Orange Juice

Un articolino proprio ino-ino, questo che scrissi nel 1997 per accompagnare – o, almeno, così ricordo – un‘intervista a Edwyn Collins. C‘è poca “critica” perché lo spazio non lo consentiva, ma le informazioni-base sulla band e la sua produzione ci sono tutte. Di quella scena, comunque, i miei preferiti erano i più cupi Josef K.
Orange Juice fotoAssieme agli Aztec Camera e ai meno longevi Josef K, gli Orange Juice di Edwyn Collins (Edinburgo, 23 agosto 1959) sono stati il gruppo più rappresentativo della Postcard Records, etichetta scozzese che nei primissimi anni ‘80, in un’Inghilterra “alternativa” dominata dalla cosiddetta new wave (soprattutto gothic ed elettronica) e con la prima scena hardcore-punk in via di sviluppo, ebbe il coraggio di promuovere musica tenue, leggiadra e malinconica, figlia del pop chitarristico dei Sixties ma anche intrisa di umori moderatamente psichedelici, di soul e di ombrose suggestioni Velvet Undeground.
Emerso dal fertile panorama di Glasgow grazie ad una manciata di 45 giri editi dalla Postcard tra il 1980 e il 1981 (nell’ordine: Falling And Laughing, Blueboy, Simple Thrilled Honey, Poor Old Soul e Wan Light) e ad alcuni azzeccati contributi a compilation (la cassetta C-81 sponsorizzata dal “New Musical Express” e il doppio LP The Fruit Of The Original Sin della Les Disques du Crepuscule), il gruppo è diventato ben presto oggetto di un piccolo culto, poi allargato grazie al contratto con la Polydor e a due album di discreto successo: il positivo debutto You Can’t Hide Your Love Forever (1982) e il troppo ridondante Rip It Up (sempre ‘82), la cui title track ha addirittura scalato fino ai Top10 le classifiche inglesi dei 45 giri. Funestata da continui cambi di organico attorno all’inquieto leader, la band si è sciolta qualche anno più tardi dopo aver realizzato un altro paio di dischi, l’energico mini Texas Fever e il più delicato Orange Juice (entrambi del 1984); i consensi raccolti da Collins nella prima metà dei ‘90 hanno infine avuto come effetto collaterale l’uscita di tre lavori postumi: il live Ostrich Churchyard (Postcard 1992) e due raccolte antologiche, The Very Best Of Orange Juice (Polydor 1992) e The Heather’s On Fire (Postcard 1993).
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.275 del 30 settembre 1997

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