Jane‘s Addiction

Nell‘estate 1990, con il terzo album Ritual de lo habitual ancora fresco di stampa, dedicammo ai Jane‘s Addiction una copertina di Velvet. All‘interno c’erano un‘intervista (non mia) e questo articolino introduttivo che da ogni sillaba trasudava entusiasmo. Non lo rinnego affatto, dato che il quartetto californiano rimane a mio avviso una delle massime meraviglie di quel periodo e una meraviglia in assoluto, ma con il senno di poi non posso non sottolineare che di lì a breve la band si sarebbe sciolta e che, a dispetto di quanto sarebbe stato lecito pensare, dopo la separazione nessuno dei suoi componenti ha realizzato musica altrettanto rilevante. Rispetto a quanto da me scritto, invece, devo benedire il fatto di non aver mai fatto uso di droghe: non fosse stato così, rileggendolo adesso, mi starei scervellando per cercare di ricordarmi quali sostanze avessi assunto, allo scopo di regalarmi un altro magnifico trip.
Jane's Addiction fotoAmmettiamolo: nessuna persona dotata di buon senso avrebbe preteso dal terzo album dei Jane‘s Addiction nuove e sconvolgenti rivelazioni sonore all’insegna del rock‘n‘roll contaminato: troppo felice, e troppo ancora aperta a ulteriori, interessanti prospettive di sviluppo era stata la formula del precedente Nothing‘s Shocking, logica evoluzione dell‘acerbo, omonimo lavoro di debutto. E nessuno, nemmeno il più ottimista dei fan, avrebbe probabilmente scommesso su un disco dotato del medesimo, shockante impatto dell‘opera di due anni orsono: certe cose, è risaputo, colpiscono anche per la loro diversità, per il loro eludere le norme del “già sentito”, e una replica, per quanto riuscita, può migliorare la forma ma difficilmente riesce a superare l‘originale sul piano delle sostanza.
Proprio la personalità stilistica era stata l‘arma vincente dei Jane‘s Addiction di Nothing‘s Shocking, abili e creativi come nessun altro nel mescolare intuizioni e tendenze in un sound “di frontiera” figlio dell‘hard e dell‘art rock; un sound, come attestato da una impressionante serie di geniali composizioni, scaturito da bizzarre alchimie, da copule incestuose, da allucinate operazioni di taglia. e cuci sul tessuto di una musica che fin dai suoi primi vagiti trae linfa vitale dal continuo coagularsi, al suo interno, di elementi “riciclati” dalle più diverse radici. Perry Farrell (voce), David Navarro (chitarra), Eric A. (basso) e Stephen Perkins (batteria) hanno fatto confluire, in un‘uniea infernale/celestiale mistura, la pesantezza dell‘hard dei Seventies e l‘irruenza del punk, la cerebralità di certe sperimentazioni californiane – non dimentichiamo la militanza di Perry e Eric negli Psi-Com, ensemble fra i meno conosciuti e più dotati dell’intero panorama “trance” di Los Angeles – e l‘attitudine raffinata del miglior progressive, l‘inclinazione all‘estasi lisergica e l‘innata capacità di far cantare le note in linguaggi comunque melodici, la forza abrasiva del noise e l‘aspra solennità delle nenie tribali. L‘hanno fatto dosando sapientemente devozione e dissacrazione, sfruttando al meglio – in senso promozionale, è chiaro – la loro propensione al1‘oltraggio visivo e verbale e la loro natura di selvagge belve da palcoscenico; l‘hanno fatto rifiutando compromessi di qualsivoglia genere, e imponendo alla onnipotente Warner Bros l‘autonomia delle scelte artistiche, strategiche, persino grafiche (e su quest‘ultimo punto l‘aneddotica è piuttosto ampia: basti pensare all‘autentica battaglia sostenuta dalla band – ripetutasi puntualmente anche con Ritual de lo habitual – per potere utilizzare in copertina le stravaganti/conturbanti sculture dell‘eclettico Farrell); l‘hanno fatto con coraggio e consapevolezza dei propri mezzi, rifiutando di uniformarsi a un canone e stabilendo, anzi, i dettami di un canone nuovo, forse di ardua comprensione ma anche di enorme espressività che sono già in molti a tentare – in verità, senza esiti particolarmente positivi – di apprendere e ricalcare. I Jane‘s Addiction non possono essere confusi con altri che sguazzano nel ribollente calderone del nuovo hard-rock, perché l‘hard-rock non è che una delle componenti del loro inimitabile stile; e, a differenza di Soundgarden o Mudhoney, che si rifanno a modelli ben precisi, i quattro di Los Angeles amano confondere le carte e mostrare i loro mille diversi volti. Rimanendo, in ogni circostanza, paragonabili soltanto a loro stessi.
Nothing‘s Shocking era un album variegato e policromo, ricco di brani strepitosi, di fantasia e di entusiasmo; Ritual de lo habitual ha magari smarrito un‘oncia dell‘originaria freschezza Jane‘s Addiction, ma ha mantenuto pressoché inalterato – spesso, addirittura, incrementandolo – il fascino di una proposta musicale priva di termini di paragone. Pur “sconvolgendo” meno dell‘illustre predecessore, coglie nel segno con il suo sensibile ampliamento di prospettive, pur nel rispetto di un modulo ormai delineato e stabile (chissà, però, per quanto ancora) nelle sue linee essenziali: come non sottolineare l`importanza di un autentico caleidoscopio sonoro quale Three Days, mirabile esempio di progressive-trance-art-hard rock da sogno che d‘incanto fa piazza pulita di ogni pregiudizio sulla presunta impossibilità di rielaborare in modo valido e stimolante il cosiddetto A.O.R. americano? Come non soffermarsi, rapiti nei sensi, di fronte a Of Course, eccentrico e fantasioso mantra esotico-dissonante? Come non lodare la radicale, sprezzante decisione della band di evitare qualsiasi flirt con il suono “di consumo” e di pubblicare parallelamente, come singolo, una canzone “da ballo” (sentite, e poi riferiteci) come Been Caught Stealing? I Jane‘s Addiction sono i geni del moderno rock statunitense, e al momento non hanno alcuna possibilità di divenire qualcosa di più della più grande cult-band in circolazione: troppo estremisti, troppo stralunati, troppo lontani dal “comune” per incontrare il consenso delle masse. Sicuramente, se qualcosa non interverrà a farli divergere dalla retta via, decideranno di dedicarsi a nuovi, astrusi progetti una volta terminata la loro occulta missione di alfieri della contaminazione in questa terra sempre troppo ligia allo stereotipo. Ritual de lo habitual, tutto fuorché un disco consueto, è la nuova opportunità che ci viene offerta di credere ancora in un rock‘n‘roll proteso verso luminosi orizzonti. E Perry Farrell è lo sciamano che ci guida nel cammino.
Tratto da Velvet n.24 del settembre 1990

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Categorie: articoli | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Jane‘s Addiction

  1. Andrea

    Finalmente ho la possibilità di leggere un BEL articolo sui JA!! grazie milleeee!!!
    Ma perchè in rete si trova così poco su questo gruppo??peccato…

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