Tim Buckley

Ere geologiche fa mi capitò di scrivere per “Velvet” un breve articolo su Tim Buckley, diviso in due parti: una generale di considerazioni a proposito dell‘artista e una dedicata alla sua produzione discografica, che ancora non comprendeva alcun lavoro postumo. È quest‘ultima, concepita come una “guida minima”, a essere qui recuperata, identica a come la scrissi un quarto di secolo fa. Più che certe soluzioni di prosa un po‘ allucinate e la retoricissima conclusione, ci terrei a sottolineare le minchiate scritte a proposito del supporto CD: perché al tempo, chi c‘era lo ricorderà, credevamo tutti che il compact avesse quelle prerogative.

Tim Buckley fotoSongs of the magician
Le sue canzoni sono squisitamente equilibrate: tenui, elaborati mosaici di potente suono elettrico, posseggono la magia degli acquerelli giapponesi. La voce, incisiva e ricca di energia e carattere, può librarsi in aria pur rimanendo soffice e delicata. Questo è Tim Buckley”. Così recita, con enfasi tutt’altro che ingiustificata, la presentazione del primo, omonimo album di Tim Buckley: un esordio sicuramente istintivo e naïf nell‘approccio compositivo, eppure già aperto a soluzioni inconsuete, che afferma prepotentemente come Buckley sia un “cantautore” diverso da qualunque altro. Tim Buckley (Elektra, 1966) è una raccolta di aggraziate ballad chitarristiche, comunque dotate di carisma e personalità non comuni: canzoni estatiche, intrise di malinconica solennità, che ipnotizzano con le loro armonie semplici e suggestive, da Valentine Melody a Song For Jaine, dalla rarefatta Song Slowly Song alla stupenda Aren‘t You The Girl”, prima pacata e poi via via più trascinante. Fiore all°occhiello le liriche, in prevalenza opera del poeta Larry Beckett, e le intuizioni alla sei corde di Lee Underwood, già da ora inseparabile compagno del Nostro.
Le inclinazioni “sperimentali” abbozzate in Tim Buckley si concretizzano in modo più esplicito – senza privare però i brani del loro impatto melodico – nel successivo Goodbye And Hello del 1967, uno dei dischi più originali, ispirati e affascinanti degli anni Sessanta. Una pietra miliare nella quale Tim, assai più abile nell‘uso della sua poliedrica voce, concepisce affreschi visionari di sorprendente intensità: serva da esempio la lunga, allucinata title track, che con i suoi sei “momenti” sonori è – pur non pagando alcun tributo alla psichedelia tradizionalmente intesa – un inno lisergico di incredibile forza; e a confermare l‘immenso valore dell‘album bastino No Man Can Find The War, Hallucinations, Pleasant Street e la meravigliosa Phantasmagoria In Two, disillusa preghiera alla persona amata di cercare di ricostruire un sentimento perduto. Una gemma di stordente luminosità, un “masterpiece” evocativo segnato ancora una volta, sotto il profilo dei bellissimi testi, dalla coppia Buckley/Beckett. Se Goodbye And Hello, nonostante le innegabili bizzarrie di interpretazione e arrangiamento, ha ancora un aspetto tutto sommato “convenzionale”, Happy Sad del l968 è un ulteriore passo verso una nuova, rivoluzionaria concezione musicale, struggentemente introversa e ripiegata su sé stessa. Soltanto sei episodi dai suoni liquidi e dalle atmosfere sommesse, contrappunti jazzistici e umori blues, disagio esistenziale elevato a poesia e trasposto in canzone. Buzzin‘ Fly e Dream Letter sono fantastiche, ma Gypsy Woman – dodici minuti e diciannove secondi di delirio percussivo, richiami ancestrali e convulsioni canore, è leggenda.
Blue Afternoon, edito dalla Straight un anno più tardi (e prodotto in studio dallo stesso Tim), è invece la perfetta sintesi dei suoi tre predecessori: la freschezza di Tim Buckley, la magia di Goodbye And Hello e il misticismo di Happy Sad fusi in un unico caleidoscopio di emozioni, nel riuscito tentativo di spingersi oltre mantenendosi ugualmente diretto, la ricerca e l‘immediatezza di comunicazione sposati in un‘arte sonora che raggiunge i recessi più intimi e oscuri della mente e del cuore. I concetti di Blue Afternoon, espressi però in forma ancor più estremista, si ritrovano in Starsailor del 1971, nel quale – assieme ad altre perle immortali – è contenuta quella Song To The Siren tanto efficacemente rielaborata dai This Mortal Coil una manciata di anni orsono. La voce è ormai uno strumento in più, capace di restringersi ed estendersi al di là di ogni previsione, intrecciando trame mai udite. Ed è quantomeno singolare che Lorca – pubblicato dalla Elektra nel 1970 – fosse stato registrato addirittura prima di Blue Afternoon, perché è proprio in esso che il progetto di Tim Buckley raggiunge lo stadio più elevato, annullando i suoi singoli elementi e risorgendo in una musica totale che altro non è se non un flusso di astruse proiezioni inconsce, un‘emorragia di frustrazioni e desideri repressi trasfigurata in litanie ipnotiche, contorte, striscianti. Un viaggio onirico.
Poco da dire, infine, dell‘ultimo Buckley: Greetings From L.A. (Warner Bros, 1972), l‘unico a non avere il volto dell’autore effigiato in copertina, e rock/rhythm‘n‘blues ricco di lustrini ma povero di sostanza (se si eccettua Hong Kong Bar, che avrebbe potuto far parte di Blue Afternoon o Starsailor), come del resto il gradevole ma sovrarrangiato Sefronia (Discreet, 1973) e il pessimo Look At The Fool (Discreet, 1974), un vero pasticcio di violini, fiati e cori femminili con qualche isolata stranezza pseudo-zappiana. Il destino, pietoso e crudele assieme, non permetterà repliche di tanto scempio. Quasi tutti gli album di Tim Buckley – tranne, almeno al momento, il primo, Lorca e Look At The Fool – sono ora disponibili in indistruttibile CD, per continuare a resistere – ora anche nella riproduzione, e non soltanto nei contenuti – agli oltraggi del tempo. Goodbye And Hello, Blue Afternoon e Starsailor sono gli imperdibili, e di Happy Sad, Tim Buckley e Lorca sarebbe insensato fare a meno. Sul resto, si stenda un velo: il vero Tim Buckley ha interrotto con Starsaílor il suo soggiorno terrestre ed ora viaggia, finalmente libero da ogni legame, nell‘infinito.
Tratto da Velvet n.15 del dicembre 1989

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2 pensieri su “Tim Buckley

  1. Country Boy

    A me che piacciono molto ad esempio le cose minori e tarde di Curtis Mayfield, le cose più colorite, fastose e festose di Dr.John e co. di New Orleans, intriga molto Look at the fool, anche se artisticamente è nulla. Rientra pienamente nell’ambito di quei dischi che mi fanno sentire come fossi in una casa rurale dei cartoni animati degli anni trenta, ricca di chincaglierie pacchiane allegramente agitate e sbuffanti.

  2. Massimo Sarno

    Quando ascolto la musica che mi piace non faccio molto caso alle etichette; resta il fatto che la mia prima passione è il jazz, essenzialmente per la sua natura di linguaggio libero dalle costrizioni e dalle accademie. Nell’ambito del pop Tim Buckley è uno degli artisti che amo di più , proprio per la sua capacità di attraversare le barriere tra generi e di sublimare i moti del suo animo in una forma artisticamente inattaccabile. Trovo disdicevole che dischi di un artista così immenso , come STARSAILOR, non siano disponibili sul mercato dei CD se non a prezzi proibitivi.

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