Lucio Battisti

Il 9 settembre 1998 se ne andava Lucio Battisti, una delle figure più rilevanti – e per certi versi, paradossalmente vista la sua popolarità, anche non del tutto comprese – della canzone italiana. Alla notizia della scomparsa, l’allora coordinatore delle pagine musicali di “Audio Review” invitò alcuni collaboratori a scegliere un album di Battisti e a scriverne una recensione con il senno di poi, tra il giornalistico e il sentimentale. Optai per Il mio canto libero, e se proseguirete nella lettura saprete perché.

Battisti copIl mio canto libero
(Numero Uno)
Quella selva di braccia levate in aria su entrambi i lati della copertina, tra l’altro priva del nome dell’autore, sono impresse nella memoria di tanti (più o meno) quarantenni, così come le gambe e i piedi, ugualmente nudi, fotografati all’interno. Acquistai Il mio canto libero all’epoca dell’uscita, quando frequentavo le Medie, e non conoscerlo a memoria poteva bastare per sentirsi un escluso: il primo 33 giri – fino ad allora, causa divieto di utilizzo della fonovaligia di casa, possedevo solo cassette – di una collezione oggi di dimensioni imbarazzanti. E “lui” – scusatemi se l’affetto mi costringe ad umanizzarlo – è ancora a casa mia, seppure segnato sulla busta e sul vinile dagli oltraggi del tempo e dell‘assidua frequentazione.
Alla radio passavano per lo più le sue ballate, molto intense anche se a tratti – me ne accorgo adesso – un po’ bizantine negli arrangiamenti: Vento nel vento, La luce dell’Est, Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi, la stessa Il mio canto libero; io, però, impazzivo per Luci – Ah, per l’ugualmente cadenzata Confusione, per la cupa e quasi struggente L’aquila, per quella Gente per bene e gente per male, dai bizzarri giochi di voci, nel cui protagonista in qualche modo mi riconoscevo. Non mi sento retorico ad affermare che a questo disco devo molto, e non solo la scoperta dell’esistenza di un secondo Mogol oltre a quello “Gran” che guidava le Giovani Marmotte. Forse anche – me ne accorgo ora, rileggendo queste righe stese di getto – l’essere diventato giornalista musicale e non avvocato.
Tratto da Audio Review n.186 del novembre 1998

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Categorie: recensioni | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Lucio Battisti

  1. Pingback: Fabrizio De André | L'ultima Thule

  2. Grazie Federico, più o meno l’ho conosciuto nella tua stessa maniera, siamo coevi! Avrei messo anche io per ragioni affettive lo stesso album!

    Ugo

  3. Country Boy

    Il mio primo vinile di Lucio fu Emozioni, ricordo che lo presi a via Cola di Rienzo, alla Rinascente o quale altro grande magazzino non saprei, ma sono certo che fosse successo lì, perchè ricordo che stavo in compagnia degli amichetti, maschi e femmine, del palazzo e dintorni, ed era per forza un sabato, forse dopo il cinema : e le lingue di gatto al bar latour, quello con le maschere teatrali sulla parete sopra la cassa tutta bella antica e dorata e con la cassiera anziana ma con i capelli neri neri… cosa è rimasto? e cosa importa ed a chi mai può importare? la veste dei fantasmi del passato appesa alla parete

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