Banda Ionica

Stavo per scrivere “ecco un altro di quei post che leggeranno in pochissimi”, ma ricordandomi di quanto accaduto con quello su Marisa Sannia… ho cambiato idea. Anche in questo caso, il campo è quello della canzone d‘autore legata alla tradizione e anche in questo caso il livello qualitativo è altissimo. Io vi ho avvisati, poi fate un po‘ voi.

Banda Ionica copMatri mia (Dunya-Felmay)
Il nome, in qualche modo, lo fa intuire: un progetto che affonda le sue radici nel fertile terreno delle tradizioni del Sud Italia, ma con una (naturale) tendenza al meticciato e alla contaminazione. Niente folclore da cartolina, comunque, e nemmeno stramberie messe lì per far scena: un discorso di rilettura delle radici, invece, quantomai rigoroso e colto, che non vuole però saperne né di sterili accademismi e né tantomeno di soluzioni di rottura, preferendo svilupparsi lungo traiettorie forse non propriamente lineari – in questi solchi, anzi, è di casa l’obliquità – ma non per questo meno sobrie, raffinate e affascinanti. Traiettorie ardite che si intersecano con la Canzone d’Autore (maiuscole, please) grazie anche ai contributi di ospiti quali Mauro Ermanno Giovanardi dei La Crus (inconfondibile, con la sua leggiadra solennità canora, in Come l’aria) e Vinicio Capossela, ombrosamente teatrale nella sofferta Santissima dei Naufragati; con l’universo latino nell’intensa e struggente Espinita, dove il microfono è affidato a El Mono Loco dei Macaco; con la chanson francaise sospesa tra ironia e dramma nella Raïssa interpretata con toni istrionici da Arthur H (a tratti sembra quasi di ascoltare una versione acustica dei Tuxedomoon con Winston Tong); con l’esplicito omaggio alla storia di Mi votu e mi rivotu, dove la bravissima Cristina Zavalloni (una carriera di tutto rispetto nell’ambito della musica contemporanea) veste metaforicamente, con autorevole personalità, i panni all’epoca indossati dall’immensa Rosa Balistreri.
Detto delle voci, c’è da dire della Banda Ionica: una banda nel senso convenzionale della parola (“Compagnia di suonatori di strumenti a fiato e a percussione”, per attenersi al dizionario) che ha come elementi-chiave Fabio Barovero dei Mau Mau, l’ormai obiquo trombettista Roy Paci e Josh Sanfelici; e che, dopo l’esordio di un paio di anni fa (il purtroppo poco propagandato Passione, peraltro più calligrafico nelle sue riletture di sonorità da processione), ha ora pensato di ampliare i propri orizzonti, senza ovviamente rinnegare le marce popolari (soprattutto sacre) che rimangono le fondamenta del suo originalissimo ordito espressivo. Strumentali quali l’allegro Giocondità, i sommessi Ombra sacra e S.S. Cristo alla colonna, il carezzevole E vui durmite ancora o il pirotecnico, cinematografico Lorenzo in Sicilia lo dimostrano senza timore di smentita.
Album straordinariamente profondo e vivo, Matri mia è un viaggio verso l’ultima frontiera del folk rivisitato, quella dove nessuno è forse mai giunto prima. Non stupitevi se, per definirlo, siamo seriamente tentati di scomodare il termine capolavoro.
Tratto da Mucchio Extra n.6 dell‘estate 2002

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