Banda Bassotti

Da questa intervista sono trascorsi oltre undici anni, e gli eterni ragazzi della Banda Bassotti sono ancora attivi, sul palco così come in sala di incisione. Nella circostanza, l‘incontro rientrava nel contesto di un ampio articolo sulla canzone di lotta, comprendente anche un‘ipotesi di discografia-basequest‘intervista a Claudio Lolli. Si condivida o meno il Credo politico del gruppo romano, la questione rimane interessante e – purtroppo o per fortuna? – attuale.
Banda Bassotti foto
Chiamata a raccolta
In occasione del terzo capitolo discografico della sua seconda vita, il primo distribuito dalla Extralabels/EMI, la Banda Bassotti ha voluto rendere omaggio alle proprie radici con diciassette canzoni di lotta internazionali, rilette con quel piglio tra il festoso e l’incazzato che del gruppo romano è forse il più inconfondibile marchio di fabbrica. Di Así es mi vida e di quel che gli è girato e gli gira attorno si è parlato nella sede della Gridalo Forte con il cantante Picchio, il chitarrista Sigaro e i due “teorici” (non musicisti) David e Guido: una conversazione come sempre vivace al limite del caotico ma non per questo povera di motivi di interesse, che in accordo con la complementarità dei discorsi ci sembra logico riportare senza specificare chi ha detto cosa.
Non si può evitare una prima domanda banalissima: come mai questo disco, e come mai adesso?
L’idea è venuta a Luca, un altro della Banda. Tutti noi avevamo avuto modo di ascoltare l’album omonimo de Les Motivés, un collettivo francese del quale fanno parte anche componenti degli Zebda: in scaletta ci sono anche Nicaragua Nicaraguita ed El paso del ebro… Insomma, il progetto ci è piaciuto, e quindi abbiamo pensato di provare a riproporlo alla nostra maniera, in chiave più rock. Il risultato è Así es mi vida, un tentativo di fermare su un disco le nostre radici.
Radici che, a quanto pare, sono più latinoamericane che anglosassoni: niente Woody Guthrie, niente Clash…
È vero, è una cosa della quale ci siamo resi conto in fase di selezione, ma alla fine abbiamo deciso di orientarci sui brani che più si prestavano alle nostre possibiità interpretative. In questo discorso, naturalmente, c’entra anche la lingua dei testi, e a voler essere sinceri noi non ce la caviamo granché bene con l’inglese; non è casuale che per i due brani irlandesi ci siamo rivolti a Chris Byrne, che è appunto irlandese. In fondo la Banda ha suonato soprattutto in Spagna, nei Paesi Baschi, in Sud America, e vorremmo andare a Cuba: i rapporti con la cultura latina sono molto più saldi. In realtà a Woody Guthrie tenevamo parecchio, ma proprio non ci è venuto in mente come poterlo rileggere… e lo stesso è accaduto con Ewan MacCall.
Però i Clash ci sarebbero stati splendidamente.
È vero, ma con questa bruttissima storia della morte di Joe Strummer non volevamo dare l’idea della speculazione. Tra l’altro lo avevamo persino contattato per cantare in quest’album, gli avevamo inviato il nostro materiale e ci eravamo anche conosciuti la scorsa estate a Tokyo: eravamo rimasti sorpresi, non tanto che avesse ascoltato i CD speditigli ma che ricordasse Carabina 30-30.
Insomma, il lavoro è stato molto meno facile di quanto, superficialmente, si potrebbe ritenere.
Sì, senz’altro. Di base volevamo almeno cinque/sei pezzi molto noti, e quindi di facile presa, come Guantanamera, Nicaragua Nicaraguita o El pueblo unido, mentre sul resto eravamo abbastanza elastici: basti pensare che abbiamo inciso Arbetlose Marsch, un pezzo in yiddish. Il problema era nella vastità del potenziale repertorio in cui pescare, nelle difficoltà di adattamento di cui si diceva prima e dei tempi tutto sommato strettini che avevamo fissato.
Con gli episodi più conosciuti non temevate un po’ i confronti?
Beh, senza dubbio sapevamo di metterci parecchio in gioco, visto che si trattava di canzoni per lo più proposte da numerosissimi altri gruppi o solisti.
Alcuni di questi pezzi fanno parte delle tradizioni popolari: non si può nemmeno esser certi di chi li abbia scritti, visto anche che ne esistono più versioni differenti.
E infatti anche per questo nel libretto abbiamo preferito pubblicare solo alcune note esplicative e lasciare fuori i testi. Per esempio, El paso del ebro esisteva addirittura con titoli diversi, e lo stesso vale per Figli dell’officina o Fischia il vento. Uno dei risvolti positivi è che, nel nostro piccolo, abbiamo reso giustizia ad alcuni autori: prendi El pueblo unido, che in Italia tutti credono composta dagli Inti Illimani e che invece è opera di Quilapayun.
Questo progetto era finalizzato essenzialmente a soddisfare un vostro desiderio, oppure intendevate anche compiere un’operazione culturale?
Ci interessava rispolverare la nostra storia e di farla conoscere in giro con l’approccio musicale di oggi, che poi è quello che più ci appartiene: lo ska, il rock… Un’iniezione di tradizioni, in ogni caso, non può far male, e del resto molte delle nostre cover non sono poi così stravolte: sono adattate e in qualche occasione attualizzate, dato che gli originali risalgono magari a oltre cinquant’anni fa.
Però non avete ancora finito di rispondere alla mia prima domanda: perché proprio ora?
È quello che ci hanno chiesto anche ai tempi di Figli della stessa rabbia, di Bella ciao o Avanzo de cantiere: perché queste canzoni, adesso? Riflettendoci su, non è che abbia poi tutta questa importanza: certi brani potevano andar bene dieci anni fa e con tutta probabilità – purtroppo – andranno ugualmente bene tra altri dieci. L’azzeramento della cultura è un processo che va avanti dal Dopoguerra, per cui qualsiasi momento sarebbe stato quello giusto per un disco così concepito.
Magari questo particolare periodo sembra più adatto di altri.
I protagonisti sono sempre i lavoratori, i comunisti: una razza che non si è affatto estinta, anche in TV non ce la fanno mai vedere. Gli operai e le bandiere rosse esistono ancora, checché se ne possa dire. Adesso il capitalismo sta andando forte, ma le lotte e la protesta sono ancora ben vivi.
Credo che la faccenda sia importante anche perché il vostro pubblico si è notevolmente ringiovanito: le nuove generazioni vanno educate, no?
Quel che dici è verissimo. Sai come lo abbiamo verificato l’abbassamento dell’età media dei nostri fan? Dal fatto che un sacco di ragazzi sono venuti a dirci di aver scaricato il nostro CD da Internet, una cosa che prima non stava né in cielo né in terra. I giovani, comunque, non sono necessariamente ignoranti: conoscono canzoni e melodie del passato anche remoto, come se facessero parte del loro DNA.
Come vi siete regolati nei confronti delle radici italiane?
Anche lì abbiamo ponderato parecchio, sebbene questo genere di sfida non fosse una novità: prima Luna rossa o Bella ciao, ora Stalingrado degli Stormy Six, la famosissima Fischia il vento e il canto di lotta Figli dell’officina, che risale agli anni ‘30.
E che era stata di recente interpretata, su disco, dai Modena City Ramblers: non vi seccava che avrebbero potuto accusarvi di “copiare”?
No, assolutamente: queste sono ormai canzoni di tutti e accuse del genere non avrebbero alcun senso. Non ce ne siamo preoccupati, così come non ci importava che El pueblo unido fosse finita anche nell’ultimo dei 99 Posse: abbiamo inciso quel che ci andava di incidere, senza curarci delle altre versioni già esistenti.
Di sicuro, un domani, altri registreranno vostre canzoni.
Ce lo auguriamo, perché vorrebbe significare che siamo riusciti a fare qualcosa di importante, a lasciare una traccia concreta della strada che abbiamo percorso. Figli della stessa rabbia, ad esempio, è una canzone di lotta, e come tale è patrimonio di tutti: non solo della Banda, che pure l’ha scritta e pubblicata per la prima volta. E All Are Equal For The Law la sento cantare a qualsiasi manifestazione, è come una Stalingrado.
Al di là del diversissimo approccio musicale, vedete qualche analogia tra la realtà della Banda Bassotti e quella degli Stormy Six?
Indiscutibilmente: l’intensità della risposta ai concerti è la stessa, anche perché il tipo di eccitazione provocata da un gruppo è diversa da quella causata da un cantautore. Con i cantautori l’identificazione avviene a livello personale, di singoli individui, mentre con la Banda o gli Stormy Six c’è e c’era una collettivizzazione di quel che significa trovarsi assieme a combattere per un principio. Siamo stati contenti che Franco Fabbri abbia apprezzato la nostra Stalingrado, dicendo che è come l’avrebbero suonata gli Stormy Six se fossero stati una band di oggi, con un background più rock e meno legate a quello che era la scena dei ‘70.
Vi sentite addosso la responsabilità di perpetuare una tradizione, di rappresentare un’esperienza aggregativa analoga a quelle degli Stormy Six o degli Area?
Noi apparteniamo a quella generazione che doveva essere di passaggio ma che di fatto non lo è stato: la repressione fisica e ideologica e le strage compiute dall’eroina ci hanno lasciati in pochi. Quindi, noi che siamo rimasti abbiamo il dovere di riannodare i fili tra la generazione precedente e quella successiva alla nostra, e una canzone può essere un valido strumento. Essendo mancato un tassello tra i ‘70 e i ‘90, non si deve essere troppo dogmatici, perché si rischia di non essere capiti: la musica, invece, può accendere uno stimolo. Gli anziani, come noi, devono mettere in campo idee più chiare e logiche, e i ragazzi devono essere disponibili a recepirle. Fortunatamente non mi pare di riscontrare, ai giorni nostri, il gap esistente nei ‘70 tra giovani antagonisti e Partito Comunista, quando noi pensavamo di correre verso chissà cosa e invece ci hanno segato le gambe. Adesso è preferibile ragionare, recuperare la nostra storia e cercare di chiamare a raccolta il maggior numero di persone possibile per andare avanti insieme, e Así es mi vida vorrebbe essere una tappa di questo processo. Con un orizzonte più ampio, però, rispetto alla sola situazione italiana, visto che la scaletta attinge nei serbatoi cultural-musicali di molti popoli.
Immagino che la scelta di farsi distribuire dalla Extralabels, e quindi dalla EMI, sia un aspetto della strategia tesa a ottenere sempre maggiore visibilità. Come si risolve la questione del gruppo antagonista alla corte di una multinazionale?
L’obiettivo era quello di avere una vetrina diversa, di ampliare il giro allo scopo di diffondere ancora meglio il messaggio; c’è inoltre da dire che conosciamo bene il discografico, oltretutto romano, che ci ha offerto il contratto. Abbiamo firmato un accordo di distribuzione per l’Italia che ci lascia la proprietà dei master e ci permette di vendere all’estero come Gridalo Forte; non è neppure troppo vincolante, visto che è di soli due album con un’opzione per un eventuale terzo. Ci interessa capire se il discorso della Banda possa essere recepito anche al di fuori del solito circuito, sfruttando le opportunità promozionali per noi impraticabili – pubblicità, singoli, video – di una struttura major. Il video de L’altra faccia dell’impero, prodotto dalla Gridalo Forte, è stato apprezzato dai responsabili delle TV musicali, ma tranne rari casi è stato ritenuto “non adatto per la programmazione”; quello di Guantanamera, che abbiamo appena finito di girare con la partecipazione di Valerio Mastandrea, ha ottime possibilità di essere ritenuto adatto. E se poi, nonostante Extralabels, non dovesse trasmetterlo nessuno, non ce ne importerebbe: avremmo almeno la certezza che non viene passato in quanto “video della Banda Bassotti”, e questo rafforzerebbe il nostro antagonismo. Un requisito del quale continuiamo a essere orgogliosi.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.534 del 20 maggio 2003

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