considerato per i motivi sopra espressi, e poi divenuto addirittura tema del film The Dead Pool con Clint Eastwood) e soprattutto Sweet Child O‘ Mine, l‘a1bum consolida la sua posizione fra i mattatori della stagione 1988, raggiungendo in agosto la vetta delle charts; ad aiutarlo nell‘ascesa, oltre al mutato atteggiamento della critica e dei programmatori delle radio, contribuiscono i torridi show al fianco di acclamate star internazionali del calibro di Alice Cooper – del quale (e con il quale) i Guns N‘Roses riprenderanno Under My Wheels nella colonna sonora di The Decline Of Western Civilization Part II – The Metal Years, diretto da Penelope Spheeris – Cult, Motley Crue, Iron Maiden e Aerosmith. Lies, il 33 giri semi-antologico edito sul finire dello stesso anno è, se vogliamo, un tentativo di speculazione teso a sfruttare il favorevolissirno momento, ma è anche un utile mezzo per recuperare le selvagge incisioni di Live Like A Suicide e per dimostrare, attraverso quattro nuovi brani elettroacustici costruiti secondo gli schemi della ballata, quanto sia errato voler per forza inserire la band califomiana fra i meta1lari. Un modo riuscito, dunque, per prendere definitivamente le distanze dal giro heavy e – perché no? – anche dagli odiati Poison, partiti assieme ai Roses e, a detta di questi ultimi, reidi averli plagiati in gran parte delle loro intuizioni musicali ed estetiche (“I Poison sono solo poseur, rappresentano tutto ciò che noi non possiamo soffrire in un gruppo rock. Tempo fa CC De Ville, il loro chitarrista, iniziò a salire sul palco con un cappello a cilindro: beh, non voglio dire di essere stato il primo rocker della storia a indossarne uno, ma sono sicuro che CC non sapesse neppure come era fatto un cappello a cilindro finché non ne ha visto uno sulla mia testa. Una sera l‘ho incontrato al Rainbow e con la massima tranquillità gli ho detto che se lo avesse portato ancora una volta gli avrei sparato. Si è spaventato a morte, e pensare che io non posseggo una pistola”.
Una storia già sentita, anche se da altre voci e con diverse cause di tensione fra le parti. Una storia vecchia come il rock‘n‘roll, come questo rock‘n‘roll che inaspettatamente ci ha regalato altri messia proprio quando parecchi musicologi malati di sensazionalismo ne stanno decretando la morte. I Guns N‘Roses non hanno finora inventato nulla di radicalmente innovativo ed è probabile che non lo faranno nemmeno nel prossimo, attesissimo album, per il quale sono già state composte tutte le canzoni; con la loro irruenza stradaiola, in ogni modo, sono riusciti a scavare una traccia profonda nell‘America rock di questo ultimo scorcio di Eighties, accordando mirabilmente – e non è davvero fatto trascurabile – le esigenze della spontaneità e della ribellione con quelle certo meno poetiche (ma imprescindibili, nell‘era del consumismo) del commercio. Forse cantare “fuck” venticinque volte in un disco è un modo un po‘ infantile di esorcizzare la propria rabbia da emarginazione metropolitana, ma convincere ad acquistarlo sei milioni e mezzo di loro connazionali – per non parlare del resto del pianeta – è difficile almeno quanto persuadere il sottoscritto dell‘intelligenza di certi scribacchini semianalfabeti per i quali i Guns N‘Roses vanno valutati alla stregua di George Michael solo perché ugualmente amati dalle masse. Che la festa continui, quindi. E che sia per quindici, cinque o solo un album non deve importare più di tanto. Altri fucili si caricheranno e altre rose cresceranno, rigogliose, a compensare eventuali defezioni.

Guns N Records
Ripulita del non-indispensabile (singoli, mix e produzione illegale), la discografia dei Guns N‘Roses non è per il momento tanto vasta e articolata da disorientare chi volesse accostarvisi per la prima volta; a ben vedere, si tratta di tre soli lavori, ma effettuare tra essi ulteriori selezioni è tutt‘altro che semplice.
Live Like A Suicide (1986). Pubblicato in 10.000 copie con il marchio Uzi Suicide, e spacciato come disco dal vivo sebbene le registrazioni siano state effettuate in studio, Live Like A Suicide raccoglie quattro brani che mettono perfettamente in luce le due principali tendenze espressive del gruppo: da un lato il rock‘n‘roll sporco, tirato e graffiante (Reckless Life e la cover di Nice Boys dei Rose Tattoo) e dall‘altro un sound meno convulso e frenetico, di più classica scuola hard (Move To The City e l‘altra rilettura, Mama Kin dei maestri Aerosmith). Quattordici minuti di street-rock ad alto tasso adrenalinico, espresso in forma forse un po‘ grezza e ingenua ma sufficiente a catalizzare l‘attenzione di pubblico e giornalisti di settore. Esaurito in un batter d‘occhio e conteso a suon di dollari sul mercato dei collezionisti, è stato provvidenzialmente recuperato in Lies.
Appetite For Destruction (1987). È il primo, fortunato frutto dell‘accordo con la Geffen ed è un album hard rock di eccezionale apertura musicale e di ragguardevole livello qualitativo; perfetto amalgama di potenza, durezza e armonia, Appetite For Destruction allinea dodici episodi che evitano chiché stantii e offrono invece un eloquente saggio dell‘abilità della formazione nel destreggiarsi fra trame sonore variegate e di ampio respiro. Anche se i brani crudi e rabbiosi sono in netta maggioranza (Nightrain, Out Ta Get Me, You‘re Crazy e pure Think About You, Anything Goes, Rocket Queen – a dir poco splendida – e il singolo Welcome To The Jungle, mediamente meno abrasivi), il disco non risulta mai ripetitivo e prevedibile, grazie alla lirica intensità di My Michelle e Sweet Child O‘ Mine (45 giri di enorme successo), alla ipnotica bizzarrie di It‘s So Easy, all‘ambiguità di Paradise City, all‘autorevolezza di Mr. Brownstone.
Guns N‘Roses EP (1988). Diffuso sul mercato giapponese, è un mini-LP dal contenuto estremamente valido; oltre a Sweet Child O‘ Mine (da Appetite For Destruction) e Move To The City (la stessa di Live Like A Suicide), Guns N‘Roses EP contiene ben quattro pezzi live, tutti irreperibili a livello di 33 giri: una bella versione di It‘s So Easy, una Shadow Of Your Love risalente al periodo de1l‘EP di debutto e le bellissime interpretazioni di Knocking On Heaven‘s Door (Dylan: chi altri, se no?) e Whole Lotta Rosie (AC/DC).
Lies (1988). Di Live Like A Suicide, che occupa la prima facciata, si è già detto. Sul retro, invece, i Guns N‘Roses si cimentano in costruzioni semiacustiche quantomai convincenti, sorprendendo con la verve canora del camaleontico Axl e con il fascino di pezzi pacati ma vibranti quali Patience, Used To Love Her, One In A Million (un classico!) e You‘re Crazy, quest‘ultima diversissima da quella muscolarmente elettrica inclusa in Appetite For Destruction.
Tratto da Velvet n.9 del giugno 1989

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