Buster Poindexter

Correva l‘anno 1987 quando David Johansen, all‘epoca ex (e non ancora di nuovo) frontman dei New York Dolls pubblicava il suo esordio su disco con lo pseudonimo Buster Poindexter, che avrebbe continuato a usare – realizzando altri tre album – fino al 1997. Dato che la metamorfosi aveva suscitato un certo interesse anche dalle nostre parti, da “Ciao 2001” mi chiesero una breve monografia sul musicista americano, una sorta di “David Johansen for dummies”. Il risultato furono le righe qui a seguire.

Poindexter fotoSi vive solo due volte
David Johansen ha definitivamente smesso gli abiti del rocker maledetto, imparando a indossare con disinvoltura quelli del raffinato animatore di serate d‘élite; con un invidiabile bagaglio di esperienza, il trasporto emotivo verso una musica dal fascino immortale, la grinta di chi è stanco di restare in eterno un loser e un filo di nostalgia per un‘epoca vissuta solo attraverso il cuore e gli altrui ricordi, l‘ex New York Dolls ha superato la sua personality crisis e si è lanciato con coraggio e ostinazione nell‘avventura Buster Poindexter. Invece di una fine ingloriosa, della quale certo nessuno si sarebbe meravigliato, il coraggio e l‘ostinazione hanno ottenuto il meritato premio: oltre a quello della critica Johansen/Poindexter ha ricevuto il plauso del pubblico, e il primo album del nuovo corso si è affacciato con autorevolezza nelle classifiche statunitensi. In poche righe, l‘avvincente storia di un artista poliedrico e imprevedibile, che da puttana dei bassifondi ha saputo trasformarsi in elegante entertainer. Con il blues e il soul nelle vene, e nelle orecchie echi neanche tanto lontani di rock‘n‘roll.
Corre l‘anno 1972 quando al Mercer Arts Center – un locale underground nel cuore della Big Apple – cinque ragazzi dall‘aspetto poco rassicurante iniziano a conquistare le prime platee: si chiamano New York Dolls e suonano un r‘n‘r sporco e bastardo, figlio dei Sixties e nipote dell‘energia e dell‘oltraggio. Per parecchie caratteristiche sembrano la copia-carbone dei Rolling Stones più irriverenti: un combo depravato e poco incline al compromesso che non esita – un po‘ per gioco ed un po‘ per il gusto dello shock – a ostentare pesante make-up e atteggiamenti ambigui; posseggono in organico un Keith Richards personale, tale Johnny Thunders (che dietro tale magniloquente pseudonimo cela origini italiane), e vantano anche un loro Mick Jagger: David Johansen ideale controfigura del cantante degli Stones sia per fisionomia e movenze che per temperamento on stage e impostazione vocale. Sottovalutati dai contemporanei, e scioltisi dopo penosa agonia nella seconda metà degli anni Settanta, i New York Dolls sono stati ínvolontari precursori del punk rock e ispiratori di una pletora di gruppi più o meno dotati, non soltanto con il loro beat duro e lancinante ma anche con la filosofia estetica che ad esso si accompagnava. Le cronache, del resto. tramandano che Malcolm McLaren abbia costruito la vicenda Sex Pistols proprio prendendo spunto dalla band di Thunders e Johansen. Ai posteri sono rimasti New York Dolls (Mercury, 1973) e Too Much Too Soon (Mercury, 1974), vere pietre miliari del rock più istintivo e viscerale, e alcune realizzazioni postume di livello tecnico non esaltante: Red Patent Leather (Fan Club, 1984) e Tokyo Dolls (Fan Club, 1986), entrambi confezionati con incisioni dal vivo del 1975, e la cassetta Lipstick Killers (Roir, 1981), con materiale inedito risalente alla primissima fase di attività del quintetto.
Archiviati i New York Dolls – bruciati dal loro stesso fuoco e da alcune discutibili mosse pubblicitarie – David Johansen si trova costretto a ricostruire la sua immagine pubblica; al suo fianco. dapprima in disparte e poi con un ruolo fondamentale, c`è sempre l‘amico chitarrista Syl Sylvain. ed è percio inevitabile che le prime prove solistiche siano ancora legate alle vecchie esperienze musicali del loro autore: sia David Johansen (Blue Sky, 1978) che The David Johansen Group Live (Blue Sky, 1978) – quest‘ultimo concepito come disco promozionale ma ugualmente diffuso sul mercato – ricalcano dunque in parte il sound delle bambole (come in Not That Much e Cool Metro), non disdegnando però le ballate (Donna, una grande canzone d‘amore) e la black music più torrida e convulsa (Funky But Chic). In Style (Blue Sky, 1979), più definito del pur pregevole esordio di studio, presenta uno Johansen avviato alla maturità, che tenta con successo di procurarsi un posto fra i cantori metropolitani: sì, proprio il mondo della poesia sofferta e dei rock‘n‘roll da brividi. Due anni dopo è la volta di Here Comes The Night (Blue Sky, 1981), senza Sylvain ma con marcate influenze latine a suggerire sogni notturni e citazioni di ogni genere a innalzare l‘estro di un artista sincero e appassionato; quindi, con Live It Up (Blue Sky, 1982), l‘esigenza interiore di scrivere e cantare riceve la più corretta consacrazione: un grande ensemble di accompagnatori, un set policromo e trascinante, il rhythm‘n‘blues che incontra il beat dei Sixties a una festa rock. Meglio sorvolare, infine, su Sweet Revenge (Passport, 1984): un tonfo inatteso, con appena un paio di episodi di ragguardevole caratura ad annaspare in un liquame pop prevedibile e super-arrangiato. La crisi di identità è già in atto, bisogna solo verificare quale aspetto, alla fine, avrà la vittoria.
Buster Poindexter era apparso per la prima volta nel 1982 quando sul palco del Tramps, un piccolo pub newyorkese, riscaldava le serate di pochi, selezionati avventori: uno smoking, un papillon, un gruppo di amici, un repertorio di classici d‘annata e bizzarrie da cabaret, un nome scelto per commemorare la sua adolescenza in quel di Staten Island (Poindexter era l‘intellettuale della compagnia. Buster il giovane teppista Johansen). Uno show ogni lunedì, finché le pareti non diventano troppo strette e l‘atipico spettacolo deve trasferirsi al Bottom Line. Tutta in ascesa, la carriera di Poindexter: esibizioni senza vincoli formali, con l‘ironia che serpeggia fra anni Quaranta e Cinquanta, fra un soul e un blues, fra uno swing e un r‘n‘r accennato con la massima discrezione. Tutto quello che, insomma, è fedelmente riportato nell‘omonimo primo album del Nostro (RCA, 1987), valorizzato da una fantastica cover di House Of The Rising Sun e da una Heart Of Gold estratta dai solchi di Here Comes The Night e adeguatamente rielahorata. Buster Poindexter è ormai una star, e David Johansen non sa se gioirne o provare disappunto. Strani scherzi del trasformismo, sotto il cielo stellato di una New York da pellicola in bianco e nero.
Tratto da Ciao 2001 n.17 (anno XX) del 27 aprile 1988

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