The Seers

Con solo due album pubblicati fra il 1990 e il 1992, i Seers – da Bristol – sono stati poco più di una meteora. All‘epoca, però, mi piacevano tantissimo e ancora oggi, riascoltati per una valutazione a posteriori, mi sembrano un signor gruppo. Recupero dunque con piacere questa vivacissima intervista realizzata in occasione di un concerto romano – Uonna Club, 2 maggio 1990 – assieme all‘amico Peter Sarram… che, infatti, la cofirmò su Velvet, la rivista che al tempo dirigevo.
Seers fotoSemplicemente, la migliore rock‘n‘roll band che la scena britannica abbia partorito negli ultimi cinque anni (ci perdonino, in ordine alfabetico, Birdhouse, Birdland, Crazyhead e Hypnotics): questo, più o meno, il lapidario commento provocato da ripetuti e attenti ascolti di Psych Out, lo splendido album di debutto del quartetto di Bristol recensito alcuni mesi orsono anche sulle nostre pagine. Per confermare definitivamente il giudizio, però, la prova del vinile non era sufficiente: ne era necessaria una seconda, quella del live, così spesso impietosa nel ridimensionare tanti gruppi (soprattutto inglesi, in verità) che le realizzazioni di studio avevano fatto immaginare capaci di chissà quali meraviglie. Beh, sul palco i Seers sono fantastici. Più che su disco. Sono energici ai limiti della brutalità, dinamici ai limiti della frenesia, trascinanti ai limiti del collasso. E il tanto temuto esame, per una volta, si è risolto con un 110 e lode, senza dimenticare il bacio accademico. Nel loro concerto romano – peraltro analogo, secondo i nostri informatori, agli altri quattro che l`ensemble ha tenuto in Italia all’inizio di maggio – i Seers hanno aperto alla grande con Lightning Strikes, loro primo cavallo di battaglia e gemma più luminosa del loro sfavillante repertorio, per poi sciorinare a raffica altri capolavori del calibro di Welcome To Dead Town, Rub Me Out, Fly Away, Sun Is In The Sky e Freedom Trip e terminare il primo bis con una torrida versione di Magic Potion degli Open Mind. Compattezza, rabbia e melodia, con l‘infaticabile Steve “Spider” Croom – biondo e altissimo frontman – a dirigere uno show di quelli che non si dimenticano. Ed è stato lo stesso Spider a rivelare, al microfono di “Velvet”, i segreti dei suoi Seers. Segreti che non sono certo rivelazioni straordinarie, ma solo flash di una storia e una carriera vissute con il fuoco nelle vene. E soprattutto con l‘entusiasmo di chi non sa dove andrà a finire, ma cammina. Anzi, corre. Nel caso dei Seers, più veloce del vento.
Quali sono le ragioni del cattivo feeling dei Seers con le etichette? Ogni vostro disco è stato pubblicato da una label diversa…
Il nostro primo contratto, quello con la Rough Trade, era soltanto per un singolo; dopo la sua uscita quelli della Hedd, un sottomarchio della Virgin, ci hanno dato un sacco di soldi come anticipo per firmare con loro. Lo abbiamo fatto, e ci e sembrato normale utilizzare quei soldi per realizzare un altro 12 pollici, Freedom Trip, che è uscito per la nostra etichetta personale, la Skullfuck. Poi e arrivato Sun Is In The Sky e sono cominciati i problemi: non posso dirvi molto perché temo di essere querelato, ma quella è gente di merda, sono dei grandissimi teste di cazzo (e meno male che aveva paura di essere querelato! NdI). Ci abbiamo messo un anno per farci restituire i master dell’album, il disco era già pronto, o quasi, diciotto mesi fa.
In effetti, per vedere Psych Out nei negozi c‘è voluto un bel po‘ di tempo.
Un numero fottutamente alto di mesi. Ci hanno chiesto dei soldi in cambio dei nastri, quando erano loro a essere in debito nei nostri confronti. Per farla breve, ma solo perché proprio non ne potevamo più, gli abbiamo detto “tenetevi i vostri maledetti soldi, anzi, eccovene qua un po‘ dei nostri, ma dateci subito i master”. E così è stato.
E a questo punto è entrata in gioco la Cherry Red.
A essere sinceri, la Cherry Red ci tempestava di telefonate gia da parecchio, e all‘epoca dell‘accordo con la Hedd eravamo in contatto anche con alcune major; queste ultime, però, ci dicevano che la situazione con la Hedd era troppo difficile perché loro potessero offrirci un accordo. I discografici sono tutti uguali: sono in fila per aiutarti quando le cose vanno per il verso giusto, ma al primo problema spariscono di circolazione.
Infatti si era convinti che il vostro debutto a 33 giri avrebbe visto la luce sollo l‘egida di una major.
Già, ma sapete una cosa? Ora che tutto sta di nuovo funzionando perfettamente, quegli idioti hanno ricominciato a farsi vivi. Divertente, no?
Qual è la storia dietro Lightning Strikes? Sappiamo che quel singolo ha creato un gran polverone…
Il nostro esordio doveva essere un 12 pollici con Graveyard Of Love come lato A e Don”t Get Hit e Lightning Strikes come retri; quest‘ultima era stata composta solo un paio di settimane prima, ma alla Rough Trade è piaciuta talmente tanto che ci hanno suggerito di usarla come facciata A. Noi abbiamo accettato, ma non ci aspettavamo davvero il casino che ne è seguito, in fondo si trattava solo di una canzone. Eravamo in studio a registrare dei demo, e abbiamo cominciato a ricevere telefonate in cui ci si chiedeva se stessimo facendo apologia della violenza: io rispondovo molto educatamente di no, che il brano era contro la violenza e le armi da fuoco, ma alla quinta telefonata ne avevo le palle piene. Era il Sun, e tanto per sfizio gli ho urlato: “Sì, e vero, ci piace mangiare i bambini e violentare le vostre madri. Siete tutti dei bastardi, andate a farvi fottere!“ ll giorno dopo è scoppiato il caos.
Ma perchè tutto questo interesse per Lightning Strikes?
Il pezzo parla di una cittadina inglese chiamata Hungerford. Un tale che ci abitava, in trip con il Vietnam e con le armi, un giorno è impazzito: ha preso una pistola, ha ucciso diciotto persone, si è nascosto in una scuola e mentre la polizia lo stava circondando si è sparato in bocca. Se si verificasse una cosa del genere in un paesino italiano, e una band ci scrivesse una canzone, farebbe scalpore.
Non pensiamo proprio, a nessuno importerebbe nulla.
Beh, comunque da noi l‘ha fatto. Anche perché era la prima volta che una cosa simile succedeva in Inghilterra. Pensate che a Reading, la città più vicina a Hungerford, non vendono i nostri dischi.
In definitiva, la canzone è un‘accusa alle leggi sul porto d‘armi in Inghilterra. Non è così?
Esatto. Non proviamo alcuna sintonia nei confronti del killer, anche se possiamo essere intrigati dai suoi moventi. Lightning Strikes, comunque, prende chiaramente posizione contro la violenza: abbiamo inviato il testo a un consigliere locale che aveva presentato un‘interrogazione contro di noi chiamandoci “malati, depravati, rifiuti, schifosi“, e lui ci ha risposto con una lettera di scuse ammettendo di essersi sbagliato.
Avete questa immagine di fun fun fun band, ma i temi dei testi sono piuttosto impegnati.
Le nostre liriche – le scrivo io – hanno a che fare con cose che mi toccano in qualche modo, o che mi sono accadute. Però dal vivo ci divertiamo e vogliamo divertire, questo è l‘importante.
Ma non pensi che questo tolga efficacia al “messaggio”?
Il messaggio non è niente di troppo profondo, non è tipo “siediti e ascolta attentamente”. Non è nel nostro stile. Parliamo semplicemente di cose che ci colpiscono o che ci interessano, ma pensiamo sia sbagliato mischiare la “vera” politica con la musica. La musica serve a lasciarsi andare e a divertire, è questo che conta.
Si può dire che il vostro approccio con il rock‘n‘roll, la vostra visione, sia più americana che britannica?
Forse sì. Magari perché ascoltiamo più musica americana, visto che in da noi non c`è molto. Insomma, i Wonderstuff sono OK, ma non mi sentirei di definirli una nostra influenza: siamo stati ispirati per lo più da artisti americani, oltre che dai Rolling Stones.
Però anche gli Stones venivano dal rhythm‘n’b1ues, che è un fenomeno americano.
Esatto, il rhythm‘n’blues era la loro musica americana. Pura emozione. Loro prendevano spunto da lì, e noi lo abbiamo preso da loro, così come le band americane che ci piacciono. È una questione un po‘ incasinata.
Non arrabbiarti, ma conoscendoti di persona sembra emergere anche una componente strana, qualcosa che ha a che fare con gli hippy.
Può darsi. Quelle sono le droghe, ne abbiamo combinate tante in passato. Ora, almeno per quel che mi riguarda, non posso nemmeno farmi una canna perché soffro d‘asma.
Il nome della vostra label è Skullfuck. Sai che Live/Dead dei Grateful Dead doveva intitolarsi così?
Sì, me l‘hanno detto, ma solo dopo che io e Leigh, uno dei chitarristi, avevamo aperto un club con quel nome. È durato solo una notte, ed è stato chiuso: c‘era gente che rubava le bevande, e tanti avevano portato i loro cani. Dentro c‘erano più cani che persone, e così ci hanno buttato fuori. Quando si è trattato di battezzare l‘etichetta , però, non abbiamo avuto problemi. I Grateful Dead non c‘entrano nulla, pensate che i Darling Buds hanno chiamato il loro fanclub “The Skullfuck Crew”.
E i Walking Seeds hanno chiamato Skullfuck un loro album.
Sì, ma loro qualche contatto con i Dead ce 1‘hanno!
Cambiando discorso, come vedi questa ondata di remix e questi strani connubi fra rock, pop e dance? Prima gli Stone Roses, ora addirittura i Primal Scream.
Se si fa come gli Stone Roses con Fool‘s Gold, o come fanno brillantemente gli Happy Mondays, è tutto OK, ma nel caso dei Primal Scream qualcosa non mi quadra. Nelle loro interviste dicono di essere una rock‘n‘roll band e di non avere intenzione di mischiarsi con la dance, e poi fanno uscire Loaded. Anche se il risultato non è malvagio, loro sono degli stronzi falsi, e Bobby Gillespie sembra un completo idiota. Glielo diremo al nostro prossimo incontro.
Ma i Seers, in definitiva, pubblicherebbero mai un singolo “dance”?
La nostra Psych Out, al momento ancora inedita, può vagamente essere considerata tale. Noi, però, non ci siamo mai dichiarati contrari a queste cose, l‘importante è essere coerenti e onesti: Psych Out sarà piena di chitarroni pur avendo un‘impostazione da ballo, non faremo mai un disco dance convenzionale.
Per quello che possono contare le definizioni, vi considerate più pop o più r‘n‘r?
Siamo un po‘ sul confine fra le due cose: metà pop e metà rock‘n‘roll, ed è un bene perché così non ci ghettizziamo e possiamo avere un pubblico più vasto, di crossover. Ho notato, comunque, che qui in Italia abbiamo un‘audience prevalentemente rock.
Da noi abbiamo una diversa concezione del pop: George Michael è pop, mentre gli Stone Roses, che oltremanica sono il prototipo della pop-band, sono reputali rock.
Sì, da noi i parametri sono diversi. Se vai a vedere gli Stone Roses ti piace il pop. Anzi, ti piace la merda…
Cosa pensi della scena di Manchester: durerà, o è solo una delle tante mode passeggere?
Credo si tratti di uno dei tanti hype, anche se gli Happy Mondays sono una grande band e resteranno in giro ancora per molto. E così anche gli Stone Roses. Le altre, però, spariranno dalla circolazione: non dimenticare che i primi sono attivi da sette anni e i secondi almeno da quattro, non mi pare il caso di parlare di mode passeggere.
E cosa staranno facendo, i Seers, fra cinque anni?
Saremo qui in Italia come ora, a mangiare una pizza e bere del buon vino. Vogliamo continuare finché non stramazzeremo su un palco, o almeno finché non avremo suonato per tutta la gente del mondo. Non fa nulla se non suoniamo per tutti insieme, ma prima o poi tutti devono capitare a un concerto dei Seers e dire “yeah!”. Non importa se ci vorrà un anno, o dieci, oppure venti.
Come intendete conquistare gli Stati Uniti? Ci siete già andati?
Non ancora, ma contiamo di farlo entro la fine di quest‘anno. Nel frattempo il disco sta avendo parecchio airplay nelle college-radio, e a giugno sarà anche pubblicato dalla Relativity.
Siete piuttosto giovani, e dunque all’epoca dell‘esplosione del punk eravate ragazzini, per non dire bambini. Nella vostra musica, però, e chiaramente avvertibile la sua influenza, non credi? Cosa vi ha insegnato un movimento che avete vissuto solo di striscio?
Anche se eravamo molto piccoli – nel ‘79 io avevo nove anni e il nostro batterista Age, che è il più anziano del gruppo, dodici o tredici – il punk è stata la prima musica che ci ha fatti uscire di testa. Quando io e Age ci siamo conosciuti, parlando abbiamo scoperto di essere stati agli stessi concerti.
Non sarà per caso una storia come quella dei Ramones in Inghilterra, la prima volta? Se tutti quelli che dicono di essere stati presenti ci fossero stati davvero, nemmeno lo stadio di Wembleg avrebbe potuto contenerli.
È vero! Beh, io i Ramones li ho visti per la prima volta nel 1980. Li ho scoperti con Rocket To Russia, che mi era stato regalato da una mia zia: non dimenticherò mai l‘effetto che mi ha fatto quel disco, non avevo mai ascoltato nulla di simile prima di allora. Chissà se mia zia me lo avrebbe regalato ugualmente, se avesse immaginato le conseguenze.
Credi che esperienze del genere possano davvero cambiare la vita di un ragazzo?
Beh, se il primo disco che spari a tutto volume è dei Ramones, direi proprio di si. Non ti rendi bene conto del cambiamento, però inizi ad andare a scuola con la giacca del pigiama e a farti la cresta.
Come siete passati dall‘amore per i Ramones a interpretare un brano degli sconosciutissimi Open Mind?
L‘idea è stata di Leigh, il chitarrista, e Age, quando sono entrato nel gruppo Magic Potion era già in repertorio. I Seers esistevano un bel pezzo prima di Lightning Strikes; io li ho conosciuti perché lavoravo come manovale assieme a Jason, il bassista: andai alle loro prove, e siccome Dean, il cantante, era malato, mi chiesero di sostituirlo per quel giorno. Così mi sono messo a saltare per la sala e a urlare nel microfono, cosa che faccio ancora oggi, e non li ho voluti più lasciare: per un po‘ ho fatto solo i cori, sono stato cacciato parecchie volte ma sono sempre ritornato, finché Dean è finito in prigione per aver accoltellato qualcuno e io sono rimasto definitivamente.
Sei stato fortunato, avrebbe potuto accoltellare te.
Sarebbe stato l’unico modo per farmi uscire dalla band; comunque, visto che l‘atmosfera senza di lui era migliorata, sono stato accettato come cantante.
È cambiato qualcosa, musicalmente, dopo il tuo ingresso nei Seers?
Non molto. I cambiamenti, semmai, ci sono stati quando è arrivato Kat alla seconda chitarra; prima eravamo molto più trash, dovevo cantare e suonare la ritmica nello stesso tempo e facevo solo un gran casino. Il suono era molto punk, molto più duro, senza nessuna melodia. Kat è stato determinante: è bravissimo a trovare le giuste linee melodiche, e poi mi ha lasciato libero di saltare e fare il pazzo per il palco. È con Kat che sono nati i veri Seers.
Come si vive a Bristol? Avete pensato di trasferirvi a Londra?
Non credo andremo mai a vivere a Londra: è troppo trendy, e poi in una grande città è tutto così nevrotico. Bristol è più a misura d‘uomo, l‘importante è che a Londra ci sia il nostro manager a occuparsi di tutto. Noi siamo a Bristol, e lui è separato da noi solo da una telefonata.
Scherzosamente: per quale etichetta uscirà il vostro prossimo disco?
Sempre su Cherry Red, siamo soddisfatti del nostro rapporto con loro. Fra poco uscirà un singolo con la Psych Out della quale vi dicevo. Dopo l’estate, per rimetterci in pari con i tempi, pubblicheremo il nostro secondo LP, e prima un EP con quattro pezzi totalmente inediti.
Ultima domanda: cosa significa The Seers?
È un nome che abbiamo preso da Conan il barbaro, i Filthy Black Seers erano i nemici dell‘eroe. All‘epoca eravamo abbastanza sporchi, e ci sembrava appropriato. E lo è tuttora, anche se nel frattempo ci siamo dati una lavata!
Tratto da Velvet n.21 del giugno 1990

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Categorie: interviste | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “The Seers

  1. Luca Giammattei

    Sara’ tutto quello che dite ma (All Nite Late Bar) Tequila Drinking Blues continua ad essere una signora canzone ed uno stupendo titolo…

  2. Massimo Parravicini

    Onesto, ma certo non un “visionario”… Certo che Psych Out lo si rispolvera ogni 5 anni, Screamadelica un po’ più di frequente…

    • Sì, infatti… mentre rileggevo l’intervista prima di pubblicarla mi sono fatto un sacco di risate. È comunque un bello specchio dei tempi, coglie il momento… me lo ricordo bene quanta diffidenza ci fosse, da parte di una parte (ooops!) del pubblico rock, nei confronti delle contaminazioni con la dance.

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