Têtes de Bois

Risale al settembre 2004 la prima (e unica) volta in cui ai Têtes de Bois fu concessa sulla copertina del Mucchio (ai tempi settimanale), alla quale si accompagnava un‘intervista di John Vignola e questo mio dettagliato resoconto di una vicenda bio-discografica che ancora oggi rimane per molti oscura. Negli ultimi dieci anni il gruppo romano ha combinato un altro bel po‘ di belle cose, fra le quali due ulteriori ottimi album (Avanti Pop e Goodbike) e un‘antologia doppia celebrativa del ventennale di carriera (Mai di moda), ma le note qui a seguire rimangono valide; anche come stimolo per accostarsi al nuovo disco, a quanto sembra ormai imminente. Tetes de bois foto L’amore, l’ironia e la rivolta (1992-2004)
Le Têtes de Bois sono un gruppo italiano, emigrante per vocazione e per necessità nelle terre vaghe della poesia. Musicisti amanti del jazz, con un grande sogno davanti agli occhi, e così sul loro camioncino impolverato si compie ogni sera l’incanto in un angolo di strada. Non si ripropone, non si rifà, non si rivisita e non si rivede, ma si dà tutto e si ascolta, si ride e si soffre così come non si riama, ma si ama e basta”. Questo si legge sul retrocopertina di E anche se non fosse amore, il misconosciuto esordio autoprodotto dai Têtes de Bois due anni dopo la nascita in quel di Roma, con uno show a Campo de’ Fiori proprio sotto la statua di Giordano Bruno. È il 1994 e in organico ci sono già quattro degli attuali componenti – Andrea Satta (voce), Angelo Pelini (piano), Carlo Amato (contrabbasso) e Luca De Carlo (tromba) – mentre la batteria e la chitarra sono invece affidati rispettivamente a Giovanni Lo Cascio e a un veterano, Rodolfo Maltese del Banco del Mutuo Soccorso. La scaletta è in massima parte composta da brani di Ferré, Brassens, Brel, Gainsbourg, Becaud, Trenet, riletti con ossequio ed estrosa partecipazione; in aggiunta, uno strumentale di Django Reinhardt e, per quanto riguarda gli episodi autografi, due recitati e una canzone, quella che dà il titolo al CD, che pur non possedendo l’intensità delle altre sa dosare con efficacia ritmi, evocazioni e malinconie giocate tra chanson française e jazz in un’atmosfera che odora di classico ma non di vetusto.
Più che il disco, a far girare il nome della band provvedono le numerose performance – estemporanee o pianificate – allestite in posti spesso anticonvenzionali, raggiunti con un camioncino del ‘56: un approccio da veri buskers in qualche modo celebrato dal secondo cd Pezzi di ricambio, pubblicato nel 1997 dalla EMI attraverso il suo (effimero) sottomarchio Catapulta. Le tracce sono questa volta scritte dai ragazzi (Satta, Amato e Pelini), con le sole eccezioni della nuova versione di Têtes de Bois di Becaud, della fascinosa L’albatros di Ferré e della Un giorno dopo l’altro di Tenco trasfigurata in chiave fumosa e ombrosa, e la formazione – che rimane una specie di collettivo aperto – accoglie il chitarrista Maurizio Pizzardi (rimarrà in pianta stabile fino a oggi) e il batterista Carlo Battisti; altre novità fondamentali, gli arrangiamenti e le registrazioni assai più raffinati e l’ampio utilizzo di testi in italiano che, oltre a rendere più esplicito un senso dell’ironia fino ad allora un po’ nascosto, consentono di apprezzare al meglio il talento interpretativo – piuttosto teatrale – di un Satta già carismatico nel (pro)porsi idealmente accanto ai suoi dichiarati maestri d’Oltralpe, come si evince da gioiellini anche un po’ caposseliani quali – per citarne solo alcuni – Distratto, Caterina o Indizi.
A dispetto del costante impegno concertistico, che continua a preferire le situazioni anomale (il top, in questo senso, sono “Ferrovia dell’Allume”, esibizioni non solo musicali lungo i binari di una linea caduta in disuso, e “Stradarolo – Festival Internazionale di Musica Teatro Danza Arte su strada”, organizzato dallo stesso ensemble), e di una fama underground che si incrementa, occorrono ben cinque anni prima che il terzo album veda la luce. È Ferré, l’amore e la rivolta (Il Manifesto, 2002), raccolta di (capo)lavori di Leo Ferré – tutti, a parte L’albatros, negli adattamenti italiani – resi con profondità e gusto straordinari dai sei Têtes de Bois (ai tamburi c’è ora Raffaello Murrone) e da amici illustri. Spiccano, tra questi, Francesco Di Giacomo, Daniele Silvestri e Nada, che sostituendosi o affiancandosi in tre brani al titolare del microfono illuminano ancor più il ricchissimo repertorio di seducenti sfumature. Il CD conquista tutti: dagli eredi Ferré (che in pratica hanno adottato i Nostri) ai giurati del Tenco (che assegnano loro la Targa come migliori interpreti), dal pubblico nazionale (18.000 le copie finora vendute) a quello francese (circa 4.000 nella riedizione per il mercato europeo distribuita dalla Harmonia Mundi), creando grandi attese per il successivo capitolo che è ormai da due mesi nei negozi. Con Pace e male (sempre Il Manifesto), il sestetto – che nel frattempo ha assunto un ennesimo batterista, Gianni Di Rienzo; tra gli ospiti, Paolo Rossi, ancora Daniele Silvestri, Antonello Salis, Mauro Pagani, Arnoldo Foà, Marco Paolini – ha proseguito il suo discorso in equilibrio tra colto e popolare. Anche qui, nel CD di canzoni e nel suo inscindibile bonus (battezzato Autoradio, perché le musiche, le parole recitate e tutto ciò che vi è contenuto sembrano scaturire da rotazioni casuali della manopola della frequenza), ci sono amore, ironia e rivolta. E la definitiva conferma della personalità, dell’ispirazione e dell’autorevolezza di una canzone d’autore libera e coraggiosa, vissuta con accresciuta maturità artistica ma con lo stesso spirito fuori dai canoni che guida i suoi artefici dall’inizio della loro splendida avventura “nelle terre vaghe della poesia”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.591 del 14 settembre 2004

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