(L’altro) Julian Cope

Nelle righe a seguire non si parla del Julian Cope “normale”, ammesso e non concesso che ne esista uno, bensì del Julian Cope dei dischi “strani” (sì, lo so, ma dovreste aver capito cosa intendo…). Al momento di dedicare all‘artista inglese uno dei maxi-dossier di Extra, comprendente anche un‘intervista di Gianluca Testani, pensai che sarebbe stato meglio, per motivi di ordine, suddividerlo in due parti: una standard ovviamente più estesa, con il racconto della carriera e i commenti sui dischi principali, e una più breve – collocata in un paio di pagine a sé stanti – per inquadrare in modo più sintetico i capitoli “secondari” di una produzione tanto estesa quanto frastagliata. Ricordo che, pochissimo prima dell‘uscita della rivista, un altro juliancopiano di ferro, Stefano Isidoro Bianchi, pubblicò su “Blow Up” una monografia altrettanto dettagliata nella quale non c‘era distinzione fra titoli “maggiori” e “minori”; io gli telefonai per dirgli che a mio avviso aveva sbagliato a mettere sullo stesso piano opere a tutti gli effetti compiute e album palesemente marginali seppure interessanti, e lui mi rispose che, no, il mio era un arbitrio bello e buono e che la distinzione non aveva alcun senso. Quasi dieci anni dopo, soprattutto alla luce delle numerose altre bizzarrie più o meno estemporanee diffuse dall‘Arcidruido attraverso canali alternativi, continuo a pensarla come allora: posto che non è detto che l‘uno sia sempre più brillante dell‘altro, ci sono un Julian Cope fuori di testa e un Julian Cope fuori-fuori-fuori di testa. Qui l‘argomento affrontato è solo quest‘ultimo.

L'altro Cope

Oltre ai tre con i Teardrop Explodes e agli undici da solista, e senza contare le antologie di brani editi e/o inediti, negli ultimi quindici anni Julian Cope ha realizzato un buon numero di album anomali solo in parte commercializzati in modo convenzionale, per lo più attraverso la Rete: un fatto più che comprensibile, considerato come i loro contenuti musicali siano decisamente eccentrici persino per i canoni del Nostro e non abbiano alcuna possibilità di interessare un pubblico più ampio di quello della nicchia dei fan. Dischi di culto, insomma, o se preferite da iniziati, dove Cope ha modo di mettere in luce aspetti della propria espressività che mai potrebbero trovar spazio in ambito pop o sviluppare specifici progetti a tema, che assieme vanno a costituire un’autentica carriera parallela dai connotati spesso spiazzanti.Il primo capitolo della serie è, a ben vedere, il meno stravagante: si intitola Skellington e vede Cope alle prese con una serie di ballate per lo più semiacustiche, alcune delle quali – Doomed, la Robert Mitchum scritta undici anni prima con Ian McCulloch, Incredibly Ugly Girl o No How No Why No Way No Where No When – non avrebbero certo sfigurato in un Fried o un Jehovahkill. Incise in appena un giorno e mezzo assieme al chitarrista/tastierista Donald Ross Skinner e ad altri amici, ed edite in origine dalla Copeco/Zippo nel 1989, queste dodici filastrocche naïf hanno avuto il loro naturale seguito quattro anni dopo in Skellington 2, altri tredici pezzi registrati sempre in pochissimo tempo da un organico quasi uguale; mai edito autonomamente, il secondo Skellington è stato accoppiato al predecessore nel CD The Skellington Chronicles (Ma-Gog, 1993). Nello stesso ambito creativo, anche se con qualche differenza nelle soluzioni sonore (ad esempio, l’uso della batteria elettronica e un approccio più space/psycho), rientra Droolian (MoFoCo/Zippo, 1990), antologia di canzoni “grezze” (c’è anche una versione primitiva della Safesurfer poi in Peggy Suicide) finalizzata a raccogliere fondi per liberare un Roky Erickson ai tempi detenuto.
La saga delle bizzarrie riprende in maniera ancor più decisa con Rite (Ma-Gog, 1992), quattro lunghe jam strumentali sospese fra krautrock, psichedelia e funk, ora più avvolgenti e ora più ritmiche, costruite su sintetizzatori vintage e chitarre: cofirmato con Donald Ross Skinner, il CD avrà analogo seguito in Rite 2 (Head Heritage, 1997) e Rite Now (Head Heritage, 2002), con ulteriori esperimenti di musica free form – questa volta realizzati con la preziosa collaborazione di Tim Lewis, in arte Thighpaulsandra – caratterizzati da titoli a dir poco emblematici quali D.c.o.m.p.o.s.e.r. o Twilight Of The Motherfuckers. Frutto del sodalizio con Thighpaulsandra sono anche Queen Elizabeth (Echo, 1994) e il doppio Elizabeth Vagina (Head Heritage, 1997), entrambi a base di elettronica ambientale con inclinazioni cosmiche organizzata in episodi che assai di rado scendono sotto i venti minuti di durata; ancora meglio fa, in tal senso, Odin (Head Heritage, 1999), un’unica composizione di settantatré minuti all’insegna di un sound meditativo intriso di misticismo pagano.
Si muovono poi sul versante rock, ma sempre con la “normalità” messa al bando, tutte le altre uscite “nascoste”. La prima è An Audience With The Cope 2000 (Head Heritage, 2000), che a dispetto della nota “Julian Cope in Concert” in copertina non è dal vivo: concepito come “catalogo” per un tour (esiste anche un An Audience With The Cope 2001, con grafica diversa ma brani identici), esalta l’indole freakedelica dell’artista, che sarà anche elaborata in Rome Wasn’t Burned In A Day – Original Soundtrack (Head Heritage, 2004). In chiave assai più hard/heavy sono infine le due esperienze di gruppo portate avanti con il medesimo nucleo di musicisti (Dogman chitarra, Kevlar batteria e Cope basso, voce ed eventuale altra chitarra, con il solito Thighpaulsandra più defilato): la prima, L.A.M.F. (Like A Mother Fucker, come il debutto a 33 giri degli Heartbreakers), si è concretizzata in un solo CD (Head Heritage, 2001) ben inquadrato dal titolo Ambient Metal; la seconda, Brian Donor, presenta invece connotati più pesanti, ruvidi e “degenerati” (nonché piuttosto teatrali nel look), come si evince da Love, Peace And Fuck (Impresario, 2001) e Too Freud To Rock’n’Roll, Too Jung To Die (Brain Donor, 2004), doppio CD diviso a metà tra outtake del periodo 1999-2002 e un set live del 2000.
Impossibile non segnalare, in conclusione, l’attività dell’eclettico Arcidruido in ambito letterario. La sua produzione comprende la gustosa autobiografia Head On/Repossessed (Thorsons, 1999; appena tradotto in Italia dalla Lain Books), il saggio Krautrocksampler (Head Heritage, 1995), scritto più con il cuore che non intenti critico-enciclopedici, e gli imponenti volumi The Modern Antiquarian (Harper Collins, 1998) e Magalithic European (Element Books, 2004), ambedue dedicati agli studi effettuati sul campo a proposito dei siti preistorici britannici ed europei.
Tratto da Mucchio Extra n.17 della primavera 2005

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