Ritmo Tribale

Tra pochi giorni sarà in circolazione con il Marchio Odoya un libro dedicato ai Ritmo Tribale e alla scena musicale che li ha generati. L‘ha firmato Elisa Russo e io sono stato lieto di collaborare alla sua realizzazione con alcuni interventi raccolti in sede di intervista e con una prefazione. Ecco allora, a mo‘ di optional, una mia chiacchierata con Andrea Scaglia e Fabrizio Rioda risalente al 1999, ovvero all‘uscita dell‘unico disco pubblicato dalla band milanese dopo la sua separazione dal suo cantante storico, Edda.
Ritmo Tribale foto
Questione di coerenza
Per i Ritmo Tribale, il recente Bahamas ha rappresentato un nuovo inizio: un fiero e ispirato atto di fede nella propria capacità di proseguire – a dispetto dei tempi che cambiano, della defezione del cantante “storico” Stefano “Edda” Rampoldi e delle trappole sempre pronte a spalancarsi davanti ai piedi – il discorso avviato una dozzina di anni orsono e concretizzatosi in una serie di lavori discografici non vendutissimi ma sempre belli e in qualche modo “importanti”. Un discorso che, come ben sanno gli estimatori della band milanese, è saldamente legato alla vita dei musicisti che la compongono, per i quali coerenza non è comunque mai stato né mai sarà sinonimo di staticità creativa. In una saletta dell’Hotel Clodio di Roma, tradizionale base per centinaia di artisti di passaggio nella Capitale, Andrea Scaglia (voce, chitarra) e Fabrizio Rioda (chitarra) parlano a ruota libera. E ascoltarli, anche se non hanno in mano gli strumenti, fa bene alla mente e al cuore.
Avete sempre avuto la fama di gruppo “contro”: cosa significa per voi questa parola, all’alba del 2.000?
Non ci siamo mai sentiti “alternativi”, ma sempre e solo noi stessi. Non ci piace la dittatura della maggioranza, il conformismo; in un sacco di circostanze, anche al di fuori del mondo musicale, l’essere noi stessi ci differenzia fortemente dalla massa. Una cosa per noi molto importante è continuare a opporsi a ogni tipo di plastificazione e di posa, visto anche come l’allargamento del mercato “rock” italiano ha portato a tener conto in misura eccessiva di aspetti quali il singolo per le radio, il look, il video colorato, il ritornello con frasi più orecchiabili e strutture più pop. Noi siamo contrari ad anteporre questi piccoli e grandi artifici a ciò che si è veramente.
Insomma, non vi riconoscete granché nella cosiddetta scena.
Come potremmo? Quando, qualche anno fa, si sono create le prime occasioni di ottenere contratti discografici seri, tutti erano contenti ed erano più fratelli che mai, perché di colpo si era aperta un’uscita di sicurezza nella cantina nella quale si credeva di dover vivere in eterno. Poi, all’improvviso, la gente a iniziato a cannibalizzarsi, a farsi i conti in tasca sulle copie smerciate e ad atteggiarsi. Il tragico è che il presunto “essere fighi” non dipende dalla qualità della musica ma dal numero dei passaggi televisivi: ecco perché, pur di ottenere qualcosa di più, tanti si piegano al gioco, abiurando ciò che avevano detto e fatto fino al giorno prima. Oggi, se vogliono polemizzare, le stesse persone con le quali si divideva tutto ti sbattono in faccia le cifre di vendita, esattamente come un collega di grado superiore ostenta il suo stipendio di centomila lire più alto del tuo che agli occhi della società lo rende migliore di te. Questo non ci va bene, e quindi siamo “contro”, fermo restando che saremmo contentissimi di vendere un milione di copie.
È stata questa vostra intransigenza a farvi cambiare così tante volte etichetta discografica?
I Ritmo Tribale non riescono ad accettare certi compromessi, anche se – come ben sa chi ci conosce – siamo estremamente collaborativi e schietti e vogliamo andare d’accordo con il prossimo. Però la diplomazia non è il nostro forte, ci è impossibile indossare gli abiti che di volta in volta potrebbero farci ottenere dei vantaggi. Quello che abbiamo sempre fatto, e che purtroppo o per fortuna continueremo a fare, è abbandonare le situazioni nelle quali non ci sentiamo noi stessi.
C’è stato mai un momento in cui avete pensato di sciogliervi?
Di scioglierci no, ma inevitabilmente abbiamo messo parecchie volte le carte in tavola domandandoci se avesse senso continuare. Una cosa che assolutamente non vogliamo è diventare la caricatura di noi stessi, per cui facciamo spesso esami di coscienza. In ogni caso, abbiamo tutti ben presente il fatto che continueramo a suonare finché sentiremo di avere qualcosa da dire.
Pur non essendo mai stati “politicizzati” in senso stretto, vi siete sempre in qualche modo schierati. Musica a parte, come vi ponete nei confronti dell’odierna realtà italiana?
Proviamo un enorme fastidio verso il conformismo forzato, così come verso l’anticonformismo che diventa conformismo: rivendichiamo, quindi, la nostra identità al di là delle mode e di ciò che ci succede attorno, pur tenendone conto perché non viviamo né vogliamo vivere sulla Luna. Riguardo al quadro italiano – non tanto quello politico, perché la politica è ormai sempre più distante dalla gente – non sopportiamo questa dittatura del pensiero dominante che diventa legge: musicalmente, umanamente e socialmente siamo sostenitori a oltranza delle minoranze, in quanto voci fuori dal coro.
Il vostro essere controcorrente è sottolineato da Bahamas, che non è certo aggressivo o elettronico come tendenza imporrebbe; a parte, magari, il singolo 2000, che fa un po’ storia a sé.
Non miravamo a realizzare un disco controtendenza o coraggioso, mentre registravamo non ci pensavamo minimamente; ci interessava, invece, un lavoro dotato di una sua compattezza, che fosse basato su due principali caratteristiche: totale libertà di espressione e di improvvisazione e presenza di una sorta di “onda” ipnotica che attiri nel mondo delle canzoni. L’elettronica è stata considerata come un qualsiasi strumento: nessuno ci obbligava ad utilizzarla ovunque, e percio l’abbiamo inserita solo dove stava bene. In effetti, preso da solo, 2.000 può sembrare un po’ fuorviante: per capirlo bene lo si deve inserire nel contesto dell’album.
Bahamas è chiaramente una metafora. Di che cosa?
È il posto che occorre trovare per potere essere se stessi all’interno di questo grande bordello. Le isole Bahamas è stata scelta in quanto luogo “mitico”, della mente e del cuore: non è lì che vorrebbe scappare anche Paperino?
La copertina è abbastanza deviante.
Anche se ci abbiamo comunque messo una foto balneare, non ci andava che Bahamas venisse interpretato come banale cliché di evasione: ci piaceva qualcosa di colorato e anche di onirico. Per noi la signora che vi è raffigurata, anche se è sfatta e non si trova in una tipica spiaggia con le palme, è felice perché ha trovato le sue Bahamas: se ci avessimo messo una tipa alla Claudia Shiffer, tutto sarebbe suonato falso.
Quella di mirare a una certa interiorità rimane dunque una delle vostre costanti.
Mai come in quest’album ne abbiamo sentito la necessità, alla luce dei casini vissuti negli ultimi due anni: ci siamo salutati con Edda, ci siamo salutati con la PolyGram e anche con la IRA, che si era impegnata con mezzi e uomini per sostenere il nostro “rilancio”. Dell’IRA non possiamo che dir bene, ma alla fine non ci siamo trovati d’accordo con il loro progetto: volevano che incidessimo un album di nostri vecchi pezzi ricantati, un’operazione un po’ necrofila; semmai, per certificare l’avvicendamento in seno alla formazione, avremmo potuto pubblicare un live da presentare come “nuovo inizio”, ma non se n’è fatto nulla.
Bahamas ha una sua tensione di fondo: in apparenza è soffice, ma sotto ha qualcosa che ribolle.
Il nostro approccio è proprio questo: una ricerca con sotto qualcosa che rode e che vuole liberarsi. È un’urgenza che nasce dal fatto che noi, anche per questioni anagrafiche, non possiamo fare a meno di trovare le nostre Bahamas, altrimenti sono dolori.
Recensendo il disco, ho proposto come termine di paragone gli Alice In Chains: vi ha dato fastidio?
No, assolutamente. Troviamo molto presuntuose e stupide le affermazioni tipo “noi non ci facciamo influenzare da nessuno”. I Ritmo Tribale sono anche quello che ascoltiamo, e gli Alice In Chains – a parte, forse, l’ultimo disco – ci sono sempre piaciuti per la loro capacità di creare un proprio universo onirico. Detto a posteriori, in Bahamas ritroviamo anche un minimo di Pink Floyd periodo The Dark Side Of The Moon, David Crosby e certa psichedelia californiana a cavallo tra ‘60 e ‘70. Il tutto, almeno speriamo, proiettato nel 1999, perché i revival ci lasciano freddini.
L’attitudine psichedelica è da molto tempo parte del vostro bagaglio espressivo.
Sì, abbiamo un lato in qualche misura “fricchettone”. Quando suoniamo cerchiamo più che altro il bello, e quindi ci concediamo di lasciare le note che altri eliminerebbero in nome dell’efficacia radiofonica. In ogni nostro disco c’è sempre stato un momento in cui qualcuno ha detto “magari questo potrebbe funzionare meglio se…” e qualcun altro ha risposto “scherziamo? Così è bello!”. Questo ha sempre chiuso il discorso.
Riuscite a razionalizzare quali sono state le modifiche nel linguaggio dei testi?
Beh, si tratta di cose teste diverse, visto che Edda scriveva quello che cantava. Il suo era un approccio più poetico, forse più visionario, anche se conteneva elementi in cui chiunque poteva facilmente identificarsi; adesso ci sembra che il “messaggio” sia più diretto e comprensibile, nonostante sia sempre filtrato attraverso le esperienze personali.
Quali pensate siano le vostre chance sul mercato?
Non ne abbiamo la minima idea, ma siamo convinti che c’è sempre bisogno di qualcuno che pensi prima alla sostanza e poi all’apparenza: è utile, insomma, che esistano minoranze in grado di contrastare in qualche modo il dominio della maggioranza. È ovvio, però, che non vogliamo diventare eroi che si immolano alla causa: gli eroi sono tutti morti, mentre noi vogliamo restare vivi e continuare a dire la nostra divertendoci. Siamo tranquilli in quanto consapevoli della nostra coerenza, e ad altri questa posizione dà fastidio: lo si voglia o no, i Ritmo Tribale sono la prova tangibile che è possibile andare avanti in modo dignitoso senza vendersi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.359 del 6 luglio 1999

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Categorie: interviste | 2 commenti

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2 pensieri su “Ritmo Tribale

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