Subsonica

Nonostante abbia intervistato i Subsonica varie volte, fino a ora ne “L‘ultima Thule” non erano mai stati protagonisti e avevano avuto al massimo qualche citazione. L‘uscita del nuovo album Una nave in una foresta, pochi giorni fa, mi dà l‘opportunità di rimediare: ecco dunque il pezzo relativo alla mia prima chiacchierata con Max Casacci e compagni, che valse loro la copertina del Mucchio (prima copertina in assoluto della loro carriera). Da allora molto è cambiato e non è questa la sede per discuterne, ma credo che la lettura delle righe che seguono rimangano molto interessanti, oltre che esplicative della particolarità del gruppo e del suo percorso iniziale.

Subsonica fotoPronti a decollare
Non per vantare improbabili doti di preveggenza, ma da queste parti nei Subsonica abbiamo creduto fin dall’inizio: recensione fantasmagorica sul numero 256, copertina di “Fuori dal Mucchio” tre settimane più tardi, citazione d’obbligo nell’articolo sulle “promesse” dello scorso agosto. Con un certo ritardo rispetto alle nostre attese, ma in tempi comunque brevissimi, la formazione assemblata dal chitarrista e producteur extraordinaire Max Casacci ha adesso conquistato la “Serie A” in termini sia di notorietà che di vendite: grazie a due ottimi singoli (e video), alla fruttuosa collaborazione con Antonella Ruggiero per il rifacimento di Per un’ora d’amore e soprattutto a un’intensissima attività live, culminata – almeno per ora – con l’invito a partecipare al tradizionale maxi-concerto romano del 1° Maggio. Proprio in tale occasione, un paio d’ore prima della chiamata sul palco di S. Giovanni, l’intero organico dell’ensemble torinese ha risposto con palese entusiasmo ai nostri interrogativi sul passato, sul presente e su un futuro che… sembra così luminoso da dover indossare gli occhiali da sole, come recita quella famosa canzone dei Timbuk 3. Ma loro, i Subsonica, restano con i piedi ben saldi sul terreno, e si preoccupano solo di resistere ad ogni tentazione che potrebbe inquinarne l’integrità e di coltivare con ogni mezzo una passione per la musica che è eufemistico definire incontenibile.
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Il camerino di legno rigorosamente bianco collocato nell’area retropalco di Piazza S. Giovanni è quanto di più spartano si possa immaginare, nonostante la nota di colore garantita dai generi di conforto – bibite, biscotti e quant’altro – che ingombrano il tavolo d’ordinanza. Fuori, naturalmente, piove a dirotto, e la musica altissima proveniente dall’esterno costringe a poche decine di centimetri lo spazio tra le bocche e il microfono. Più che un’intervista, con tutte queste teste raccolte attorno al registratore, sembra una riunione della Carboneria… e i discorsi dei Subsonica, spesso positivamente “sovversivi”, non fanno che confermare tale impressione.

I Subsonica sono ormai una realtà emersa. Pensate che la collaborazione con Antonella Ruggiero sia stata determinante per smuovere la acque?
Non è facile stabilirlo con esattezza, perché il lavoro con Antonella è coinciso con la presentazione del primo video e la partecipazione alle trasmissioni TV di routine; fino ad allora non ci eravamo esposti più di tanto a livello promozionale, un po’ perché c’era stata di mezzo l’estate e un po’ perché eravamo comunque un gruppo nuovo, che cercava di venir fuori senza clamori né grandi appoggi. Sapevamo benissimo che la nostra carriera sarebbe stata costruita gradualmente, e così è stato: la band è nata a ridosso del disco, i concerti estivi ci sono serviti per provare lo spettacolo, e poi, via via… Di sicuro l’operazione Subsonica/Ruggiero è stata utile, e non solo proficua sotto il profilo artistico, per entrambi: per noi, che in questo modo abbiamo ottenuto spazi radiofonici e televisivi tradizionalmente lottizzati dalle major e chiusi agli indipendenti, e per Antonella, che anche grazie al singolo realizzato assieme ha venduto oltre 130.000 copie dell’album.
Il progetto con Antonella è nato in modo casuale o è stato in qualche modo costruito?
Tra noi non c’erano mai stati contatti: è stata lei che, dopo avere ascoltato Subsonica, ci ha voluto per Registrazioni moderne. Il bello è che siamo stati lasciati liberi di esprimerci come sempre, nel senso che la direzione artistica è stata al 100% nostra. Abbiamo presentato un rough mix dei brani, ma non eravamo certi che sarebbero stati approvati: ci sembravano un po’ troppo “estremi” per una major e forse anche per Antonella, che comunque già stimavamo non solo per le qualità canore ma anche per la statura artistica che traspariva dietro le “canzonette” dei Matia Bazar.
Il pop dei Matia Bazar è sempre stato abbastanza particolare e obliquo, e in ogni caso molto diverso dalle classiche tradizioni italiane.
Negli anni ‘80 la mia generazione (è Max a parlare, NdI) ascoltava quasi solo musica inglese, visto che la scena italiana underground era pressoché sconosciuta e quella ufficiale veniva snobbata; per i Matia Bazar, però, si faceva un’eccezione, venivano considerati. Tra le sue preferenze dell’epoca, Antonella mi ha citato Tuxedomoon, Residents, Bauhaus: gruppi che sentivo anch’io, e da qui ho capito che tra noi poteva esserci un terreno d’incontro.
Quella dei Subsonica è una posizione difficile: di solito gli “ibridi” tra pop e rock risultano troppo strani per il pubblico di massa e troppo leggeri per quello specializzato.
Quando abbiamo iniziato non eravamo nemmeno convinti di voler lavorare sulla formula canzone. Tra l’altro, stiamo anche portando avanti un discorso parallelo di sperimentazione, da un lato con i remix e dall’altro con pezzi suonati dalla band che sono serviti a sonorizzare mostre di pittura e di architettura urbana. Quando costruiamo una canzone – un termine al quale non attribuiamo significati negativi, perché a noi le canzoni piacciono – lo facciamo sulla base di un background derivato dal nostro estremizzare in termini strumentali. Tutto è spontaneo, non ci sono calcoli. La sintesi, cioé la capacità di metabolizzare e sintetizzare i vari stimoli, è l’elemento stilistico principale dei Subsonica, e fa sì che un pezzo possegga la capacità di intrigare che spesso manca, invece, a brani studiati per essere hit. Ci muoviamo molto bene in tale ambito, soprattutto grazie alle forti potenzialità melodiche della voce di Samuel. Probabilmente nel prossimo album, sul quale cominceremo a concentrarci in autunno per un’uscita nella primavera ‘99, ci sarà più equilibrio tra canzone e sperimentazione, anche se questo secondo aspetto preferiremmo curarlo in altro contesto, con proposte strumentali non necessariamente da sviluppare con la sigla Subsonica.
Quando si è messo in moto, il progetto Subsonica era già più o meno delineato?
No, all’inizio non c’erano idee precise, il materiale ha preso forma con il procedere del lavoro. Siamo nati come gruppo di studio, non era neanche previsto che avessimo una sezione ritmica in carne e ossa: quella l’abbiamo cercata quando abbiamo capito che la formula elaborata in tre poteva funzionare anche dal vivo, e dopo averla trovata siamo stati costretti a constatare di essere una band vera e propria. Nonostante tutto possa far pensare il contrario, considerato come in un anno abbiamo bruciato tutte le tappe, nulla era pianificato a tavolino.
Come vi siete mossi, dopo la rivelazione di essere un gruppo?
Avendo la disponibilità di uno studio, abbiamo inciso un demo che vantava già una precisa fisionomia di sound. Volevamo evitare di perdere tempo girando per gli uffici delle varie case discografiche, e ci siamo rivolti subito alla Mescal: non ci interessava una struttura troppo grande che in qualche modo avrebbe potuto schiacciarci. Gli aspetti live sono stati curati su basi analoghe, richiedendo cachet molto bassi in modo da dimensionare le nostre future pretese su una situazione di pubblico già realisticamente determinabile. In undici mesi abbiamo fatto oltre cento concerti.
E adesso che gli obiettivi del primo album sono stati ampiamente raggiunti?
Quel che ci preme è rendere ancora più potente il messaggio, usufruendo anche di maggiori mezzi. Vorremmo tirar fuori in modo ancor più netto il nostro carattere e magari spingere in una direzione precisa, visto che Subsonica ne accenna tante, e fare la somma del nostro percorso stilistico; non abbiamo ancora idee ben definite sul dove orientarci, ma siamo certi che la strada giusta, una volta avviata la fase operativa, si rivelerà da sola. Contemporaneamente stiamo portando avanti un programma di lavoro a 360° che coinvolge canzoni, ricerca, remix, video, grafica… un programma aperto nel quale coinvolgere anche altri musicisti e artisti esterni al nucleo Subsonica. Soprattutto nel campo video, avendo qualche lira in più, ci piacerebbe continuare a operare con un tono un po’ provocatorio, mettendone in discusione i cliché più applicati qui in Italia. Comunque, se per i Subsonica ci sarà un “botto”, sarà della stessa natura di quello che ci ha permesso di vendere quasi 20.000 copie di un album low-budget e, in fondo, poco promosso: se arriverà, arriverà da sé, noi non facciamo nient’altro che essere noi stessi.
Immagino che quanto accaduto nell’ultimo anno abbia in parte alterato i vostri equilibri personali e vi abbia posto di fronte a importanti scelte di vita.
Il problema è stato sentito un po’ da tutti, ma siamo stati tutti d’accordo nel decidere di profondere tutte le nostre energie nei Subsonica, anche se la nostra attività ci impegna in una misura maggiore di quanto accada per una band normale. Ognuno dovrà rinunciare a qualcosa.
Finalità artistiche a parte, quali vedete come massime prospettive per un gruppo non convenzionalmente commerciale come il vostro?
Il puntare a una notevole credibilità live, al di là delle stagioni del mercato, garantisce di continuare negli anni. Rispetto al “non convenzionalmente commerciale”, il caso dei Prozac + dimostra che non è utopia sperare di ottenere consensi percorrendo vie in linea con la propria indole anche se diverse da quelle abituali.
Nella pur breve esperienza Subsonica, qual’è stata la più grande gioia e quale, eventualmente, il momento più buio?
Di gratificazioni ne abbiamo avute parecchie: dal lavoro con Antonella, che in un certo senso è stato una sfida al mercato ufficiale, all’essere riusciti ad imporre su MTV e TMC videoclip realizzati in modo particolare con idee, fatica e anche generosità da parte di chi li ha girati, visto che i registi non hanno preteso compensi. Inoltre, siamo soddisfattissimi dell’avere ancora un’enorme voglia, dopo così tante esibizioni in poco tempo, di suonare e divertirci come se fosse la prima volta: oltretutto, vedendo crescere e amalgamarsi giorno dopo giorno questo nostro progetto che dal nulla è diventato un eccezionale veicolo di comunicazione. Per quanto concerne gli episodi negativi, invece, l’unico rilevante è stato il mezzo raggiro subito da parte dell’etichetta di Antonella Ruggiero per il video di Per un’ora d’amore: non ci hanno detto che si trattava di un clip promozionale, ma solo di riprese da utilizzare come presentazione dell’album ai telegiornali e alle TV. Non ci riconosciamo minimamente nel prodotto, che oltre ad essere inadeguato allo stile del brano e dei Subsonica fa anche un torto alla figura di Antonella. Abbiamo tentato di bloccarlo, ma non ci siamo riusciti.
I rapporti con Antonella, però, non ne hanno risentito.
No, la stima nei suoi confronti è rimasta inalterata. Questa storia, però, ha accentuato la nostra diffidenza verso le multinazionali, e naturalmente condizionerà il nostro operato futuro ogni qualvolta dovremo muoverci all’interno dei loro meccanismi. Adesso siamo molto corteggiati, ma sappiamo bene quanto sia difficile preservare un certo messaggio in un contesto più commerciale, che tende a snaturare. Dovremo essere più che guardinghi.
Quindi è scontato che i Subsonica non prenderanno mai in considerazione eventuali offerte major.
Diciamo che verranno valutate con attenzione. Ci troviamo meravigliosamente con la Mescal, è gente che parla la nostra stessa lingua, ma non possiamo escludere che la situazione Subsonica diventi troppo ingombrante per poterla gestire come ora.
Al di là delle singole contingenze, ritenete quindi che le major vadano ancora viste come uno spauracchio?
Non ci associamo al coro che afferma che le multinazionali stanno cambiando, quelli che al loro interno hanno più sale in zucca non detengono in realtà un vero potere decisionale. Le major sono industrie e ragionano secondo criteri economici: non è una critica di carattere ideologico, che sarebbe davvero stupida e fuori luogo, ma una pura e semplice constatazione. Crediamo molto nelle piccole strutture, molto compatte e concentrate, dove non si dissipa nulla in termini di budget né di energie.
Il suonare al concerto del 1° Maggio ha per voi un valore particolare o si tratta solo di una buona promozione?
Senza nulla togliere all’importanza che giustamente si attribuisce alla giornata, è essenzialmente uno spazio promozionale. Qualsiasi sviluppo positivo prendesse la nostra carriera noi cercheremmo sempre di continuare a suonare nei club, in una dimensione “umana”: siamo sempre disorientati dal “divertimentificio”, e nel caso specifico ci sembra strano dividere il palco – allo scopo di consolidare e ribadire, almeno in teoria, determinati concetti di rilevanza sociale e politica – con Bon Jovi. Ci fa piacere essere qui, specie per via dei tanti gruppi ai quali ci sentiamo vicini e con i quali condividiamo le radici: è una bella festa, certo, per sincerità non ci sentiamo proprio di affermare di partecipare allo spettacolo in nome del concetto astratto di 1° Maggio.
In generale, le vostre parole sembrano inquadrare i Subsonica come un gruppo intransigente. Mi sbaglio?
Se c’è intransigenza è a livello individuale. Fondamentalmente è una questione di consapevolezza: alcuni di noi sono legati a determinate ideologie, mentre altri non possono proprio accettare cose con le quali sentono di non avere nulla a che spartire. Le nostre prese di posizione sono dettate dalla coerenza: esistono e sono sincere, anche se non vengono sbandierate ai quattro venti o dichiarate tramite slogan.
Lavorate e sperimentate collettivamente e alla pari, o in seno al gruppo esistono delle gerarchie?
Per noi l’interattività è un elemento fondamentale, anche se al nostro interno è stata comunque stabilita una suddivisione dei compiti. Non c’è prevaricazione da parte di nessuno, e comunque il risultato finale rispecchia le personalità di quanti sono coinvolti nel progetto.
Alla luce del divario anagrafico e delle differenze di trascorsi esistenti tra voi, mi sembra quasi sorprendente.
Non percepiamo grandi gap: è banale dirlo, ma lo spirito e l’approccio contano ben più dell’età. Rispetto alle esperienze musicali, i vari retroterra hanno fatto sì che navigassimo molto “zavorrati” in un oceano di linguaggi nuovi: eravamo alla ricerca di un denominatore comune, e lo abbiamo trovato assistendo agli stessi concerti e ascoltando i dischi che uscivano proprio mentre ci stavamo costituendo. La verità è che tutti noi, nel 1997, eravamo un po’ stufi di ciò che avevamo fatto fino ad allora: abbiamo annullato un po’ tutto, evitato confronti con il passato e imparato nuovi metodi di lavoro. Anche la sezione ritmica suona in modo singolare, proprio perché la nostra musica non prevedeva in origine l’uso di strumenti veri: potremmo raccontarti delle bacchette di legno con cui il bassista percuote le corde con una tecnica stile drum’n’bass, o delle scordature di pelli, delle distorsioni e delle sovrapposizioni realizzate del batterista affinché la nostra musica possa viaggiare con i campionatori senza che i campioni stessi diano l’effetto di essere semplicemente sovrapposti a un suono normale. Comunque, per chiudere il discorso sulla differenza d’età, crediamo che la presenza di una persona esperta come Max ci abbia fortunatamente evitato i tipici problemi da gruppo all’esordio, aiutandoci ad arrivare a certi traguardi in modo più rapido e pulito. Superata la fase di avvicinamento reciproco abbiamo trovato il perfetto modus vivendi, vincendo anche tutte le naturali difficoltà che si presentano in un contesto come quello musicale, dove tutti sono molto suscettibili. Non abbiamo fatto nessun errore da “prima volta”, e anche se magari qualcuno ha dovuto accettare qualcosa sulla fiducia, alla fine i risultati hanno messo tutti d’accordo.
Correndo così veloce sul vostro ottovolante promozionale, non correte il rischio di non accorgervi bene di quanto accade e quindi di non goderne nemmeno?
Forse non è facilissimo razionalizzare le varie impressioni, o capire perché all’improvviso si raccolgono duemila spettatori nello stesso posto dove solo tre mesi prima ce n’erano duecento, ma comunque le soddisfazioni vengono recepite ugualmente. Magari sotto forma di scariche elettriche, che ti colpiscono non si sa bene da dove ma che, comunque, si sentono. E forte.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.306 del 19 maggio 1998

 
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