Massimo Volume

La varietà del mio archivio continua a sorprendermi più della sua vastità. Non passa infatti settimana senza che mi trovi a pensare “ma è possibile che non abbia ancora recuperato nulla su… (nome a caso)?”. È accaduto anche con i Massimo Volume, dei quali ho scritto parecchio senza che ne “L’ultima Thule” – escludendo la recensione del disco degli El Muniria – ce ne fosse però, finora traccia. Rimedio allora con questa lunga intervista a Emidio Clementi, risalente a quindici anni fa: i giorni erano quelli che precedevano l‘uscita di Club privé, ultimo lavoro prima che la band bolognese optasse per un ritiro dalle scene rivelatosi poi temporaneo.

Massimo Volume fotoComunicazioni non convenzionali
È fin troppo facile, limitandosi all’ascolto di un qualsiasi disco dei Massimo Volume, farsi un’opinione errata dell’uomo che della formazione bolognese è voce, basso e quasi sempre immagine pubblica: magro ma non smunto, vestito di nero ma non tetro, abbronzato quanto basta per far sapere che non esce solo di notte e credibile nel suo sfoggio di tatuaggi da vero rocker, Emidio Clementi è persona di rara simpatia, con cui è piacevole affrontare conversazioni intellettuali così come condividere sciocchi ma divertenti cazzeggi, esperienze creative e memorabili sbronze. Sigaretta “home made” tra le dita e caramelle balsamiche in posizione strategica, Emidio affronta con la massima disponibilità il primo incontro promozionale relativo a Club privé, quarta tappa del percorso discografico avviato con Stanze (Underground 1993) e proseguito con Lungo i bordi (WEA 1995) e Da qui (Mescal/PolyGram 1997); e a vederlo così rilassato, sorridente e pronto alla battuta è difficile credere che sia proprio lui a intonare con pacata autorevolezza frasi come “il giorno nasce stanco quando il mondo che ritrovi è quello che hai lasciato” o a menzionare in un’inquietante litania recitata i quarantanove scalini della saggezza.
Partiamo con una banalità: perché proprio Club privé?
La scelta del titolo, alla fine, dipende da varie circostanze spesso casuali, però credo che l’immagine si adatti al suono: pur essendo molto ben registrato l’album ha in sé qualcosa di marcio, di decadente… A convincerci è stato il dipinto della copertina, realizzato quando c’erano ancora in ballo altre ipotesi: vedo il “club privé” come un luogo altro, una diversa dimensione: un po’ come esibirsi in concerto o incidere un disco, operazioni con le quali si saltano vari passaggi della comunicazione convenzionale.
Quali sono i titoli scartati?
Per un po’ ci siamo portati dietro l’idea Saigon, nata dalla laboriosità delle registrazioni: durante la fase conclusiva sembrava davvero di vivere gli ultimi giorni di Saigon. Mi piaceva anche Hotel Swastika, l’albergo dove ho scritto Pondicherry… però poi, forse per debolezza, ho preferito non correre il rischio di essere frainteso. E magari, diciamolo, sarebbe stata una provocazione fin troppo facile.
Oltre che a un bordello di lusso, Club privé mi fa pensare a una casta eletta: non ci vedo alcuna provocazione.
Mettiamola così: visto che da quasi dieci anni siamo marchiati come un gruppo di culto, un gruppo per pochi… beh, che il nostro sia almeno un “club privé”, un posto dove si scopa.
Le atmosfere sono comunque un po’ ambigue.
Anche più sensuali, al confronto con i lavori precedenti.
Sotto il profilo musicale o per quanto riguarda i testi?
Direi in tutti e due gli ambiti. Ad esempio Ti sto cercando, pur non essendolo, potrebbe essere interpretata come una storia d’amore omosessuale: si capisce che mi sto rivolgendo a un altro uomo nei confronti del quale provo qualcosa di più dell’amicizia.
Posso chiederti di chi si tratta?
Del solito Leonardo Mantovani, un personaggio che appare spesso nei miei racconti. Il Leo di Fuoco fatuo, che mi accompagna da anni, e questa è l’ennesima citazione.
In ogni caso, ci sono parecchie canzoni d’amore.
È vero. Fino a poco tempo fa facevo davvero fatica ad affrontare l’argomento, mentre adesso credo di essermi liberato del tabù.
Mauro dei La Crus, mesi fa, mi ha detto la stessa cosa. Si vede che, crescendo, cambia la percezione del problema.
Sì, probabilmente è così. Magari in altri tempi c’erano priorità diverse, mentre ora la questione sentimentale, con i suoi lati positivi e negativi, è diventata molto più importante. C’è chi vive l’amore in modo più intenso nel periodo post-adolescenziale per poi vederlo con maggiore distacco con l’acquisita maturità, mentre a me è successo il contrario: le sue implicazioni riempiono il mio mondo molto più adesso di quando avevo ventiquattro o venticinque anni.
L’attitudine provocatoria di cui si diceva prima, e che pure è nel DNA dei Massimo Volume, è morta. Ammettilo, ti sei imborghesito.
Sì, Club privé non è un album provocatorio. I temi affrontati sono quelli che da sempre determinano la vita: la caducità delle cose umane, l’amore… Sinceramente non vedo provocazione né eccessivo imborghesimento, ma le cose che ora come ora ci interessa dire sono queste. Anche a livello di ascolti, noi tutti facciamo fatica ad sentire musica piena di distorsioni. Sì, forse hai ragione, mi sto imborghesendo.
Perché, cosa gira sul tuo lettore CD?
Dopo la risposta, le accuse di imborghesimento saranno ancora più difficili da smentire: Nina Simone, Dionne Warwick con Bacharach… però anche i Deus, gli Smashing Pumpkins.
Tornando a Club privé, c’è qualche verso rivelatore dei suoi umori?
Seychelles 81 parla di un colpo di stato fallito, e il comandante O’Hara, quando si vede circondato, dice Non ho speranza ma ho fede: è una frase forte, abbastanza simbolica, di quelle che i nostri fan considereranno “importante”. È spiazzante: non c’è pessimismo, e forse ha un po’ il sapore dell’utopia.
Quali sono i tuoi pezzi preferiti?
Pondicherry, Dopo che, Il giorno che nasce stanco… Anche Altri nomi, il cui testo è il primo che ho scritto pensando al disco: la registrazione è quella della sala prove, realizzata in condizioni di lucidità piuttosto precarie. Quel pezzo poteva essere collocato solo alla fine dei solchi.
Altri nomi potrebbe essere considerato un trait d’union con i Massimo Volume “classici”. Avverti molto lo stacco con i dischi precedenti?
Sì, parecchio. Anche dal vivo, durante i concerti di quest’estate, ci siamo resi conto del fatto che l’album richiede un’attitudine diversa: arrivando a un brano nuovo dopo dieci del vecchio repertorio, senti di dover in parte cambiare modo di suonare.
Ora ti dedichi anche al canto. L’obiettivo primario è arricchire il discorso espressivo della band o aprire spazi di mercato finora chiusi dalla recitazione?
Non avevamo voglia di fare un altro Da qui: ne avremmo potuto realizzarne una bella copia, ma ripeterci non ci interessava. E poi, quando ho scoperto il cantato – e nonostante i miei limiti è stata una scoperta a tutti gli effetti – ho sentito il bisogno di muovermi in quella direzione.
E presumo continuerai a farlo.
È inevitabile, e non solo per quanto riguarda me: Vittoria (Burattini, la batterista; NdI) ha una bella voce e anche la nostra nuova chitarrista, Marcella Riccardi, canta bene. Quella di unire varie voci e cori è di sicuro una prospettiva interessante, ma questo non significa certo rinunciare a ciò che siamo stati finora.
Come mai una scelta così ovvia è maturata solo dopo tre album?
Prima ritenevo di non essere in grado di ottenere qualcosa di valido, o forse tendevamo a difendere la nostra nicchia. Adesso preferiamo attaccare altri territori, anche a rischio di perdere posizioni: non c’era più l’esigenza del recitativo a tutti i costi, volevo sperimentare soluzioni nuove.
I tuoi riferimenti di stile o di approccio?
Nessuno: ho cercato subito una mia strada, anche perché ogni paragone con gli eventuali modelli sarebbe stato abbastanza impietoso.
Nell’ambiente alcune malelingue dicono che Manuel Agnelli “ti ha fatto cantare”.
Sì, lo so, e me ne dispiace: in realtà avevamo già preso questa decisione autonomamente, e abbiamo chiamato Manuel proprio perché volevamo che lui ci aiutasse a percorrere questa strada.
In cosa speravi maggiormente, e di cosa avevi invece paura, affidando la produzione di Club privé a Manuel?
Non temevo nulla, perché fin dai primi confronti ho capito che non mirava certo a stravolgerci, magari avvicinandoci agli Afterhours. Al contrario, speravo in un adeguato supporto per il canto, e tutto è andato benissimo; considera che con Manuel c’era un rapporto di amicizia preesistente, e quindi l’intesa umana ha favorito quella artistica e professionale. Siamo tutti molto contenti dei risultati.
Il suo intervento è stato più tecnico o più creativo?
Le canzoni sono arrivate in studio già pronte: Manuel è entrato nel lavoro di “taglia e cuci” e di rifinitura, ma non nel vero e proprio arrangiamento dei brani, e ci ha consigliato sui pezzi ai quali era il caso di dedicare più cura. Ha svolto, insomma una vera attività da produttore artistico, senza andare oltre i suoi compiti ma senza neppure sottrarvisi, mettendo in tutto una grande passione. Il lavoro preparatorio è stato lungo, circa un anno e mezzo, ma per il futuro tenderemmo ad accorciare i tempi tra un album e l’altro.
Non pensi che la vostra “lentezza” alimenti il mito dei Massimo Volume come band intellettuale, che pondera e ripondera ogni dettaglio?
Non siamo il tipo di gruppo che si arrovella per settimane su una linea chitarristica o su una frase di un testo, questo è sicuro: anzi, magari per tre mesi non mettiamo piede in cantina perché preferiamo fare altro. Forse non ci riesce di vedere i Massimo Volume come una “carriera”, anche se questo non significa certo che siamo dei cazzari che prendono la cosa alla leggera.
Però anche come romanziere non sei molto prolifico.
Dopo il primo libro c’è stato parecchio da fare con il gruppo, e poi scrivere richiede calma, concentrazione e – almeno per quanto mi riguarda – i miei ambienti: non sono tra quelli che riescono a lavorare dovunque si trovino. In questo senso i Massimo Volume sono un ostacolo ma anche uno stimolo continuo, e magari, senza la pubblicità derivata dal mio essere musicista, il libro non sarebbe mai uscito. Però, calendario alla mano, la teoria della “lentezza” non ha basi: quattro album dei Massimo Volume e due libri di Emidio Clementi dal 1993 ad oggi non sono pochi.
È vero. Forse si ha quest’impressione perché, a differenza di altri, non avete una visibilità costante e a volte sparite per mesi e mesi.
Lo dicevo prima: ci è difficile considerare i Massimo Volume come una professione. L’ultimo tour si è interrotto non appena ci siamo sentiti stanchi, continuare non ci sembrava onesto. Anche Manuel ci ha suggerito di gestirci meglio, di essere meno pigri in certi momenti e meno isterici in altri.
In termini di notorietà, ritieni che tutto ciò che fino a oggi è successo – o, meglio, non è successo – ai Massimo Volume sia colpa vostra, o anche le strutture hanno delle responsabilità?
Mi capita, a volte, di chiedermi se quel che abbiamo raccolto è meno di ciò che meriteremmo o se è già un miracolo che un gruppo “strano” come noi sia giunto fin qui. La mia percezione delle cose cambia a seconda dell’umore. Credo che probabilmente, se nascessero oggi, i Massimo Volume non avrebbbero un contratto discografico, ma credo anche che in un momento storico diverso avremmo potuto ottenere di più. Comunque, sono globalmente soddisfatto: forse non abbiamo venduto tantissimo, ma nel nostro piccolo siamo “importanti”.
Direi proprio di sì, non fosse altro perché l’Italia è piena di tuoi figli illeggittimi.
Sì, me ne rendo conto, ma vorrei scoraggiare i miei emuli: non siamo il tipo di band che lascia aperte tante porte, dalla quale si può prendere questo o quello, e chi decide di ispirarsi a noi corre il rischio di sembrare una copia bella e buona. Sono gratificato da questi espliciti apprezzamenti, ma quando ricevo cassette in cui avverto puzza di Massimo Volume non riesco proprio a sentirle.
Molti associano i Massimo Volume alla tua persona. Come vivi questa situazione, e come pensi la vivano i tuoi compagni?
Dall’esterno si può avere l’impressione che Massimo Volume ed Emidio Clementi siano la stessa cosa, ma ti assicuro che ognuno di noi ha la sua fetta di creatività e di spazio. Più che “democratico”, il nostro è un lavoro “a settori”: Vittoria, ad esempio, è molto brava nell’architettura dei pezzi e ha anche uno spiccato senso del gusto, e quindi se dice che una cosa non va bene le diamo di solito retta. Lo spunto musicale, invece, nasce quasi sempre da Egle (Sommacal, il chitarrista; NdI) e io mi occupo soprattutto dei testi, che peraltro passano una specie di vaglio in sala prove. A volte funzioniamo meglio e a volte peggio, ma in generale la macchina è rodata.
Il mondo lirico, comunque, è il tuo mondo, e anche se le esperienze che racconti possono essere più o meno largamente condivisibili riflettono la tua personalità: alla luce del peso dei testi, mi sembra strano che gli altri possano riconoscervisi al 100%.
Egle, Vittoria e io siamo nel gruppo da dieci anni e siamo cresciuti assieme: prima le divisioni di ruoli erano meno nette, e anche le liriche erano in qualche misura un fatto collettivo. Credo che alla fine anche loro “sentano” ciò che scrivo, così come io sento mie la chitarra di Egle e la batteria di Vittoria: senza, mi sentirei come mutilato.
Comunque, anche per via della tua attività parallela di scrittore, è naturale pensare che nei Massimo Volume la musica sia una sorta di pretesto, e che il fulcro del discorso sia la parte letteraria.
È probabile che l’aspetto lirico sia preminente, ma in realtà noi ci concentriamo molto più sulle musiche: non abbiamo mai costruito un pezzo buttandolo lì solo perché c’era un buon testo. Ci sentiamo dei musicisti, e se qualcuno mi domanda cosa faccio nella vita io rispondo quasi sempre il musicista e quasi mai lo scrittore.
Prima parlavi di due libri: questi significa che il tuo secondo romanzo è in dirittura di arrivo?
Sì, è terminato, si intitola Il tempo di prima e uscirà a giorni per Derive Approdi. È ambientato in un hotel vicino Bologna, e vede coinvolti diversi personaggi in un intreccio di vicende particolari; lo definirei un libro di redenzione, visto che tutti sono arrivati lì per staccare da una vita precedente e tutti allacciano rapporti che li riavvicinano proprio alla vita precedente, una specie di cerchio che si chiude. Ci ho lavorato circa un anno ed ero arrivato al punto di non sopportarlo più; adesso che ne ho preso le distanze, invece, ne sono contento.
Il mercato editoriale è terribilmente inflazionato, forse anche più di quello musicale. Cosa pensi che possa offrire di particolare Emidio Clementi, al di là di un’ennesima storia?
Non lo so proprio. Però a me le storie piacciono, e sono convinto che una in più, se raccontata in maniera decente, abbia comunque un senso. Magari sono un po’ spaventato dall’ambiente, che non conosco bene come quello della musica: come verrà accettato il libro, come verrà criticato… però è anche uno stimolo in più.
Dalla descrizione, la storia sembra cinematografica.
Lo è sicuramente dal punto di vista della scrittura. Forse, però, c’è poca trama.
Cosa c’è in comune tra i tuoi testi e i tuoi romanzi o racconti?
Non sono legato ad un autobiografismo estremo, anche perché sarebbe troppo limitante, ma mi piacciono le letture della realtà: in qualsiasi campo mi muova devo sentire la vita, il quotidiano.
Essendo posto di fronte a una scelta obbligata, rinunceresti alla musica o alla letteratura?
Spero di non dover mai affrontare questo dilemma, ma so che non potrei mai barattare la magia del concerto con un’intervista televisiva per presentare un libro. Più avanti potrei optare per la sola letteratura perché è normale ritenere che il percorso di un gruppo prima o poi finisca, ma non è detto sia così: pensa a Tom Waits, a Bob Dylan, a Lou Reed, che non sono più ragazzini ma hanno ancora molte splendide cose da dire.
I Massimo Volume rimangono un gruppo rock?
Sì, non c’è dubbio, e non sono spaventato da questa definizione. Al di là del fatto che suoniamo con chitarra, basso e batteria, l’attitudine che ci guida è sicuramente rock.
Però vi manca una componente essenziale del rock: l’ironia.
Noi siamo persone molto ironiche, facciamo ridere: di sicuro io e Vittoria, Egle magari un po’ meno. Però hai ragione, è un nostro volto che sui dischi non siamo mai riusciti a mettere bene a fuoco. Qua e là c’è qualche accenno, ma in effetti questa indole non è mai stata compiutamente espressa.
Sei stanco di essere un artista di culto?
Questo ruolo non mi è mai piaciuto, così come non ho mai capito perchà siamo sempre tacciati di intellettualismo: i miei testi sono veramente semplicissimi.
Affrontano argomenti comuni e non sono ermetici, ma l’aura che li avvolge dà quest’idea.
Può darsi. Però noi, sia in concerto che in sala prove, puntiamo a una certa fisicità. Magari è un nostro difetto il non riuscire a farla emergere. Comunque essere un artista di culto non mi ha mai interessato, né mi hanno sempre infastidito musicisti o scrittori che usano come principale arma il loro essere d’élite. Se poi sono “di culto” perché vendono poco è tutto un altro discorso.
Da fuori vi si pensa cupi, rigorosi, macerati dalle problematiche esistenziali e dediti a letture filosofiche.
Non è così e il nostro pubblico ormai lo sa, anche se all’inizio ci immaginava prioprio come ci hai dipinti; e il bello è che io ho sempre odiato quel tipo di atteggiamento. Prendi Nick Cave: mi piacciono le sue canzoni, ma a volte cade davvero nel grottesco, e anche Leonard Cohen, per quanto lo ami, mi sembra spesso eccessivo. Un’altra cosa che detesto, e che trovo in molti esponenti dell’area cosiddetta post-rock, è il salire sul palco con un’aria scazzata, dimessa, quasi non fossero realmente partecipi. Per noi il concerto è davvero importante, e questo forse contribuisce a generare solennità e enfasi, ma il concerto è e deve essere un momento di comunicazione. E anche i dischi, visto che ne facciamo uno ogni due anni, devono essere in qualche modo solenni.
Quando suoni dal vivo, quale sentimento prevale?
Essenzialmente una grande carica, una grande energia. Velasco, l’allenatore di pallavolo, diceva che la differenza tra lo sport e lo studio e che nel secondo manca l’emozione pura data dallo scendere in campo e vincere una partita: credo che la musica si avvicini a questo tipo di emozione pura, a differenza della scrittura che è un altro tipo di emozione ma più mediata.
Chiuderei con una facezia: ho sempre pensato che il nome Massimo Volume sia all’opposto della vostra concezione musicale, tipo chiamarsi “i topi di fogna” e suonare folk acustico.
Beh, sì, c’è un certo scarto, ma ci sono così abituato che ormai non ci faccio più caso. Potevamo trovare di meglio, ma è come i miei tatuaggi: li vedo, ma non mi sembra di averli.
Immagino che siano ancora in parecchi a scambiare Massimo per il nome e Volume per il cognome.
Succede spessissimo, soprattutto negli alberghi. Il signor Massimo Volume che prenota tre stanze, come se fosse un sultano con il suo harem.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.365 del 21 settembre 1999

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Categorie: interviste | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Massimo Volume

  1. fabio

    ciao Federico, non smetterò mai di ringraziarti per avermi fatto scoprire i Massimo Volume, una delle poche folgorazioni musicali che mi siano capitate dopo aver letto la tua recensione su “cattive abitudini”….

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