Joe Jackson

Fino a non troppi anni fa, tutti i miei primi articoli – dal 1979 al 1985/86, grossomodo – erano da me classificati alla voce “peccati di gioventù”. Non li rinnegavo, perché al di là dell‘affetto è proprio ad essi – per questioni di sostanza e non di forma – che devo in larga parte le mie (cosiddette) fortune nel giornalismo musicale, ma certo provavo nei loro confronti un certo imbarazzo. Erano e restano pezzi ingenui, legnosi e superficiali, e rileggerli con il senno di poi mi suscita un certo raccapriccio… ma era un altro mondo, e io ero un ragazzino privo di esperienza e di insegnanti che senza saperlo si stava inventando una professionalità. Alla fine, in tempi più recenti, ho fatto pace con il mio passato, tant‘è che non mi faccio alcuno scrupolo a recuperare, qui e altrove, materiale giurassico.
All‘epoca di questa intervista, la mia terza in assoluto dopo quelle a Devo e Lene Lovich, non avevo ancora vent‘anni e Joe Jackson passava per non essere un tipo facilissimo con cui confrontarsi. Me la cavai, credo, dignitosamente, riuscendo anche a fotografarlo con una copia del Mucchio e a farmici ritrarre assieme (lui sempre con il Mucchio in mano, io con l‘edizione limitata in cinque 45 giri di I‘m The Man). La conversazione è volutamente molto “botta e risposta”, perché con una sola pagina disponibile non c’era da scialare, ed è per forza di cose legata all‘attualità di quei giorni: se non c‘eravate, non potete avere idea di quanto, a cavallo fra i ‘70 e gli ‘80, si parlasse di reggae.

Jackson fotoJoe Jackson è un personaggio nuovo nel panorama musicale. Il suo esordio nel mondo discografico risale infatti all‘inizio del 1979 con l‘album Look Sharp!, che in breve ha raggiunto negli States l‘ambito traguardo del disco d‘oro. Questa prima prova su vinile è senza dubbio valida sotto ogni aspetto: molto evidenti sono le influenze esercitate sull‘artista dal reggae, che emergono soprattutto in brani come Sunday Papers o Fools In Love, ma che sono facilmente avvertibili in quasi tutti i pezzi. Nativo di Portsmouth, nebbiosa città marittima inglese, Joe non ha subito ottenuto in patria il successo che meritava: per lui la fortuna è arrivata prima negli USA, grazie alla A&M che ha saputo valorizzare al meglio le buone vibrazioni da lui proposte.
Pochi mesi dopo l‘uscita di Look Sharp!, Joe Jackson (voce, piano, armonica e melodica), Gary Sanford (chitarra), Graham Maby (basso) e Dave Houghton (batteria) hanno ora sfornato il secondo album, I‘m The Man, che mette in luce un sensibile miglioramento dal punto di vista tecnico ma denota anche una rinuncia a certi esperimenti precedentemente tentati. Il sound, ispirato da atmosfere tipiche dei Sixties e ovviamente dal reggae (anche se in modo meno evidente del precedente LP), è comunque di ottima fattura, facile all‘ascolto, ricco di tutte quelle caratteristiche che ne fanno un prodotto di largo consumo. ll disco è stato bene accolto anche in Gran Bretagna, a ribadire l‘importanza che il nome di Joe Jackson sta assumendo nei circuiti rock di tutto il mondo. L‘incontro con Joe avviene in una saletta appositamente attrezzata dalla CBS, che si occupa della distribuzione nel nostro paese dei prodotti A&M.
Mi piacerebbe sapere qualcosa sulle tue prime esperienze nella musica.
La mia è una storia simile a tante altre. Ho iniziato a suonare il piano nei pub a sedici anni, formando piccole band che proponevano riedizioni di brani di successo e che solo talvolta si azzardavano a interpretare materiale proprio. Poi, col passare del tempo… Ho fatto molte altre cose, ma nessuna così particolare da meritare di essere raccontata.
Quali sono le tue ispirazioni e influenze?
Qualsiasi cosa ben fatta. Probabilmente il reggae è molto importante, e anche la musica degli anni ‘60.
Secondo te perché il reggae ha tanto successo?
Non credo si possa parlare di successo vero e proprio. Il reggae riscuote molti consensi soprattutto in Inghilterra, ma solo fra le persone realmente interessate a ogni forma di musica, e quindi fra chi suona. Solo alcuni hanno ottenuto una risposta di massa da parte del pubblico, ed è proprio grazie a gente come Bob Marley e Peter Tosh che la musica giamaicana si va affermando sempre di più.
Quanto i musicisti siano interessati al reggae lo si può capire dal gran numero di gruppi bianchi che eseguono rock con forti influenze della musica dei rasta: Police, Clash, Members…
Nella new wave i musicisti bianchi sono sempre alla ricerca di nuove ispirazioni, ed è quindi naturale che cerchino di assimilare il reggae, che, almeno per loro, è una novità. Parecchi gruppi suonano reggae solo perché si divertono a farlo, pochi credono realmente negli ideali dei rasta.
C‘è chi dice che i punk siano gli unici bianchi ad aver la “carica” necessaria per suonare del buon reggae.
Penso che solo i musicisti neri, e soprattutto i giamaicani, possano proporre vero reggae. D‘altro canto, molte band bianche riescono ottimamente a suonarlo in modo nuovo, diverso. Ad esempio, apprezzo molto il reggae dei Public Image LTD, che è veramente originale e interessante.
Oltre, ovviamente, al reggae, che tipi di musica preferisci?
Cerco di sentire un po‘ di tutto, se non altro per avere un‘idea di ciò che succede.
Quindi segui anche la scena new wave.
Certo. Mi piacciono molto Clash, Jam, Talking Heads, perché riescono sempre a proporre musica di altissimo livello.
Molti critici ti accostano a Graham Parker, Elvis Costello, Nick Lowe…
Chiunque può essere paragonato a molti altri. Penso di avere qualcosa in comune con loro, come di non avere nulla in comune con altri; tutti noi siamo simili e contemporaneamente diversi dall‘altra gente, non solo in senso musicale.
Dammi allora una definizione per la tua musica.
Joe Jackson rock‘n‘roll. Un nuovo tipo di rock‘n‘roll.
Con il tuo primo album ha ottenuto il successo prima in USA e poi in UK. Secondo te per quale motivo?
In Gran Bretagna si parlava bene di noi, la gente veniva volentieri a vederci suonare, ma mancava un prodotto discografico. L’album è uscito prima in America, e lì hanno capito subito che si trattava di una cosa nuova. Comunque adesso le cose vanno bene anche in Inghilterra.
Come musicista ti senti più inglese o americano?
Assolutamente inglese.
Il tuo secondo LP è la logica continuazione del primo ed è tecnicamente più evoluto. Nel tuo prossimo album intendi proseguire su questa stessa linea o pensi di apportare qualche cambiamento radicale?
Il prossimo disco sarà molto diverso dagli altri, in molti modi differenti. Anche il tipo di produzione cambierà. In tanti ci dicono che dal vivo rendiamo molto meglio che su vinile, e io sono d‘accordo: sul palco riusciamo a sviluppare una grinta difficilmente riproducibile in studio. Così, forse, il prossimo LP sarà una miscela delle due cose.
Verrai a suonare in Italia?
Sì, penso che quest‘estate, durante il mio tour, farò qualche data nel vostro paese.
Un‘ultima domanda: qualcuno afferma che tu, musicalmente parlando, sia un fenomeno. Pensi di esserlo anche come persona?
Non saprei, ma credo di essere senz‘altro differente dagli altri, in qualche maniera. I‘m the man!
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.28 del marzo 1980Jackson foto 2

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Categorie: interviste | Tag: , | 2 commenti

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2 pensieri su “Joe Jackson

  1. Country Boy

    vero, li reggae benissimo (di quanto si parlasse io boh, ma quanto si diffondesse nell’etere io ricordo bene. a cavallo dei ’70 e degli ’80 i shot the sheriff un tormento peggio di furia a cavallo del west)

  2. Bellissima. Non credo proprio che la tua scrittura fosse legnosa e superficiale… Anzi per l’età che avevi (e che dimostri in questa fantastica foto!) e’ una lettura che non risente per niente dei 34 anni passati.

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