Yann Tiersen

Nello scorso luglio, all’Auditorium Parco della Musica, ho assistito a un bel concerto di Yann Tiersen, artista che apprezzo e ammiro praticamente da sempre. Già allora volevo recuperare un mio vecchio scritto su di lui, ma al dunque me ne sono dimenticato. Lo faccio ora, con questa recensione di uno splendido live parigino.

Tiersen copC’était ici (Labels)
Dalle nostre parti Yann Tiersen non è esattamente una star, anche se la sua popolarità ha certo beneficiato della (deliziosa) colonna sonora del (delizioso) film è Il favoloso mondo di Amelie. A cercare di affermarne il nome, dando alle stampe l’ottimo Le phare, si impegnò quattro anni fa anche il mai dimenticato Consorzio Produttori Indipendenti, ma senza grande fortuna: comprensibile, considerato come il Nostro abbia poco a che spartire tanto con il rock quanto con il pop, preferendo sviluppare la sua Arte – perché di questo si tratta – in uno strano e affascinante ibrido tra folk, avanguardia e musica classica, dove l’approccio colto – sottolineato dalla frequente rinuncia al canto – è spesso sdrammatizzato dall’uso di “strumenti” assai poco convenzionali.
A emergere da questo doppio album tratto da tre concerti parigini dello scorso febbraio, occasione di riepilogo e nel contempo celebrazione di una carriera encomiabile per coerenza e risultati, è comunque l’anima seria (ma mai seriosa) del musicista bretone, che attraverso ventinove episodi esalta le sue doti di compositore ricercato ma anche legato a un’espressività immediata, di pianista (e violinista, e fisarmonicista, e altro ancora) rigoroso ma all’occorrenza imprevedibile, di entertainer abile nel destreggiarsi tra avvolgenti, toccanti malinconie e atmosfere più scanzonate se non addirittura giocose. E il viaggio da lui proposto tra elaborate orchestrazioni e riferimenti celtici (a tratti sembra quasi affiorare la magia di Alan Stivell), in un suggestivo avvicendarsi di ritmi, armonie e poche voci (dei dieci brani cantati, il Nostro tiene per sè solo La terrasse e la cover di La noiyee di Serge Gainsbourg, affidando gli altri otto a Claire Pichet e Christian Quermalet del suo gruppo e a ospiti come Dominique A e Lisa Germano), si rivela quantomai suggestivo e vivace, suscitando ammirato stupore e raggiungendo in più di una circostanza gli angoli più remoti del cuore. Un po’ Michael Nyman e un po’ Goran Bregovic (ma con le tradizioni transalpine al posto di quelle balcaniche), Yann Tiersen è forse il più bel regalo che possiate farvi per l’imminente natale. Dolendovi per non esservi trovati nella capitale francese per queste tre splendide serate alla Cité de la musique, dove le lacrime di commozione si mischiavano a quelle di gioia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.512 del 3 dicembre 2002

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Categorie: recensioni | Tag: , , | 1 commento

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Un pensiero su “Yann Tiersen

  1. Country Boy

    (dopo che hai letto per favore cancella: ti ho ficcato troppi commenti, e questo è solo uno sfogo liberatorio)
    Oggi come oggi si può ancor più legittimamente affiancare Yann Tiersen a Nyman ma ancor più a Max Richter, Arvo Part perfino. Uhm, già ma occorre un nome per la sponda musicale che 12 anni fa tu rappresentasti con il famigerato Bregovich strombazzante e superficiale musicazzone, inquinatore e malpropagatore del suono semplice ebbro e sincero dei balcani: molto ma molto meglio Kusturica stesso e per conto suo con la no smoking orchestra! Forse andrebbe bene citare Mihaly Vig, quello dei films di Bela Tarr, ma ci sono senz’altro altri che ora mi sfuggono, sempre a che fare con il cinema nobile e/o emarginato… piuttosto che affiancarlo a quel goran pieraccionich (ma vada affabanda con gli osiris et similia nostranezze) il grande Artista e Musicista Yann Tiersen io lo affianco a

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