Cristina Donà (1999)

A brevissimo sarà in circolazione il nuovo album di Cristina Donà, Così vicini. Ha allora senso fare un salto nel passato, a quindici anni fa, quando la incontrai – era da poco uscito il secondo disco, Nido – per realizzare l‘intervista che qui ripropongo. La copertina del Mucchio fu inevitabile.

Cristina Donà fotoOggi ho imparato a volare
L’osservazione potrebbe magari non piacerle, ma a incontrarla di persona viene spontaneo rilevare che Cristina Donà non ha l’aria della cantautrice rock venuta dall’underground: la sua figura fa semmai pensare a un‘attrice drammatica, di quelle che “vivono” i ruoli così intensamente da apparire austere e impenetrabili. Di fronte a un giornalista mai incontrato fino a due ore prima, un registratore e una tazza di tè, la titolare di Tregua e Nido si rivela però simpatica e ben disposta al dialogo, nonostante il modo in cui pesa le parole e un pizzico di nervosismo sembrino denunciare antiche timidezze non del tutto esorcizzate; dimostrandosi comunque sicura di sé e del percorso intrapreso, come è forse logico che sia visti i consensi finora raccolti presso colleghi anche illustri, critica, pubblico e addetti ai lavori.
Pur mettendo entrambi in luce la tua forte personalità, Tregua e Nido sono piuttosto diversi. È cambiato qualcosa anche nei metodi operativi?
L’approccio alla scrittura è stato completamente differente: nella maggior parte dei casi sono partita da una melodia, o comunque da una struttura musicale, alla quale ho poi cercato di unire i testi, o gli spunti di testo, che avevo scritto al computer e sui miei blocchetti. Mi sono comportata in modo opposto rispetto a Tregua, e a parte la title track e un altro brano che ora non ricordo in Nido le parole sono nate prima della musica. Inoltre, ho dedicato molto più tempo al perfezionamento dei pezzi, sia per attenuare la “cripticità” di Tregua e sia per migliorare l’integrazione tra i due elementi delle canzoni: nel primo album i testi erano più o meno una cosa a sé stante appoggiata sugli accordi, mentre qui ho sentito l’esigenza di salire un altro gradino e imparare qualcosa di nuovo senza replicare ciò che, guidata solo dall’istinto, avevo fatto due anni e mezzo fa.
Si può parlare di perfezionismo?
Beh, io sono molto pignola. Esigo tantissimo da tutto ciò che faccio, e finché non raggiungo la percezione che il brano che sto realizzando mi soddisfa appieno è un vero disastro di convulsioni interne che trasmetto anche a tutti quelli che mi stanno attorno. A ben vedere, è stato più facile comporre che non farmi piacere davvero l’aspetto che aveva assunto quello che avevo composto.
Immagino che su questo questo processo abbiano influito le difficoltà incontrate in fase di produzione: inizialmente il lavoro era stato affidato a Mauro Pagani, mentre poi in console è ritornato Manuel Agnelli.
La mia idea originaria, che però non teneva conto del fatto che i due all’epoca non si conoscevano, era quella di una co-produzione tra Mauro e Manuel; ero intrigata dalla possibilità di affidarmi a Pagani, del quale adoravo l’impronta data a album come Creuza de Mä e Le nuvole di Fabrizio De Andrè, visto che mi stavo orientando verso soluzioni più acustiche e meno elettriche, ma ovviamente Manuel rappresentava una sicurezza.
E come hai risolto il problema?
Ho iniziato a lavorare con Mauro a febbraio, senza sapere bene se si trattasse di una reale pre-produzione o solo di prove. Dopo tre settimane abbiamo dovuto fermarci per ragioni pratiche, e da questa pausa è derivata la scoperta di un disaccordo sulla direzione da seguire: forse io ho avuto la colpa di non essere stato in grado di spiegargli cosa volessi esattamente, però è anche vero che la scelta di un produttore esperto come Pagani era dovuta anche alla necessità di avere al fianco qualcuno che mi chiarisse un po’ le idee. Così, dopo le prime session, Pagani ha deciso di chiamare in aiuto Manuel per districare la situazione, ma in seguito sono sorte altre questioni anche di carattere psicologico che lo hanno indotto ad abbandonare la nave. Non so se, alla fine, questo sia stato un bene o un male, ma so che Manuel ha portato con sè una ventata di razionalità: io di natura sono molto disorganizzata, e darmi troppo spazio può costare dispersioni. Manuel sa mettere i paletti nei punti giusti, e quindi è stato in grado di fornirmi proprio l’aiuto che mi occorreva; in più ci conosciamo da tempo, siamo coetanei, abbiamo gusti affini e proveniamo dalla stessa area musicale.
Cosa è rimasto, del lavoro con Mauro Pagani?
Soprattutto l’approccio generale ai suoni acustici e l’impostazione delle parti di batteria registrate all’inizio. Manuel non ha voluto toccare quelle basi perché evidentemente ha ritenuto che fossero interessanti, e anche Nido – il pezzo che dà il titolo all’album – è rimasta così come era stata concepita con Mauro.
Cambiamo argomento: che effetto ti fa, adesso, riascoltare il tuo album d’esordio?
È tantissimo che non lo sento. Non è un caso, ho deciso così proprio perche volevo evitare di fare paragoni.
Come te lo ricordi, allora?
Se mi passi il termine, molto grunge… e poi la voce è sempre sottile, mentre nelle canzoni di oggi le interpretazioni sono molto più varie. Comunque non ho ancora soddisfatto al 100% la mia voglia di sperimentare con il canto: ad esempio, non sono ancora riuscita a portare nei miei brani certe tonalità e certe sfumature che mi vengono invece naturalissime nelle cover.
Per le esecuzioni dal vivo i pezzi di Tregua hanno subito modifiche sostanziali?
Alla fine del tour le avevo riarrangiate in chiave più acustica, mentre nelle prime date le proponevo in modo quasi identico al disco: insomma, già da allora si avvertivano i sintomi di ciò che sarebbe successo dopo, al momento di dar vita al secondo album. È molto probabile che farò qualcosa di simile anche con Nido, nel senso che fra tre o quattro mesi mi stancherò delle strutture attuali e magari le indirizzerò verso altri lidi; in questo sarò di sicuro favorita dalla duttilità dei musicisti che mi accompagnano: il mio chitarrista, in particolare, ama molto più i ceselli alla Marc Ribot dei suoni potenti e rumorosi.
Una curiosità: sai spiegarmi la discrepanza esistente tra le tue foto che appaiono in copertina e nella pubblicità e i contenuti dell’album? Non vedo granché in comune tra i suoni ombrosi e sottilmente perversi di Nido – a parte quel paio di episodi di più ampio respiro melodico – e quegli scatti in cui ti presenti con un’immagine quasi da “fatalona da riviste patinate”.
In realtà il servizio fotografico è molto vario, con parecchie situazioni totalmente molto diverse tra loro. Una volta scelta l’immagine della copertina, con la poltrona pelosa che in qualche modo fa pensare a un nido, ci è sembrato logico utilizzarne una della stessa serie per le inserzioni pubblicitarie.
E perchè ti hanno decapitata?
L’idea è stata del grafico, e mi ha colpito subito soprattutto per la sua forza d’impatto. Tra l’altro c’è un legame con la foto del retro, dove sono abbastanza irriconoscibile per via di una parrucca rosa: mi piaceva riferirmi al concetto di travestimento, visto che nel disco convivono diverse personalità, e mi piaceva utilizzare qualcosa che creasse un po’ di “ambiguità” pur rappresentando una delle anime di Nido.
Mi stai dicendo, cioé, che esiste anche una Cristina Donà languida e sognante?
Secondo me, sì: episodi come Goccia, Volo in deltaplano o lo stesso Nido sono senza dubbio sognanti, anche se in essi è presente una vena romantica che in quelle foto non traspare. Però non bisogna dimenticare che c’è pure una Mangiauomo che, pur vantando una melodia onirica, ha un testo che si muove in tutt’altra direzione espressiva.
E qual è il filo conduttore che unisce tutte queste tue personalità?
Credo la naturalezza. Ho pensato parecchio al fatto che un album molto vario potesse disorientare l’ascoltatore, ma chiarito che la sua policromia di umori è assolutamente spontanea non ho voluto intervenire per “omogeneizzarlo”: anzi, i pezzi identificati come singoli sono stati “lavorati” in maniera leggermente differente, come sempre si usa, allo scopo di conferir loro un maggiore appeal radiofonico. Credo non ci sia nulla di male in un disco che, pur avendo un suo stile, risulta un po’ “schizofrenico”: ad esempio, sono incantata da uno come Beck, che sa saltare di atmosfera in atmosfera. Io confido molto nel pubblico italiano che ha voglia di ascoltare cose “strane”: non pretendo di essere l’unica a farle, ma sono naturalmente attratta dalle sfaccettature: gli album uguali dall’inizio alla fine mi annoiano.
Cristina Donà è un’artista “pop”?
Non penso di esserlo sul serio, anche se Nido più sembra più pop rispetto a Tregua. Il mio approccio alla scrittura è intenso, vario e a volte criptico, ma questo non significa che io possa e voglia essere solo un prodotto “di nicchia”. A parte il discorso delle vendite, che interessa a me e a chiunque altro faccia la mia stessa professione, il pop mi affascina così come mi affascina tutto ciò che arriva a tanta gente, a patto che non sia banale. Non so se sarò mai capace di essere “pop”: il mio primo esperimento in tal senso è Deliziosa abbondanza, dove ho elaborato una musica accattivante alla quale sono accostate liriche comprensibili ma nello stesso tempo taglienti.
Hai parlato di “professione”. Questo significa che quando qualcuno che non ti conosce ti domanda che lavoro fai tu rispondi senza esitare “musicista”?
Sì, seppure con un pizzico di imbarazzo. Di solito dico “cantante”, perché “musicista” mi sembra troppo serio. Poi, però, aggiungo che ho frequentato l’accademia, ho fatto decorazione, ho lavorato in teatro… forse non mi sono ancora abituata all’idea. Il problema del leggero imbarazzo, comunque, non si risolve, perchè quando dico “cantante” ho la netta impressione che il mio interlocutore si sforzi di immaginare che genere di cantante io sia…. magari una da night club… insomma, mi secca dovere in qualche modo spiegare cosa sono, o convincere chicchessia che il mio è un lavoro vero.
Il tuo vivere di musica è stato voluto e cercato, o è stato frutto di circostanze più o meno casuali?
Metà e metà, un po’ come tutte le cose della mia vita. Ho iniziato parallelamente ai lavori “normali” che facevo dopo aver finito la scuola: cantavo nei pub proponendo le canzoni che più mi piacevano; cantare mi fa sentire bene: canto sempre, anche a casa, è una specie di esercizio terapeutico. Poi, da un giorno all’altro, ho cominciato a scrivere cose mie, e nonostante non ci credessi tantissimo – i testi in italiano mi sembravano strani, visto che fino ad allora il mio repertorio era tutto in inglese – le ho fatte sentire a Manuel Agnelli, e quando lui mi ha detto che a suo parere erano belle quasi non riuscivo a crederci. Questo giudizio, che veniva da un artista di cui avevo e ho tuttora grande stima, mi ha confortato, e così sono andata avanti nella ricerca di un mio stile, rispetto sia al come e sia al cosa cantare.
La mia impressione è che tu canti principalmente per te stessa, e che non intendi sacrificare nulla per ottenere l’approvazione del pubblico.
I primi tempi, la filosofia era proprio questa: “io offro il mio modo di cantare, e quindi di essere, e se non piaccio, pazienza”. In seguito, accorgendomi che le cose funzionavano e che la gente era coinvolta da ciò che proponevo, non mi è stato più possibile ignorare il fatto di avere una mia audience. Comunque continuo a cercare di concentrarmi solo su me stessa, e di impegnarmi nel compiacere soprattutto me stessa. Credo dipenda dal mio rapporto personale con la musica: indipendentemente dall’esserne parte attiva o passiva, la musica mi fa provare sensazioni magiche, che non trovo in nessun altro ambito.
Secondo te, considerate le qualità e l’originalità di Tregua, cosa gli è mancato per raccogliere consensi più ampi? Mi risulta che le vendite siano state bassine.
Di sicuro le eventuali colpe non sono della stampa: le riviste hanno fatto tutto quello che potevano, e se sono arrivata a ottomila copie il merito è solo dei giornalisti. Forse è mancata la spinta di un video, che non è stato mai girato perché si era nel periodo a cavallo tra la trasformazione di VideoMusic e la nascita di MTV e quindi non si sapeva bene se sarebbe mai stato trasmesso. Anche il mancato appoggio delle radio è stato determinante in senso negativo, anche se non posso negare che i pezzi di Tregua fossero troppo difficili per le emittenti non rock.
Da Nido, però, ti aspetti qualcosa di più.
Sì, ma non voglio illudermi. Comunque sono presuntuosa al punto di ritenere che l’album meriti di uscire dai confini nazionali: ne sto infatti approntando un remake “da esportazione” cantato in inglese.
Sei sicura sia una buona idea? Di solito oltremanica non sono granché bendisposti verso i non anglofoni che cantano nella loro lingua.
Anche Robert Wyatt ha cercato di dissuadermi, dicendo però che il suono dell’italiano è bello e non deve essere cambiato. Io però voglio provarci lo stesso, magari proponendo i brani in entrambe le versioni per vedere cosa interessa di più.
Cosa ne pensi della definizione di “PJ Harvey italiana” che in molti ti hanno cucito addosso?
Stimo moltissimo PJ Harvey, e non ho difficoltà ad ammettere che le invidio il suo timbro così caldo. Il paragone non mi dispiace, ma non ci vedo poi così simili: anch’io sono abbastanza malinconica e notturna, ma nel complesso mi ritengo più solare: non mi risulta che P.J.Harvey abbia mai inciso nulla come Cibo estremo, Volevo essere altrove o Deliziosa abbondanza.
Non pensi che “l’effetto-Harvey” sia stato magari enfatizzato dalla produzione di Manuel, così ricca di spigoli vellutati?
Mi sembra strano, anche perché Manuel ha rispettato molto il lavoro di tutti noi e nel mio gruppo l’unico a conoscere bene PJ è il bassista. Io posso solo dire che, quando ho cominciato a delineare il mio mondo espressivo, non l’avevo mai ascoltata: l’ho fatto solo dopo che Cesare Malfatti dei La Crus mi ha detto che le somigliavo. Indubbiamente tra noi esistono affinità a livello di approccio e di atmosfere: in effetti un pezzo come Nido è piuttosto pjharveyano.
Altri, per inquadrarti, tirano in ballo Joni Mitchell.
Sono una sua grande fan, e ritengo che negli ultimi anni sia stata ingiustamente snobbata. Blue è un album che mi ha insegnato molto e qualche traccia della sua influenza è sicuramente rimasta, magari nei vocalizzi e nei falsetti. Peccato che io non sappia scrivere canzoni all’altezza delle sue.
Prima hai citato Wyatt, del quale hai interpretato Maryan, in coppia con Ginevra Di Marco, nel famoso tributo del C.P.I. The Different You. All’epoca eri già sua fan?
No, fino a due anni fa conoscevo solo Shleep e qualche altra cosina sparsa, ma dopo averlo incontrato di persona – nel 1997, al Salone della Musica di Torino – ne sono rimasta conquistata. Da lì in avanti mi sono dedicata alla scoperta della sua musica, della cui bellezza non smetto mai di sorprendermi.
E lui ha ora collaborato a Nido, donando a Goccia il suo inconfondibile tocco. Com’è andata?
Considerata la stima nei miei confronti dichiarata da Robert – aveva anche segnalato pubblicamente Tregua come uno dei suoi dischi preferiti del ‘97 – abbiamo pensato di inviargli un nastro per chiedergli un consiglio, un parere, che è poi spontaneamente diventato una bellissima partecipazione. Si è trattato di un contributo splendido non solo sul piano artistico ma anche su quello della disponibilità: pensa che, pur avendogli dedicato molto tempo, non ha voluto nessun compenso e ci ha tenuto a spiegare che la cosa non era vincolante, nel senso che non avremmo dovuto tenere nulla di ciò che lui aveva inciso se non ci fosse piaciuto.
Un’altra collaborazione è quella con Marco Parente, con il quale hai duettato in un brano del suo Testa, dì cuore.
Ho già sentito l’album una buona decina di volte, e lo trovo incredibile.
È senz’altro più inquietante di Nido.
Dici? A me sembra che scorra benissimo, mentre il mio disco mi sembra così complicato… La partecipazione di Marco a Brazil, con chitarra e cori, è simbolica, nel senso che quel pezzo è nato sulla scia di una serie di ascolti di musica brasiliana consigliatomi proprio da Marco. Sono stato felice di aver inciso con lui Senza voltarsi, anche perchè l’abbiamo lavorata parecchio assieme; non è stata la classica cosa da studio che si esaurisce in due ore – tipo “ecco quello che devi cantare” – ma il risultato di una vera e propria comunione. E infatti la sento molto, molto mia.

Un concentrato di sensibilità, grazia, classe e amore per il bello racchiusi in un buon metro e settantacinque di determinazione femminile: questa è Cristina Donà, o, meglio, la Cristina Donà che emerge dalla nostra lunga chiacchierata. Lo specchio fedele di una musica che, per il piacere di tutti noi, è ormai matura per uscire dal nido in cui è stata concepita e provare l’ebbrezza del volo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.377 del 14 dicembre 1999

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Categorie: interviste | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Cristina Donà (1999)

  1. giorgio

    Una disamina non positiva ma credo interessante…

    http://yesiamdrowning.tumblr.com/post/100001882147/cosi-lontana-cosi-vicino

  2. Non ho capito mica bene… in che modo il marito di Cristina potrebbe avere peso sulla sua vicenda artistica, e soprattutto sul mio volerne scrivere?

  3. Antadaunpo...

    Che poi…
    si sa…
    lei è la moglie di…
    quindi…
    va bhè…
    boh…

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