GianCarlo Onorato

Nell‘ultimo paio d‘anni si è sentito parlare più del solito di GianCarlo Onorato, grazie al suo ambizioso progetto Ex e alla sua “appendice” live in sodalizio con Cristiano Godano. Mi sembra dunque appropriato far saltar fuori dall‘archivio questa intervista del 1999, quando il musicista monzese – già leader degli Underground Life, una delle primissime band new wave italiane – aveva appena pubblicato un suo ottimo album da solista, Io sono l’angelo.

Onorato fotoSulle ali dell’ispirazione
La cornice scelta per la chiacchierata, un avveniristico caffé in metallo e vetro affacciato sulla centralissima Via Nazionale, crea uno strano ma stimolante contrasto con l’eloquio tanto aggraziato da sconfinare nel melodioso di un GianCarlo Onorato visibilmente entusiasta del suo nuovo album, il secondo da solista ed il sesto aggiungendo al computo anche quelli realizzati con gli Underground Life. Come sempre, all’intervistatore basta accennare i temi: ci pensa GianCarlo, senza bisogno di ulteriori sollecitazioni, a fornire risposte puntuali ed esaurienti, oltretutto espresse in un Italiano fluido e nel contempo ricercato.
Puoi spiegare il significato di un’affermazione categorica come “Io sono l’angelo”?
Il titolo dell’album è ripreso dalla sua canzone-chiave, il cui testo non è tra l’altro nemmeno mio, bensì dalla poetessa Anna Lamberti Bocconi. In senso più lato, il mio intento era quello di celebrare un’ambivalenza, e se vogliamo anche un’ambiguità: l’angelo è la bellezza elevata alla potenza massima, ma nello stesso tempo anche la dolorosa sopraffazione che essa comporta. Però mi fa piacere se la cosa viene interpretata in senso provocatorio.
Che genere di bellezza?
Una bellezza che abbia sempre una lieve nota di stonatura, un pizzico di amaro che la avvicini alla realtà del nostro mondo. C’è grandissima bellezza nel dolore e c’è dolore nella forza della bellezza. Allo stesso modo, la magia del vivere può essere rivelata da qualcosa di molto “basso”, di molto terreno.
L’immagine di copertina, infatti, evoca carnalità oltre che trascendenza.
Ritengo che la spiritualità e la spinta alla crescita interiore siano assai legati al nostro essere terreni, alla nostra carnalità. L’amore, ad esempio, vive di questi contrasti: mi comunica un senso di assoluto abbandono, l’aspirazione alla totalità di quel cielo interiore che ognuno di noi dovrebbe esplorare, e questo attraverso qualcosa di materiale come la sensualità; il mio approccio ad essa, infatti, punta sempre alla ricerca di un “più”, va considerata uno strumento di elevazione che dovrebbe spingerci a cercare noi stessi al di fuori dei nostri limiti. C’è un unico filo conduttore che parte dall’immagine di copertina per arrivare all’ultima nota, e riguarda gli eterni temi dell’amore e della morte, del piacere e del dolore.
Considerata la dilagante superficialità del pubblico, non temi di essere accusato di retorica?
Sono un istintivo, e avendo un rapporto fondamentalmente emozionale con ciò che faccio è difficile che mi faccia condizionare dalla possibilità di essere inteso o frainteso, o anche che mi soffermi a valutarla: emerge l’impulso più forte, tutto qui. Credo però che i miei dischi prevedano un ascolto attento, e dunque accostandosi alla mia musica con un minimo di concentrazione è dificile che nascano equivoci: la lettura dei testi dovrebbe spazzare via ogni rischio di errate valutazioni.
D’accordo. Però Il velluto interiore, il tuo precedente album, non rifletteva questa tua istintività.
Quel disco gode e anche risente di una produzione esterna, e non è detto che nel logico processo interpretativo della tua musica il produttore arrivi a risultati al 100% in linea con ciò che senti o desidereresti. Continuo a vedere Il velluto interiore come un lavoro di transizione, l’ho considerato così fin dall’inizio: si è trattato di un primo passo importante fuori dall’esperienza Underground Life, molto formativa a vari livelli ma irrimediabilmente conclusa. Era un disco cruciale, con il quale mi dichiaravo finalmente libero da quell’incubo meraviglioso che è stato il mio gruppo.
Perché incubo?
La gestione era diventata troppo complessa, e soprattutto erano venuti meno i presupposti su cui in origine si fondava la nostra esistenza: nell’ultimo periodo, in pratica, ero già un solista, e dunque mi è sembrato più onesto ricominciare da capo. Dovessi inciderlo ora, Il velluto interiore sarebbe diverso: cercherei meno la ricchezza del pop, gli arrotondamenti che si realizzano in studio per rendere le canzoni più radiofoniche…
Non ti ci riconosci più?
Il velluto interiore vive di due momenti ben distinti, uno intimista e raccolto e uno squisitamente pop-rock. Mi riconosco pienamente nel primo e molto meno nel secondo, ma non rinnego nulla.
E con Io sono l’angelo, com’è andata?
Ho finalmente potuto fare ciò che volevo senza limiti, confrontandomi con una schiera di collaboratori. Ho voluto mettere alla prova la mia scrittura lavorando con persone di provenienza artistica e musicale diversa, una cosa molto gratificante.
Negli arrangiamenti di questo disco, quanto c’è di tuo e quanto di chi nei vari pezzi ha interagito con te?
Molto di entrambi. Il mio lavoro è stato una specie di regia: ho diretto tutte le registrazioni indicando la direzione verso cui volevo far muovere i brani, ma il risultato finale è inevitabilmente il frutto di una interazione psico-attitudinale: ognuno di noi ha lavorato su un soggetto preciso secondo le proprie capacità espressive, cercando di veicolare le emozioni e forgiare le trame musicali sullo spirito della canzoni. Ho cercato di porre gli attori di questo avvenimento espressivo nelle condizioni migliori per accompagnarmi in un tessuto narrativo che, invece, mi appartiene fortemente, evitando il rischio della dispersività e cercando un’omogeneità che rispettasse le ovvie differenze esistenti tra gli episodi.
C’è stato, immagino, anche un confronto con te stesso.
Infatti mi sono messo in dubbio, in maniera totale: ho lavorato per un anno e mezzo a Basilea, facendo una completa verifica delle mie posizioni. In questo disco ho cercato di recuperarmi, una cosa fondamentale per chi vuole crescere e cambiare. I temi sono sempre i miei temi, ma qui si presentano ad un diverso livello di potenza e sono scandagliati in maniera differente.
Per usare una frase fatta, hai “riportato tutto a casa”.
Sì, direi di sì. Ho cercato di recuperare i miei carissimi Velvet Underground, riscoprendo quanto mi ha insegnato Lou Reed. Qualcuno mi ha detto che nell’album ci sono tracce di Leonard Cohen: se fosse davvero così ne sarei felice, ma l’unico vero punto di contatto sta nello sforzo di entrambi di appartenere a un mondo narrativo totale, sia musicale che letterario.
E Nick Cave? Il ritorno di lei è un omaggio all’australiano tenebroso?
L’essere associato a Cave mi lusinga, visto che in questo momento è, a livello globale, l’autore che mi commuove e mi interessa di più; mi identifico molto con lui, pur apprezzando molto anche PJ Harvey, Tindersticks, Crime And The City Solution. L’unico omaggio concepito come tale è però quello a Venus In Furs dei Velvet Underground in Lauda del mattino.
Hai partecipato al tributo a Robert Wyatt organizzato dal Consorzio. Era un tuo eroe giovanile?
No, Wyatt non ha stimolato il mio immaginario di adolescente, ma questo non mi impediva di apprezzarne la musica e quindi di poterne oggi proporre una rilettura con la serenità di non commettere strafalcioni.
E le tue immagini filo-dannunziane?
Questa è una tua fissazione dai tempi di Filosofia dell’aria. Scherzi a parte, non credo che la mia poetica sia assimilabile a quella di D’Annunzio, e se lo è spero che non abbia nulla a che vedere con le sue ridondanze. Riguardo alla ricerca lessicale, l’unica cosa che può associarmi a lui è il mio essere sinceramente portato a una scrittura dotata, almeno per me, di valore evocativo. Io vivo il testo come un avvenimento poetico, e sono soddisfatto solo quando mi sembra che le parole realizzino qualcosa; effettuo una selezione durissima su ciò che compongo.
Per il panorama italiano sei un artista piuttosto atipico, il che nel mercato può anche essere di ostacolo.
Sì, credo che da noi ben pochi si sforzino di cercare il “sensualismo magico” nelle cose della vita. Se questo è un ostacolo lo accetto volentieri, pur tentando in generale, come sto facendo nei miei ultimi concerti, di aprire maggiormente le mie vie di comunicazione limitando certi atteggiamenti enfatici che pure qua e là affiorano.
Infatti il tuo stile canoro mi sembra ora più pacato, meno solennemente melodico.
Mi sono emancipato dal bisogno di appartenere ad un qualunque ambito musicale. Da giovani, il bisogno di identificarsi negli eroi del rock verso i quali si sentono delle affinità – nel mio caso, Bowie o gli Ultravox! – porta all’innamoramento, e quindi al volersi avvicinare quanto più si può ad essi. Io cerco di cantare con la mia voce, che nel caso di Io sono l’angelo è la voce della mia intimità, della mia confessione. E del mio peccato, ma anche della mia volontà di redenzione.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.335 del 19 gennaio 1999

 
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