Fabrizio De André

La recensione qui a seguire fa il paio con quella di Lucio Battisti recuperata esattamente una settimana fa: Fabrizio De André ci aveva da poco lasciati e l‘allora coordinatore di “AudioReview” propose ad alcuni collaboratori di presentare un disco dell‘illustre scomparso. Io scelsi La buona novella, ma diversamente da quanto fatto con Il mio canto libero optai per uno scritto di tipo convenzionale, privo di riferimenti personalistici.

De André copLa buona novella
È noto che Fabrizio De André, in epoca recente, aveva dedicato un ampio spazio nella scaletta dei suoi concerti a La buona novella: una prova inequivocabile dell’attualità di un album del tutto privo di termini di paragone, nel quale il cantautore genovese azzardò quasi trent’anni orsono la traduzione in canzoni di episodi dei vangeli apocrifi. Una traduzione poetica di rara bellezza, il cui fascino mistico appare ancor più sorprendente alla luce dell’atteggiamento di De André nei confronti della Fede: lui, ammise, si era limitato a raccontare “la storia di un uomo molto buono la cui madre, andata in sposa a un uomo molto vecchio, si era fatta mettere incinta da un uomo misterioso e presumibilmente bellissimo, e comunque giovane, credendolo un angelo”.
Della storia in questione, tra i ventidue secondi dell’iniziale Laudate dominum e gli oltre tre minuti della conclusiva, eloquente Laudate hominem, sono racchiuse otto tappe fondamentali: alcune profondamente oniriche (Il ritorno di Giuseppe, Il sogno di Maria, Tre madri) e altre assai più inquietanti, come la Via della Croce che descrive con visionaria crudezza varie immagini della Via Crucis e la splendida Il testamento di Tito che rilegge in chiave terrena – molti hanno detto blasfema: si tratta, invece, di amaro realismo – i Dieci Comandamenti. Su tutto, dominano naturalmente le straordinarie liriche e la voce ricca di chiaroscuri di un De André come sempre immenso per intensità e carisma; e lo spessore di un’Arte unica che – per quanto affermarlo adesso abbia uno sgradevole retrogusto retorico – non può non esser definita immortale.
Tratto da AudioReview n.190 dell‘aprile 1999

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Fabrizio De André

  1. Country Boy

    Ne si intraveda la filigrana e si scopre che è capolavoro autentico ed immortale: un produttore come Roberto Danè, dei musicisti come Pagani, Mussida, Di Cioccio, Premoli, Branduardi, nonchè un maestro come Gian Piero Reverberi.

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