Yo Yo Mundi

Da sempre dediti a un sound nel quale il folk-rock si lega a una spiccata vena combat e alla canzone d‘autore, gli Yo Yo Mundi sono ormai un nome storico – il loro primo album, La diserzione degli animali del circo, risale al 1994: quindi vent’anni tondi di carriera ufficiale – della nostra scena cosiddetta alternativa. Recupero con piacere dall‘archivio questa intervista relativa al terzo CD L‘impazienza, per il quale la band di Acqui Terme ebbe un testimonial d‘eccezione, Ivano Fossati.
Yo Yo Mundi foto
Canzoni di fughe e di speranze
Il quartiere romano Prati, specie nelle vicinanze della RAI, pullula di ristorantini a gestione familiare dove, a un prezzo oltretutto equo, è possibile gustare autentiche prelibatezze. Proprio la tavola imbandita sul marciapiede davanti a uno di questi locali, ingombra di piatti vuotati con notevole rapidità, ha fatto da scenario all’intervista a seguire, che ha avuto come primattore il cantante/chitarrista Paolo Archetti Maestri e come “spalle” tutti gli altri Yo Yo Mundi: il batterista Eugenio Merico, il bassista Andrea Cavalieri, il fisarmonicista/addetto ai campionamenti Fabio Martino e il chitarrista Fabrizio Barale.
Confrontando L’impazienza con i dischi precedenti si riceve l’impressione che gli Yo Yo Mundi abbiano voluto smussare qualche spigolo, magari con il legittimo intento di allargare la propria audience.
Non è che ci siamo stancati di essere un gruppo “di nicchia”, ma abbiamo pensato che non c’era nulla di male a utilizzare tutte le frecce del nostro arco. In questo, paradossalmente, siamo stati aiutati dai tre anni trascorsi da Percorsi di musica sghemba: abbiamo potuto lavorare su una cinquantina di canzoni che si sono ridotte prima a trenta e poi alle dieci finite su L’impazienza: a queste si è poi aggiunto lo splendido regalo di Ivano Fossati, che ha scritto per noi Il Sud e il Nord. Il fatto di avere avuto più tempo a disposizione, anche in studio, ci ha consentito di dedicare al disco un’attenzione sicuramente maggiore rispetto al passato.
Comunque la lunga pausa non era stata pianificata: mi sembra che in mezzo ci sia anche un album “perduto”.
C’era solo un’ipotesi di album, Viaggio immobile, che sarebbe dovuto essere un quasi-concept a proposito di ”viaggi immobili di luce”, cioé non compiuti fisicamente ma con la fantasia, la fede, il desiderio o il sogno, e “viaggi immobili di buio”, effettuati con il corpo ma per non andare in realtà da nessuna parte. Alcune delle canzoni, anche se trasformate, sono finite ne L’impazienza, come Viaggio intorno alla mia stanza e L’uomo che aveva catturato il senso del tempo; in generale, l’idea era quella di un disco più diretto e meno introverso di Percorsi di musica sghemba, anche se sempre “impegnato” nelle liriche.
Comunque, L’impazienza è più levigato e “studiato”.
Se il termine di raffronto è la “musica sghemba”, che per definizione doveva essere suonata in presa diretta e fondata sulla spontaneità, non hai affatto torto, ma non bisogna dimenticare che La diserzione degli animali del circo, soprattutto nei pezzi prodotti da Gianni Maroccolo, era più calibrato. In questo caso l’obiettivo era realizzare un album dove fossero rappresentate un po’ tutte le anime degli Yo Yo Mundi, che poi, a ben vedere, sono sempre la stessa anima mossa da energie e interessi differenti.
A questo punto, vista anche la citazione di prima, non ti risparmio la scontatissima domanda su Ivano Fossati.
Non possiamo parlarne senza nominare Beppe Quirici, che abbiamo conosciuto qualche anno fa al Festival della Canzone d’Autore di Recanati e con il quale abbiamo da subito stretto amicizia: è stato lui, infatti, a farci conoscere Ivano, un musicista e autore che ci coinvolge moltissimo da sempre, come dimostra il fatto che interpretavamo dal vivo la sua Terra dove andare da molto prima di registrarla per il CD-tributo I disertori. Una volta stabilito il contatto gli abbiamo proposto di fare qualcosa assieme, e lui ci ha risposto di essere sicuro che prima o poi qualcosa sarebbe successo; così, favoriti anche dalla vicinanza tra il Piemonte e la Liguria, ci siamo frequentati per un po’, chiacchierando di qualunque argomento compresa l’amarezza della vita politica italiana. Dopo una decina di giorni dall’ultimo incontro ci ha chiamati dicendo di avere una canzone per noi, e ci piace sapere che Il Sud e il Nord è stato scritto su misura per noi e generato dai nostri rapporti. Inciderlo assieme è venuto naturale, così come affidarne la produzione a Beppe Quirici e avvalersi dell’esperienza di Beppe anche per i due brani che abbiamo identificato come “singoli”, cioé la title track e Estasi o delirio.
Due brani, se permettete, piuttosto orecchiabili, come anche In bilico.
Sì, ma non bisogna pensare male. L’impazienza è nata come ballata voce e chitarra, non saremmo mai in grado di costruire a tavolino un pezzo per le radio. In bilico, invece, è stata composta come filastrocca dedicata ai nostri amici della Sardegna, ma sentito il risultato finale si è addirittura acceso un dibattito interno se escluderla o meno dalla scaletta; però devo ammettere che ci siamo divertiti, tenendo un tempo quasi dance e utilizzando campionamenti strani.
Ecco, i campionamenti sono un’altra novità.
Sì, almeno su disco, ma non c’è niente di troppo sconvolgente: ci siamo per lo più limitati a campionare noi stessi, in modo un po’ ironico e un po’ caldo, aggiungendo colori alla nostra musica senza per questo snaturarne l’essenza.
Secondo voi, L’impazienza ha le carte in regola per conquistare un platea più consistente di quello che avete avuto fino a oggi?
Senza dubbio le persone che ci seguono in concerto sono molto più numerose di quanto non dicano le cifre di vendita, ma al di là di questo crediamo di sì: L’impazienza ha una apertura alare più ampia e riesce a presentarci in modo più completo e forse interessante di ogni altro nostro album. Un dato significativo è che il pubblico degli Yo Yo Mundi, estremamente eterogeneo, comprende anche parecchi giovani, segno evidente che non è vero che i quindici/sedicenni ascoltano solo Backstreet Boys e Spice Girls: vuol dire che continuano a esserci ragazzi che sentono il bisogno di ribellarsi all’imperante plastificazione. Magari non tutti capiscono appieno i riferimenti e la filosofia delle liriche, ma – a dispetto di quel che ritengono vari discografici – le nostre canzoni possono essere godute anche solo in virtù del loro impatto fisico e/o melodico, senza bisogno di conoscerne tutti i retroscena “culturali”.
La vostra indole combat, in ogni caso, non è andata perduta.
Prima, accennando alla situazione politica nazionale, mi riferivo soprattutto al clima di intolleranza che si respira in molte zone del Nord. Ti faccio un esempio a dir poco mostruoso: davanti al palazzo del nostro Comune c’è una bandiera che il governo cittadino, naturalmente della Lega, ha collocato a mezz’asta non per ragioni pacifiste ma in segno di lutto e solidarietà nei confronti dei fratelli serbi che si vogliono autodeterminare; non tutti, poi, sanno che poco prima che iniziassero i bombardamenti alcuni parlamentari leghisti sono partiti per regalare la bandiera della cosiddetta Padania a rappresentanti del governo serbo: come a dire che, per loro, i serbi “autodeterminatisi” nel modo che sappiamo rimangono comunque dei fratelli. Di fronte a realtà del genere ci sentiamo in trincea, così come confermiamo costantemente, e in modo concreto, il nostro impegno a favore dell’ambiente e degli animali.
Immagino che in tale chiave vada letto anche l’omaggio a Gigi Meroni, il calciatore del Torino dei ‘60 che per vari aspetti è una specie di simbolo “alternativo”.
Sì, ma non solo. Tra le ispirazioni di Chi si ricorda di Gigi Meroni? ci sono l’amore per certa letteratura sudamericana che racconta anche di calcio e la passione per scrittori sportivi italiani come Gian Paolo Ormezzano, Darwin Pastorin e Marco Bonetto. A dare il “la” è stato La farfalla granata, biografia di Gigi Meroni scritta da Nando dalla Chiesa, dalla quale emerge la figura di un personaggio del tutto fuori dagli schemi. Meroni, per l’Italia bigotta e provinciale degli anni ‘60, era una specie di spina nel fianco: viveva con una divorziata, venne escluso dalla Nazionale perché portava capelli e barba lunghi e creò quasi un incidente diplomatico per un complimento fatto in Belgio alla principessa Paola di Liegi. Pensa che, per prendere in giro la chiusura mentale della società dell’epoca, girava con una gallina al guinzaglio.
Un’ultima domanda: sogni nel cassetto?
Uno, ma è proprio un sogno: ci piacerebbe, per l’Italia, essere una specie di equivalente di Jean-Marc Bosman (il calciatore belga che, all’inizio dei ‘90, fece stabilire il principio della libera circolazione dei giocatori comunitari, NdI), visto che per quanto riguarda i contratti discografici questa fatidica Europa Unita, in pratica, non esiste. Come tanti altri, ogni volta che ci siamo esibiti all’estero abbiamo riscosso consensi e siamo riusciti a comunicare, e dunque troviamo ingiusto che le case discografiche nostrane vincolino i loro artisti per il mondo intero quando in realtà tutto si gioca solo all’interno dei nostri confini. Perché, almeno in ambito “alternativo”, nessuno si impegna sul serio per diffondere le proposte autoctone anche all’estero? Oppure, in alternativa, perché non lasciare che i gruppi siano liberi di cercare delle possibilità anche piccole in altri paesi, incrementando in tal modo il loro bagaglio di vendite e soprattutto di preziose esperienze?
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.354 del 1 giugno 1999

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Categorie: interviste | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Yo Yo Mundi

  1. Gian Luigi Bona

    Sto recuperando i dischi dei miei quasi vicini di casa Yo Yo Mundi e ovviamente L’Ultima Thule è il primo blog (visto che quasi tutti gli artisti italiani li ho conosciuti grazie a Federico Guglielmi) su cui sono andato.
    Ovviamente ho subito pensato ai discografici illuminati che c’erano in Italia e l’assoluta incapacità o mancanza di interesse nel promuovere la nostra musica all’estero. Ovviamente la questione è molto complessa ma comunque resta una questione molto triste.
    Grazie a Federico per lo spazio.

  2. Yuri Buccino

    L’ha ribloggato su Appunti Scomodie ha commentato:
    Recensione di Federico Guglielmi. Da Il Mucchio Selvaggio del 1999.

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