Almamegretta

A rileggerla con il senno di poi, oltre dodici anni dopo, questa intervista fa uno strano effetto. Di lì a poco, gli Almamegretta non sarebbero stati più gli stessi, prima per le dimissioni di Raiz e in seguito per la scomparsa di Stefano Facchielli, alias D.RaD. Escludendo quest’ultimo, tragico evento, tra le sue righe c‘è molto di quello che sarebbe stato il futuro della band napoletana e del suo frontman.

Almamegretta foto Ieri, oggi e domani
Con Venite! Venite!, ottimo “live” impreziosito da due non meno interessanti inediti di studio, gli Almamegretta hanno posto il suggello ai loro primi dieci anni di luminosa carriera. Oltre che per approfondire il discorso sull’album, l’incontro con il cantante Raiz è servito a fare il punto sull’attuale, particolare momento vissuto dalla band napoletana e provare ad aprire qualche piccola finestra sul suo futuro.
Avete dichiarato di non amare particolarmente le celebrazioni, ma non si può negare che un album inciso dal vivo e pubblicato proprio in occasione dei dieci anni di carriera abbia un po’ il sapore dell’apoteosi.
Il fine celebrativo c’è, ma in un senso più “privato” che “pubblico”. Sì, è abbastanza usuale che la ricorrenza dei dieci anni di carriera di una band sia festeggiata con un live, ma credo che questo disco rappresenti la chiusura di un nostro cammino di crescita come gruppo e l’inizio di un nuovo corso. Quando siamo partiti, all’inizio dei ‘90, avremmo voluto essere una sorta di collettivo aperto, ma gli eventi ci hanno in qualche modo travolti e – tra virgolette – “costretti” a operare come un ensemble normale, con il classico frontman e l’organico stabile. A volte mi sono trovato a fare l’istrione, a lavorare con la musica in maniera in parte diversa da come avrei voluto, e lo stesso è stato per i miei compagni.
Insomma, mi stai dicendo che la gloriosa storia degli Almamegretta ha per voi un retrogusto di insoddisfazione?
No, non esageriamo, tutti ci siamo rispecchiati nel progetto e il nostro bilancio è in grande attivo: abbiamo realizzato parecchi dischi che sono anche andati bene, suonando quel che ci interessava e fregandocene degli stilemi italiani. Inoltre, abbiamo collaborato con praticamente tutti gli artisti che ci sono sempre piaciuti – dai nostri primi ispiratori Massive Attack, Dub Syndicate e Bill Laswell per arrivare a Leftfield o Asian Dub Foundation – e ogni volta che vado all’estero ho modo di toccare con mano il rispetto del quale godiamo presso gli addetti ai lavori. Direi che non possiamo davvero lamentarci, specie considerando la nostra realtà di band italiana e quindi “provinciale”.
Fuori dai nostri confini, però, non avete ottenuto la popolarità che pure avreste meritato: secondo te, per quali ragioni?
È tutto legato al mercato internazionale e al ruolo dei dischi italiani nel contesto globale delle major: il nostro paese deve prendere molto e dare poco. Ecco perché assimiliamo ogni fenomeno alla Britney Spears e non riusciamo a far accettare i nostri prodotti che non rientrano nella sfera melodica, quella di Eros Ramazzotti o Laura Pausini. Noi siamo un pesce piccolo, una band che in Italia vende cinquanta/settantamila copie, e un nostro serio “lancio” all’estero richiederebbe un impegno che non è possibile riservarci: tutte le energie sono concentrate su chi di copie ne vende a milioni.
E immagino che la BMG non concederebbe la licenza di pubblicazione a un’etichetta indipendente straniera.
È ovvio, perché c’è dietro una logica perversa di accordi internazionali comune a tutte le major: ad esempio, un artista della BMG italiana può essere “girato” a un’etichetta inglese solo se la BMG consociate non esercitano il loro diritto di opzione che vale su ogni disco delle varie BMG sparse per il mondo. D’altro canto, un’etichetta inglese “di nicchia” – diciamo una Warp – non acquisterebbe mai la licenza per un solo album di un gruppo non affermato, ma la pretenderebbe per almeno due: il primo servirebbe a preparare il terreno, il secondo a recuperare l’investimento del precedente e conseguire il guadagno. Dato però che il principio della concessione della licenza per un unico titolo non ammette deroghe, ogni trattativa morirebbe sul nascere.
La situazione, quindi, potrebbe risolversi solo con un nuovo contratto impostato su basi diverse.
Venite! Venite! è l’ultimo titolo previsto dal nostro accordo con la BMG. Adesso è nostra intenzione fermarci per un po’ e prendere una boccata d’aria dedicandoci ad altro: io sto pensando a un mio album di canzoni, Stefano ha in mente qualcosa di suo più indirizzata verso l’elettronica, Paolo sta già da tempo lavorando a Londra e anche Gennaro ha delle idee. Tra qualche mese, quando riavvieremo gli Almamegretta, vorremmo farlo su basi nuove: producendoci da soli i master dei nostri dischi in modo da poterne disporre liberamente e costruire una nostra struttura che sia in grado di sostenerci a tutti livelli. Essere artisti cosiddetti di cast è sempre più difficile, soprattutto perché l’uniformazione del marketing operata dalle major: finora siamo stati allevati, trattati e promossi come un prodotto italiano standard, senza che tra noi e, magari, Luca Carboni, ci fossero sostanziali differenze di strategia.
Tornando al nuovo CD, Venite! Venite! è composto da incisioni effettuate nell’arco di sei anni. L’impressione che se ne riceve, però, è quella di un solo concerto.
Ne siamo sorpresi anche noi. In origine volevamo scegliere le cose più riuscite da tre tappe del tour di Imaginaria, poi avevamo pensato alla data dell’ultimo dell’anno a Napoli… però non eravamo soddisfatti, o quantomeno non lo eravamo di tutto il materiale. Così abbiamo provato ad ascoltare decine di DAT di vecchie esibizioni che avevamo conservato, e ne abbiamo attinto le cose che ci piacevano di più. I nastri sono stati poi affidati a D.raD, il nostro “uomo dei suoni”, che li ha restaurati e uniformati sotto il profilo tecnico compiendo un lavoro notevolissimo. Ci tengo a sottolineare che si tratta di un vero live, senza alcun tipo di overdub che servisse a correggere errori e imprecisioni; come ci vantiamo di essere “finti” in studio, considerati i mille interventi che operiamo tramite l’elettronica, così ci premeva che un nostro disco dal vivo ci cogliesse per come siamo realmente sul palco, con la nostra vitalità e il nostro calore. Mentre passavamo al vaglio le registrazioni è stato affascinante riscoprirsi, accorgersi di quanto siamo cambiati ma anche di come, in fondo, siamo sempre gli stessi.
Come mai in scaletta ci sono così tanti brani – ben cinque – tratti da Sanacore e così pochi dal repertorio più recente?
Sanacore è il nostro album preferito, nonché quello con il quale abbiamo perfezionato la nostra formula: a ben vedere, tutto quello che è venuto dopo è stato solo un ribadire, seppur con parole diverse e più ricercate, concetti già sviluppati. Fa’ ammore cu’mme, per capirci, non è altro che una seconda Nun te scurdà. Forse è anche per questo che oggi sentiamo il bisogno di cambiare: non vogliamo cadere nell’autocondiscendenza.
Se interpreto bene, Sanacore è stato l’acme dell’espressività spontanea, mentre i lavori seguenti sono stati più bizantini, più manieristi.
È indubbio che nel nostro primo periodo di attività eravamo più diretti, e che con il tempo siamo diventati più sofisticati: credo sia ovvio, tra persone che si frequentano assiduamente da anni, elaborare comunicazioni sempre più sottili, come certi “slang da comitiva” che rischiano di non essere capiti al di fuori di un giro ristretto. Quando ciò accade è il momento di aprire la porta e far entrare aria nuova. Venite! Venite! è essere una nostra fotografia senza alcun filtro, scattata in attesa di vedere dove la nostra strada ci porterà.
Qualche ipotesi di meta?
Mi piacerebbe sfruttare il nostro ormai immenso bagaglio di conoscenze e amicizie italiane e straniere, ma anche avviare collaborazioni con gente al momento sconosciuta. Inoltre, personalmente, vorrei uscire un po’ da sotto lo “spot” Almamegretta, che forse mi ha illuminato in maniera anche eccessiva: sarebbe bello, ogni tanto, scrivere qualcosa per altri e stare in studio a sentirli cantare, organizzare il lavoro da “dietro le quinte” senza per questo perdere il filo del discorso portato finora avanti. Una cosa stile Massive Attack, che hanno intrecciato infinite collaborazioni ma sono sempre rimasti loro stessi.
Dimmi qualcosa dei due nuovi pezzi di studio: sono outtake di Imaginaria?
Due è, in parte, una outtake, nel senso che mantiene le parti originarie di basso e batteria accostate però ad altri schemi melodici; la linea del canto, per esempio, me la portavo dietro addirittura da Lingo, ma non l’avevo mai sfruttata. Il testo è nato da una mia situazione molto personale, che gli altri della band – amici, oltre che colleghi e soci – hanno però condiviso appieno: del resto si tratta di una canzone d’amore abbastanza universale. Mauro Pagani, che ci ha aiutati a comporla, ci ha detto che poteva essere un grande pezzo per Sanremo.
Sono d’accordo. Non così Uno, che rientra nei tipici canoni Almamegretta.
In effetti ci sono molti dei nostri elementi-chiave. Il testo, nel quale sono anche inseriti riferimenti a William Blake, esprime il concetto della riunificazione tra corpo e anima e del raggiungimento dell’estasi attraverso il corpo, dello smetterla di ragionare su ogni cosa che si fa e di affidarsi più all’istinto. La musica fonde assieme ritmi pulsanti ed esotismi, psichedelia e progressive. Mauro Pagani è stato fondamentale: di norma noi tendiamo a essere molto “dritti” mentre lui, che è prog nell’anima, si è divertito a giocare sulle variazioni senza compromettere il groove. Sai, il nostro approccio è più da produttori/dj, mentre lui è al 100% un musicista.
La collaborazione, insomma, è stata perfetta.
Sì, siamo entusiasti di lavorare con lui. L’ho conosciuto quando abbiamo realizzato assieme un brano per la colonna sonora di Nirvana di Gabriele Salvatores, e da allora abbiamo inciso nel suo studio il nostro pezzo per il tributo a Robert Wyatt The Different You4/4 e Imaginaria.
Per chiudere, prima accennavi a un tuo futuro disco di canzoni: puoi essere più specifico?
Al momento non ancora, sebbene sia un’idea che mi porto dietro da un sacco di tempo. Basti pensare che sono ancora indeciso se cantare classici reggae o classici napoletani…
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.484 del 30 aprile 2002

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