Blood Brothers

Sarà capitato anche a voi, oltre che di avere una musica in testa, di dimenticarvi totalmente di gruppi/solisti che pure avete apprezzato. A me è successo, ad esempio con i Blood Brothers, ma ho un‘attenuante: dopo il disco qui recensito, la band si è sciolta. Di sicuro lo sapevo da prima, ma l‘avevo rimosso. Ho invece appreso ora che Young Machetes – del quale esiste anche una versione della Epitaph in formato doppio CD, q quindi con un sacco di materiale in più – non è il titolo più apprezzato dai fan dell‘ensemble americano, che gli preferiscono – benché di poco – i precedenti Crimes (2004) e Burn, Piano Island, Burn (2003); questioni, comunque, di lana caprina, perché l‘album – al quale all‘epoca assegnai tre X su cinque – è un gran bel massacro.

Blood Brothers copYoung Machetes (V2)
Difficile immaginare nuove frontiere per il rock’n’roll “estremo”, visto come da un buon quarto di secolo migliaia di band si impegnino a spingere oltre il punto di non ritorno della velocità, della distorsione e della ferocia: il peccato, però, è che in molti casi tale sforzo sia fine a se stesso, mirato volontariamente o meno a un impatto estetico o fisico che corrompe l’idea convenzionale di canzone e diventa spesso ripetitivo e faticoso all’ascolto. Roba da adepti, insomma, da discepoli di un culto che non è nemmeno compatto ma che, al contrario, è frazionato in tante parrocchie, da quelle frequentatissime di derivazione hardcore e metal a quelle più occulte e ancor più degeneri nelle quali non è raro rilevare caratteristiche da autentica setta.
Di questo approccio brutale e inevitabilmente elitario, i Blood Brothers da Seattle sono certo esponenti autorevoli, ma classificandoli alla voce “rumorosi fracassoni per un pubblico di deviati” si commetterebbe un grave errore di valutazione. Se le apparenze dicono di un caos elettrico reso ancor più straniante dall’acidità canora, un’analisi appena più attenta rivela invece un gruppo dotato non solo di qualità non comuni, ma anche di una sua brillante e personale visione della musica: una visione che per fortuna ha sempre sfuggito la sclerosi per assecondare un dinamismo – in senso evolutivo – che in questo quinto album in dieci anni di onorata carriera ha trovato la sua sintesi più policroma ed efficace… nonché “godibile” per chiunque sia predisposto, condicio sine qua non, a una discesa negli Inferi del r’n’r più lancinante e caustico. Al di là del furore che li pervade, dell’imprevedibilibità di schemi e stacchi, della varietà di un assetto strumentale nel quale convivono chitarre, sezione ritmica, tastiere e laptop, della vena psycho-barricadera dei testi, dei titoli atipici e spiazzanti, della ricerca di un linguaggio a tinte forti che a tratti (accade ad esempio in Camouflage, Camouflage o Spit Shine Your Black Clouds) conosce persino momenti di rilassatezza melodica, i quindici brani di Young Machetes esaltano infatti l’accresciuta maturità di un crossover davvero totale, un art-punk dove noise e sperimentazione, hard(core) e glam, funk e gothic, pop e attitudine “progressive” trovano fantasiosi, avventurosi punti di incontro/scontro (un bel bignamino è nei quasi sei minuti della conclusiva Giant Swan). Il tutto in una chiave rigorosamente mutante, ben marchiata e caratterizzata dall’uso di due voci complementari, il cui baricentro fluttua da qualche parte tra Mars Volta, Jane’s Addiction e Locust. Rifiuti tossici, maneggiare con cura.
Tratto da Mucchio Extra n.25 della primavera 2007

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