Canzone di lotta

Dopo le interviste a Claudio Lolli e Banda Bassotti, un altro estratto dal lunghissimo articolo sulla canzone di lotta che realizzai per il Mucchio undici abbondanti anni fa, articolo che fu anche riproposto nel numero speciale dell‘agosto 2012. In questo caso si tratta di una classica “discografia base” di dieci album, per un primo approccio al genere.
Canzone di lotta foto
L’Italia che non ci sta
A voler sviscerare una storia approfondita della canzone politica e di lotta in Italia, alla luce di quanto siano solide le nostre tradizioni in materia, non basterebbero le pagine di un libro: dai giorni delle prime rivendicazioni operaie a quelli della Resistenza, da quelli del ‘68 a quelli ancor più caldi dei ‘70 per giungere a quelli della nuova consapevolezza degli ultimi vent’anni, il genere ha sempre goduto di ottima salute, come testimoniato da un mercato discografico dove le uscite significative si contano ormai nell’ordine delle decine. Invece di lanciarci nell’improbabile impresa di stendere un elenco con pretese di esaustività, abbiamo così preferito limitarci a segnalare alcuni titoli particolarmente significativi: “classici”, insomma, seppur non sempre conclamati, di uno spirito che per fortuna continua.
AA.VV.Materiale resistente (CPI/Mercury, 1995). Raccolta di canti della Resistenza, con alcuni brani autografi ispirati al tema, ideata da Giovanni Lindo Ferretti e organizzata da Massimo Zamboni. La crema del rock italiano di metà ‘90 – dai C.S.I. ai Marlene Kuntz, dai Gang ai Mau Mau, dagli Üstmamò agli Yo Yo Mundi, dai Modena City Ramblers agli Africa Unite fino agli insospettabili (e sempre irriverenti) Skiantos – alle prese con inni quali Bella ciao, Fischia il vento e Siamo i ribelli della montagna o brillanti originali quali Il partigiano John, Eurialo e Niso o Resistenza Marzo ‘95.
GIOVANNA DAFFINIL’amata genitrice (I dischi del Mulo, 1991). Antologia fortemente voluta da Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni con incisioni del 1963-1965, L’amata genitrice fotografa perfettamente il talento e il carisma di Giovanna Daffini, cantante emiliana – con un passato di mondina e partigiana – che fino alla prematura scomparsa nel 1968 ha dato un fondamentale contributo al recupero e alla salvaguardia del folk e di certa musica popolare, divenendo un preciso punto di riferimento per ogni altra interprete (moltissimo le deve, ad esempio, la Giovanna Marini oggi resa “pop(ular)” dal recente album realizzato con Francesco De Gregori). Non solo canzoni di lotta, nel suo vastissimo repertorio, ma sentirla intonare con il solo accompagnamento della chitarra Sante Caserio, Vi ricordate quel 18 aprile o l’immancabile Bella ciao è un’emozione immensa.
IVAN DELLA MEAIo so che un giorno (Dischi del Sole, 1966). Toscano di Lucca, ottenne una certa notorietà nei ‘60 con una serie di brani in milanese. Componente del Nuovo Canzoniere Italiano, ha scolpito il suo nome nella storia della nostra canzone politica soprattutto con questo suo primo album diviso tra lingua nazionale e dialetto meneghino: canzoni schierate semplici ma piuttosto suggestive, alle quali saranno in parecchi a ispirarsi.
E ZEZITammuriata dell’Alfa Sud (Dischi del Sole, 1976). Formazione dell’area partenopea, saldamente e orgogliosamente legata alla locale realtà operaia, gli E Zezi di Pomigliano D’Arco sono stati protagonisti di una lunga carriera all’insegna di un suono fantasioso e sanguigno, incontro di folk ruspante, attitudine di strada e impegno politico. Più di ogni altri rimane comunque nella memoria questo loro primo album, realizzato dalla storica etichetta di musica popolare Dischi del Sole, che vede in organico anche un giovane Daniele Sepe.
THE GANGLe radici e le ali (CGD, 1991). Il successivo e più celebrato Storie d’Italia gli è forse superiore per maturità e lirismo, ma è in quest’album – per loro, il primo in italiano – che i fratelli Severini (ri)allacciano i rapporti con le tradizioni nostrane, fra citazioni sparse, recitazioni, voci rubate e quantità industriali di travolgente combat rock. Ci sono, tre le altre, Bandito senza tempo, Chico Mendes, Johnny lo zingaro, Ombre rosse, Le radici e le ali e La lotta continua: quanto basta, e forse avanza, per farne una pietra miliare.
CLAUDIO LOLLIDisoccupate le strade dai sogni (Ultima Spiaggia, 1977). Subito dopo Ho visto anche degli zingari felici, Claudio Lolli realizza un altro album di canzoni politiche-poetiche, ricche di riferimenti alti ma anche, seppure a tratti, di caustica ironia. Un disco figlio del 1977 – ma il punk non c’entra affatto – che si muove sul confine tra realtà e visione e tra pubblico e privato, con brani quali Incubo numero zero, La socialdemocrazia, Canzone scritta su un muro o Autobiografia industriale a inquadrare con estrema lucidità – sebbene le immagini liriche possano, a un’analisi disattenta, apparire un po’ deliranti – un momento storico di illusioni e disillusioni.
MODENA CITY RAMBLERSRiportando tutto a casa (X/Black Out, 1994). Come un fulmine a ciel sereno, i Modena City Ramblers debuttano con un album sospeso da qualche parte tra la Via Emilia e l’Irlanda, ricco di momenti gioiosi e di storie amare ma anche di richiami a quelle radici militanti che hanno nell’area di Modena e Reggio le loro roccaforti. A spiegare da che parte stanno i Nostri sarebbero sufficienti le ottime cover di Contessa e Bella ciao, ma a illustrarne al meglio il carisma compositivo provvedono l’intensa ode I funerali di Berlinguer e la trascinante Quarant’anni, due titoli che non necessitano di ulteriori spiegazioni.
99 POSSELa vida que vendrá (Novenove/BMG, 2000). Semplicemente, la più vivace e importante band di aggregazione nata nel variopinto ambiente delle posse, divenuta con il tempo un fenomeno di vastissima risonanza nazionale. Questo suo ultimo album, il più compiuto di una discografia di alto livello, dimostra come la canzone di lotta possa assumere una forma più moderna – aperta anche a rap ed elettronica – senza per questo perdere i suoi più classici requisiti. Lo affermano senza possibilità d’equivoco l’esplicita Comincia adesso, l’autoironica Comuntwist o il singolare rifacimento della El pueblo unido portata alla fama dagli Inti Illimani.
PAOLO PIETRANGELIMio caro padrone… (Dischi del Sole, 1969). Nato a Roma e in origine membro del Nuovo Canzoniere Italiano, Paolo Pietrangeli è universalmente noto per aver scritto – a ventun’anni – quella Contessa destinata a divenire il manifesto musicale del nostro ‘68. Il suo primo vero album (nell’edizione CD, anche il mini di debutto che conteneva, appunto, Contessa) è assieme al successivo e più ironico Karlmarxstrasse una raccolta di ballate spesso feroci (ad esempio, Mio caro padrone domani ti sparo) marchiate da una caratteristica voce profonda e da una certa verve cabarettistica.
STORMY SIXUn biglietto del tram (L’orchestra, 1975). A seguire Guarda giù dalla pianura, raccolta di canzoni rivoluzionarie di diverse nazioni, il collettivo milanese guidato da Franco Fabbri dà vita al suo capolavoro, un concept sulla Resistenza costruito su un originalissimo progressive-folk in chiave acustica. Almeno due dei suoi episodi, Stalingrado e Dante Di Nanni, sono da tempo nel songbook degli inni del genere.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.534 del 20 maggio 2003

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